"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 11-13
Ancora un altro titolo cristologico: "Io sono il buon pastore". L'espressione greca utilizzata dall'evangelista (egò eimi o poimen o kalos) si potrebbe tradurre anche: "Io sono il modello del pastore". L'aggettivo "o kalos", insieme ai due articoli determinativi (o poimen o kalos; lett.: il pastore il buono), suggerisce un'idea di esclusività: Cristo non è "un" pastore che si aggiunge alla serie precedente; Egli è invece "il" pastore per eccellenza, il vero pastore, in contrasto con tutti gli altri venuti prima di Lui, i quali, se non corrispondono al suo modello, sono ladri e briganti. La caratteristica che distingue il modello del vero pastore è la disponibilità a dare la vita per il gregge, a differenza dei mercenari che perseguono i loro interessi e scappano per mettersi al sicuro quando arriva il lupo. Nella promessa di Cristo, la vita che Egli dà in abbondanza coincide con il dono di se stesso. Dopo avere detto: "Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza" (v. 10), il Maestro aggiunge: "Il buon pastore offre la vita per le pecore" (v. 11). Sembra che ci sia un diretto parallelismo tra la vita che Cristo offre, consegnandosi alla morte di croce, e la vita che il gregge deve ricevere da Lui. La vita che Lui offre è la stessa che il gregge riceve. La vita, che solleva i credenti a dignità di figli liberi, è la stessa vita del Figlio, comunicata a noi per i meriti della Passione. Lo stesso concetto sarà riaffermato in 12,24 con la metafora del chicco di grano: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo; se invece muore, porta molto frutto".
vv. 14-16
Ritorna qui il titolo cristologico precedente: Cristo, modello del vero pastore; questa figura è presentata qui sotto l'aspetto specifico della qualità della relazione che lo unisce ai suoi discepoli. Tale relazione è modellata sul mistero trinitario: "conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono Me, come il Padre conosce Me e Io conosco il Padre" (vv. 14-15). Questa definizione della relazione diretta e personale che unisce i discepoli a Cristo, non menziona in modo esplicito lo Spirito Santo. Nondimeno è una definizione squisitamente trinitaria. Si tratta di una omissione solo apparente. La presenza dello Spirito è infatti il presupposto necessario di ogni relazione tra il Padre e il Figlio. La reciproca conoscenza del Padre e del Figlio non avviene se non nello Spirito. Cristo aggiunge che la reciproca conoscenza tra Lui e il suo gregge, corrisponde allo stesso schematismo, indicato secondo un rapporto di analogia: "come (in maniera analoga) il Padre conosce Me". Di conseguenza, il divino dinamismo della reciproca conoscenza del Padre e del Figlio, diventa il modello delle relazioni che nascono sulla radice del discepolato. L'incontro del credente col Cristo risorto e l'unione personale con Lui nell'amore, traggono origine dall'azione dello Spirito Santo. La medesima azione dello Spirito crea la comunione fraterna nella comunità di Gesù e unisce i fratelli non con un legame estrinseco, ma con l'intesa profonda che nasce dalla condivisione di una sola fede. La comunità di Gesù non si ferma però ai confini di Israele. Vi sono anche altre pecore, che pur appartenendo a un altro ovile, devono essere condotte dal vero Pastore verso il nuovo ovile, che unificherà l'umanità in un solo gregge sotto un solo Pastore. Il privilegio del popolo eletto era quindi soltanto un'ombra delle cose future: la vera elezione è quella che si realizza in Gesù. Tutta l'umanità è chiamata da Dio a compiere il suo esodo di liberazione verso la luce, ma solo quelli che ascolteranno la voce del Pastore potranno realizzare in sé il carattere dell'elezione, prefigurato in Israele, ma offerto, nella sua verità escatologica, a tutti gli uomini.
