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vv. 10-11 Qui viene ripreso il tema del v. 5: le tenebre rifiutano la luce. Lì non si precisava l’identità delle tenebre che respingono la luce; qui si dice esplicitamente che le tenebre prendono consistenza proprio nel mondo creato da Lui e perfino nella sua gente (l’espressione greca allude alla sua patria). Il rifiuto della Parola si verifica perciò nello spazio di due cerchi concentrici: il mondo in generale e la patria in cui la luce appare storicamente facendosi carne. vv. 12-13 Esiste però anche un versante positivo: coloro che lo accolgono sia nel mondo sia nella sua patria. Ad essi è riservata una grande promessa: diventare figli di Dio. Ciò dimostra che il rifiuto della luce da parte delle tenebre è il frutto di una libera opzione, come si vede dall’espressione iniziale: "A quanti l’hanno accolto…". Le parole di Giovanni posseggono più di una sfumatura teologica che occorre cogliere: A quanti l’hanno accolto: nessuno è forzato da Dio ad accogliere il dono della vita soprannaturale comunicata dalla Parola creatrice. Ciascuno è posto dinanzi alla scelta libera dell’accoglienza del Cristo nella propria vita. Ciò vale per sé, ma vale anche per coloro per la cui conversione noi preghiamo. La nostra preghiera per gli altri non comporta che Dio faccia forza al loro cuore, ma comporta solo un aumento delle occasioni di conversione, che potrebbero comunque non essere accolte dal soggetto. In questi casi la preghiera non va perduta, ma viene utilizzata da Dio per gli altri che la fanno fruttificare (cfr. la parabola dei talenti: chi sciupa il dono di Dio ne viene espropriato in favore di chi lo fa fruttificare). Ha dato potere: la rinascita nello Spirito è indubbiamente opera di Dio, nel senso che Egli ne è l’autore. Tuttavia, è un potere comunicato all’uomo, in modo tale che può rinascere dall’alto solo colui che lo vuole. In termini sacramentali, il battesimo non è ciò che ci costituisce figli di Dio, ma è la comunicazione del potere di diventare figli. Se questo "potere" non è utilizzato dall’uomo, esso resta inerte e invano egli riceve gli altri sacramenti. Di diventare figli di Dio: chi poi utilizza il potere di rinascere dall’alto, sperimenta non una trasformazione improvvisa, ma un cammino progressivo, indicato dal verbo "diventare". Rinascere dall’alto implica un cammino evolutivo, che è appunto il cammino perenne della fede. Figli di Dio non si è, ma si diventa. A quelli che credono nel suo nome: e qui si giunge al punto centrale della questione; come si fa a rendere operante il "potere" di diventare figli di Dio? C’è un solo modo: la fede teologale. Questo meraviglioso processo di trasformazione da creatura umana in creatura celeste è accessibile solo a coloro che credono. Costoro non sono più vincolati alla terra, perché non sono generati dai principi terrestri della nascita, ossia la carne, il sangue e la volontà umana, ma entrano in un nuovo ordine di vita, essendo generati da un unico principio assoluto che è Dio stesso. v. 14 Questo versetto va considerato come il punto culminante dell’inno. La menzione della Parola eterna ritorna qui dopo il v. 1. Si afferma qualcosa di nuovo e di inaspettato: quella Parola che è Dio ha voluto nascere sulla terra come uomo per abitare "in mezzo a noi". Notiamo che Giovanni non dice che "la Parola si è fatta uomo", bensì che "si è fatta carne". Il concetto biblico di "carne" è molto ampio e include anche il concetto di "uomo", ma con una precisa sfumatura che è una allusione alla debolezza e alla possibilità del dolore e della morte. Si intravede già da questo il destino di umiliazione e di svuotamento a cui andrà incontro il Figlio di Dio nella sua esperienza umana. Dire che "la Parola si è fatta carne" equivale a dire che "si è fatta debolezza". Alla luce della rivelazione biblica si comprende che Dio non aveva altra soluzione se voleva abitare con noi: per le creature è insostenibile la sua Maestà e nessuno può vedere Dio e restare vivo. Ma Dio ha messo la protezione del velo della carne sulla sua gloria, a cui nessuno può resistere. Da quel momento i discepoli possono "vedere" la gloria di Dio e restare vivi: "noi vedemmo la sua gloria". L’espressione greca, tradotta dalla CEI con "venne ad abitare", andrebbe resa più esattamente con "piantò la sua tenda tra noi". Il tema della tenda non può andare perduto nella traduzione, perché è denso di significati teologici. Intanto ci ricorda Sir 24,8: "Fissa la tenda in Giacobbe"; così la Sapienza si sente dire da Dio. Non solo: il tema della tenda ci riporta immancabilmente alla memoria dell’Esodo, dove il Dio del Sinai cammina nel deserto col suo popolo e dialoga con lui nella tenda del convegno. Nel corso del vangelo ritorneranno poi massicciamente i temi teologici dell’Esodo: ci sarà un nuovo Agnello pasquale, una nuova Pasqua, una nuova Manna, un nuovo Esodo. Il Corpo umano di Cristo è in certo senso la nuova tenda del convegno, nella quale Dio dimora in mezzo al suo popolo, per accompagnarlo nell’itinerario del nuovo Esodo. Sulla tenda del convegno appariva la gloria di Dio, sul Corpo umano di Cristo si rivela la gloria divina, di cui esso è il segno definitivo. Questo nuovo Esodo ha un carattere molto più radicale di quello antico: non