"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 1-2

L’espressione "in principio" aggancia l’apertura del vangelo con il primo racconto della creazione. Infatti, poco dopo, al v. 3 si parla della Parola che ha creato tutte le cose. Il significato del "principio" però è diverso rispetto a Genesi 1, dove il concetto di "principio" corrisponde a "inizio del tempo"; qui invece vuole sottolineare la preesistenza di Cristo rispetto alla creazione. Quest’idea ritornerà sulle stesse labbra di Cristo in 8,58 con l’affermazione della sua preesistenza rispetto ad Abramo, mentre l’espressione "Io Sono" lo colloca allo stesso livello del Dio del Sinai, e quindi in una anteriorità personale, divina e senza tempo.

La Parola è al tempo stesso uguale a Dio e distinta da Dio. La Parola era Dio "in principio", ossia prima che il tempo fosse. La Parola dunque è Dio che si proietta verso Dio, giacché è proprio questo il senso vero dell’espressione greca che in italiano è inadeguatamente resa da "il Verbo era presso Dio". La Parola non è esattamente "presso" Dio, ma è "rivolta verso" Dio. Fa già capolino la teologia trinitaria che Giovanni svilupperà in più punti del suo vangelo mediante gli insegnamenti di Cristo relativi al Padre e allo Spirito.

v. 3

La Parola è Dio rivolta a Dio nell’eternità; la Parola a un certo punto si rivolge verso il mondo, e nasce la creazione: "tutto è stato fatto per mezzo di Lui". L’intero progetto dell’universo è contenuto nella Parola. La Parola eterna è la medesima Parola che nel tempo chiama le cose all’esistenza; ed è la medesima Parola che si riveste della carne umana nel grembo della Vergine. Questa Parola è divina ed è assoluta: essa possiede una pienezza dinanzi alla quale si svela il carattere parziale delle parole, sia pure ispirate, che sono contenute nella Legge di Mosè e nei profeti. La Parola eterna si rivolge al mondo nell’atto creativo, e poi torna a rivolgersi al mondo nell’atto redentivo. Infine ritorna a rivolgersi a Dio nell’Ascensione, e tornerà a rivolgersi al mondo nella sua ultima Epifania.

v. 4

Questo versetto focalizza il rapporto tra la Parola e il mondo umano: la vita è nella Parola; questa vita, contenuta nella Parola, è la luce degli uomini. Al v. 9 si dirà che questa è la luce che illumina ogni uomo. La Parola, insomma, deve riempire gli uomini della medesima vita di cui essa stessa è ripiena. E nell’atto di ricevere questa vita, gli uomini vengono illuminati. Implicitamente, Giovanni sta parlando del Battesimo e dell’illuminazione della fede. Ciò che ci illumina non è principalmente un insegnamento verbale; infatti, per chi non vive in grazia di Dio, anche la migliore delle catechesi risulta incomprensibile e in definitiva inutile. La parola umana che descrive la fede diventa chiara e utile solo per coloro che si sono lasciati afferrare dalla vita che palpita nella Parola eterna. Nell’esperienza cristiana in primo luogo, sia cronologicamente che qualitativamente, c’è l’accoglienza del perdono di Dio e della grazia; e a partire da quel momento, la parola descrittiva della catechesi, diventa nutriente e significativa. Per questo Giovanni dice che la luce degli uomini non è primariamente l’insegnamento verbale, ma è la vita presente nella Parola eterna; vale a dire: la Parola eterna ti comunica la grazia, e la grazia ti mette in grado di capire fruttuosamente la parola umana della fede. L’Apostolo vuole dire ancora che l’insegnamento di Cristo può essere capito da noi solo nella misura in cui abbiamo imparato a vivere come Lui. Questa è anche la ragione profonda dell’incomprensione dei farisei e dei sommi sacerdoti: essi agiscono e parlano mettendosi dalla parte della Legge, mentre Cristo agisce a parla mettendosi dalla parte della vita che è in Dio. Ecco perché essi non solo non comprendono l’insegnamento verbale del Maestro, ma non comprendono neppure i segni messianici, dalla guarigione del figlio del funzionario fino all’ultimo potente segno della risurrezione di Lazzaro. Anzi, questi segni che confermano i discepoli nella contemplazione della gloria di Dio, confermano i non discepoli nell’oscurità della loro idolatria.