vv. 17-21
L'enunciato del v. 17 ha delle profonde risonanze per la vita cristiana: "Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo". Il Padre ama proprio per questo il Gesù storico: "Per questo il Padre mi ama". Va infatti distinto l'amore che il Padre ha verso il suo Verbo nell'eternità da quello che il Padre ha verso il Verbo fatto uomo, cioè verso il Gesù storico. Nell'eternità essi sono uniti da un amore ineffabile, fuori dalla nostra portata di comprensione, che si personifica nello Spirito Santo. Il Cristo storico è invece oggetto di quell'amore che il Padre avrebbe avuto verso l'uomo, se il peccato non ne avesse deformato l'immagine e la somiglianza. Questo è il senso dell'enunciato riportato dai sinottici sia nel battesimo che nella trasfigurazione: "Questo è il mio Figlio prediletto". Cristo è il Figlio infinitamente amato, in quanto reca in sé l'immagine fedele dell'uomo uscito dalle mani di Dio nel sesto giorno della creazione; anzi, la migliora rispetto alla perfezione di Adamo, essendo Figlio di Dio, oltre che Figlio dell'uomo. Il Padre guarda perciò al Cristo storico come al prototipo dell'uomo, icona fedele dell'immagine divina, capace di incarnare con perfezione le esigenze dell'amore. Nella concretezza della vita, e del suo ministero pubblico, Cristo incarna le esigenze dell'amore fino al vertice del dono di Sé. Per questo il Padre pone le sue compiacenze sull'Uomo che corrisponde perfettamente al progetto divino: "Per questo il Padre mi ama". Da questo momento in poi, anche i suoi discepoli si caleranno nello stesso modello umano, per entrare nella compiacenza del Padre, amando fino al vertice del dono di sé. Nel modello di Gesù, l'esperienza della pienezza della vita non si ha nell'accumulo di ciò che si desidera, bensì nella consegna della propria vita. La traduzione italiana riporta la seguente espressione: "Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo" (v. 17). Si potrebbe anche tradurre: "Io offro la mia vita e così la riprendo di nuovo", esprimendo con maggiore chiarezza il collegamento tra l'offerta e il recupero: la propria vita si ritrova in pienezza proprio per il fatto di averla offerta. Questo principio rappresenta un modello di riferimento per ogni cristiano: perdere la vita per amore di Cristo equivale a ritrovarla in senso pieno e definitivo. Anzi, la realizzazione della propria identità di figli di Dio consiste in una vita vissuta nell'amore oblativo. Questo atto di autodonazione della propria vita è libero: "Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, perché il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo" (v. 18). La verità della Passione di Cristo non consiste nella prevalenza delle forze del male, ma nella libera autodonazione del Figlio che ubbidisce al Padre: "Questo comando ho ricevuto dal Padre mio" (v. 18). I discepoli ricevono da Cristo la stessa energia di risposta al Padre e la stessa sovranità, per la quale, ogni cristiano che muore sa che nessuno gli sta togliendo la vita, ma è lui che liberamente la sta offrendo, in un atto di ubbidienza al Padre che glielo chiede, nelle circostanze specifiche, e diverse per ciascuno, che determinano la cessazione della vita biologica. Questo modo di morire è perfezione d'amore. La descrizione del Cristo risorto, nel vangelo di Giovanni, ha un particolare degno di nota: nel Corpo glorioso del Risorto sono ancora visibili le piaghe aperte della sua Passione. La visibilità delle piaghe in contraddizione col Corpo glorificato, stabilisce uno stretto collegamento tra la morte e la risurrezione, dove la seconda è effetto diretto della prima. Quel Gesù che appare ai discepoli rivestito di maestà è lo stesso che è stato umiliato. La continuità del mistero pasquale, cioè il nesso indissolubile tra la morte e la risurrezione, è sottolineato da quelle piaghe ben visibili sul Corpo del Cristo risorto. Questa vita piena e gloriosa, che ora risplende in Lui, è la diretta conseguenza della libera autodonazione con la quale ha offerto Se stesso, manifestando quale sia l'amore più alto che si possa immaginare, quello del sacrificio non di qualcosa di personale, ma di se stesso. Nell'ultima cena questo amore perfetto sarà visualizzato dal Maestro, sotto gli occhi attoniti dei discepoli, nel gesto della lavanda dei piedi. In quel contesto sarà svelato il comandamento nuovo, che contraddistinguerà d'ora in poi la comunità di Gesù: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli" (13,35). Il comandamento d'amore che Egli riceve dal Padre, lo trasmette a sua volta ai suoi discepoli.Dinanzi all'insegnamento di Gesù, e alle sue dichiarazioni aperte, continua l'ostilità dei farisei e della classe dirigente in generale, sebbene le opinioni tendano a diversificarsi nei confronti del Maestro: le accuse contro di Lui vanno dalla pazzia al satanismo, anche se in molti rimane il dubbio che Satana sia effettivamente in grado di compere dei prodigi che portano chiaramente il marchio della mano del Creatore, come la guarigione del cieco nato.

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