si tratta più di compiere un moto locale, come il pellegrinaggio da un luogo a un altro, bensì di uscire spiritualmente dalla tenebra del peccato che infittisce nelle istituzioni umane. La comunità del Cristo giovanneo non è di questo mondo; essa ne è uscita insieme al suo Signore durante la nuova Pasqua. La nuova tenda del convegno, produce anche un altro cambiamento nella dimensione religiosa: è svanito il senso di terrore e di lontananza che teneva l’israelita in uno stato di timore servile nei confronti di Dio. Mentre nell’Esodo antico era Mosè l’unico mediatore tra Dio e il popolo, adesso la gloria di Dio che splende sulla Parola Incarnata è presente a tutti in modo diretto, senza alcun bisogno di mediatori. Tuttavia, questa gloria che splende sulla nuova tenda del convegno, che è l’umanità di Cristo, non è evidente per tutti. Sarà visibile solo all’occhio penetrante del vero discepolo, capace di vedere la presenza di Dio oltre il segno umano. La gloria di Cristo è definita come "gloria di Unigenito". Questa definizione allude al rapporto assolutamente unico di Cristo con il Padre: la Parola eterna che si rivolge a Dio, procede da Dio come Parola eternamente generata. Questa Parola rivela il Padre (cfr. v. 18) in quanto Essa dice interamente ciò che il Padre è: "Chi ha visto Me, ha visto il Padre" (Gv 14,9). Il rapporto tra Cristo e il Padre è dunque analogo al rapporto tra il pensiero e la parola: il Pensiero genera la Parola che lo esprime con piena verità. Così Cristo è identico al Padre come la parola è identica al pensiero che essa esprime secondo verità. La Parola incarnata possiede una pienezza "di grazia e di verità". Questi due termini, la grazia e la verità, ricorrono molto spesso nell’AT e indicano rispettivamente la clemenza e la fedeltà di Dio nel suo agire verso gli uomini. Ancora una volta la Parola eterna viene posta sullo stesso piano di Dio, assumendo i suoi stessi attributi. La fedeltà e la clemenza di Dio, ripetutamente affermate e promesse nell’AT, si realizzano in modo pieno e definitivo nell’incarnazione della Parola. v. 15 E’ il secondo punto del prologo che menziona il battista. Di nuovo ci imbattiamo nel ridimensionamento della sua figura, innegabilmente grande, ma di una grandezza umana che scompare dinanzi alla gloria di Colui che "era prima". Con questa espressione si vuole indicare la preesistenza di Cristo, sulla quale si basa il suo primato assoluto rispetto a ogni creatura che è arrivata dopo e che esiste grazie a Lui. Nel vangelo, il battista è la prima voce che riconosce la Parola eterna presente nel Cristo storico, e ciò avviene mediante un segno distintivo: lo Spirito che permane su di Lui. v. 16 La comunità cristiana sembra al v. 16 fare eco alla testimonianza del battista: "noi tutti abbiamo ricevuto dalla sua pienezza". Cristo è la pienezza, è la risposta definitiva alle aspirazioni umane, e la comunità cristiana lo sperimenta continuamente. Essa riceve da Lui un flusso ininterrotto di benefici, "grazia su grazia". v. 17 Questo versetto presenta un parallelismo formato da quattro elementi che si corrispondono a due a due: la Legge è in parallelo con Mosè, la grazia/verità è in parallelo con Gesù Cristo.In questo modo l’evangelista annuncia l’instaurazione della nuova alleanza e la decadenza dell’antica. Questo non significa però che l’antica alleanza sia del tutto cancellata: piuttosto, essa sopravvive nella nuova relativamente alle sue esigenze etiche più fondamentali. Ciò che di essa viene abolito è naturalmente l’apparato istituzionale di riti e di precetti. Ma le intenzioni profonde di Dio, che stanno alla base dell’antica alleanza, rimangono valide e vengono assorbite nella nuova. Con il parallelismo suddetto, Giovanni vuole precisare la diversa natura delle due alleanze: la prima "fu data", la seconda "divenne". La CEI traduce "vennero", ma il verbo greco non è "venire", bensì "divenire". Giovanni usa dunque due verbi diversi per significare la natura delle due alleanze, che è diversa, anche se entrambe provengono da Dio. L’alleanza mosaica viene presentata nel suo carattere essenzialmente esterno, fondandosi sulla "Legge", ossia su un codice posto davanti all’uomo. La nuova alleanza, invece, non è "data", perché non è costituita da un oggetto esterno come può essere un codice, ma è costituita dalla grazia e dalla verità. La grazia e la verità si inseriscono nel divenire e nell’evolversi dell’uomo che vi aderisce: a quel punto, la grazia e la verità orientano l’uomo, non un codice impersonale di leggi. L’opera del Messia, come avevano già detto i profeti, consiste insomma nel trasferimento dell’alleanza dall’esterno all’interno. v. 18 Cristo è definito qui "Unigenito". L’allusione, come al v. 14, è al rapporto di generazione esclusiva dal Padre. L’espressione "nessuno ha mai visto Dio", potrebbe riferirsi al fatto che Mosè desiderò vedere Dio, ma non gli fu concesso. Di conseguenza, l’alleanza stabilita in Mosè e fondata sull’esteriorità della Legge non poteva condurre l’uomo a una piena conoscenza di Dio, dal momento che neppure Mosè possedeva tale conoscenza. Solo Colui che è generato dal Padre nell’eternità, come la Parola generata dal Pensiero, può rivelarlo all’uomo con esattezza. |
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