v. 5

Infatti "la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta". Diciamo subito che il verbo greco utilizzato dall’autore è ambivalente: la traduzione "non l’hanno accolta" non esprime totalmente la pregnanza del greco ou katelaben. Tale espressione greca potrebbe anche significare "non l’hanno soffocata", e in questo caso significherebbe che le tenebre hanno tentato di spegnere la luce, ma non hanno potuto. Entrambe le prospettive sono comunque teologicamente pertinenti.

Nell’intenzione di Dio, la Parola eterna che nell’incarnazione si rivolge al mondo, doveva illuminare tutti gli uomini. Nella prova concreta della storia ciò si verifica solo a determinate condizioni, e vi è chi resta escluso da questa luce della sapienza celeste. Questa condizione necessaria è la disponibilità a offrire a Dio l’assenso della fede. Comunque, viene affermato fin dal prologo che la luce di Dio splende continuamente tra gli ostacoli di un possibile rifiuto. Notiamo che Giovanni usa il presente: "la luce splende", quasi a indicare una condizione perenne. E’ una proprietà inalienabile della luce quella di splendere, e di splendere nelle tenebre. Di fatto tutto è tenebra davanti a Dio: la sua luce non può che splendere nelle tenebre; ma vi sono tenebre che non si lasciano illuminare. Ciò avviene fin dall’origine: fin dalla creazione originaria la terra è teatro dello scontro tra la luce e le tenebre. Tale scontro raggiunge il suo punto culminante quando la luce si fa carne nella pienezza dei tempi. Allora tutte le potenze delle tenebre si coalizzano per uccidere la luce. Davanti a Cristo si verifica infatti uno schieramento degli spiriti che si dividono, ricevendo da Dio - già in questo - il loro giudizio, che poi sarà confermato nell’ultimo giorno.

vv. 6-8 e 15

Qui si inserisce la figura del battista che viene presentato come testimone accreditato della luce dinanzi agli uomini. Egli occupa il posto irripetibile di Precursore, ma per quanto possa essere grande la sua statura, viene subito ridimensionata agli occhi del lettore: "non era lui la luce". Non è un caso che la narrazione si apra al v. 19 con la testimonianza del battista e precisamente con una domanda sulla sua identità: "Chi sei tu?". E con la conseguente risposta: "Io sono voce" (v. 23). Molti contemporanei tendevano infatti a confondere il battista con il Messia. Giovanni vuole chiarire subito questo equivoco. Il v. 15 risponde al medesimo bisogno di collocare ciascuno al posto che realmente gli spetta: nell’ordine della storia prima viene il battista e poi il Cristo, ma nell’ordine dell’essere prima vi è il Cristo e poi il battista. Sul battista dovremo comunque tornare.

v. 9

Si ha qui la ripresa del tema lasciato al v. 4: la vita che è nella Parola è la luce degli uomini, e questa luce che illumina ogni uomo, viene nel mondo. E questa è la luce "vera", in contrasto con le false luci ingannevoli di questo mondo, e in contrasto anche con la luce parziale della legge di Mosè, ormai superata dalla luce piena di Cristo. Ma questa definizione "luce vera", vuole anche riferirsi al fatto che "essere vero" è un carattere proprio ed esclusivo di Dio. Talvolta Giovanni applica anche all’uomo la caratteristica della verità come p. es. in 3,21, ma in questi casi egli non vuole dire che l’uomo è sincero. I concetti di verità e di sincerità per Giovanni non coincidono. "Essere sinceri" significa dire schiettamente ciò che si pensa; ma "essere veri" significa vivere nella luce della Parola. Semmai il problema è fino a che punto ci si lascia illuminare dalla luce di Dio.

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