"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 22-42
Durante la festa della Dedicazione, o Consacrazione del Tempio, Gesù si reca al Tempio per l'ultima volta. In questa circostanza, oggetto della disputa con la classe dirigente è proprio il tema della consacrazione: "Se tu sei il Cristo (ovvero l'Unto, il Consacrato) dillo a noi apertamente" (v. 24). Gesù risponde affermativamente: "Ve l'ho detto ma non credete" (v. 25). E aggiunge una divina convalida: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio" (v. 32). Implicitamente si coglie di nuovo quel contrasto tra il Tempio e il Corpo di Cristo che era venuto alla luce nel primo pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme (cfr. 2,19-21). Di nuovo, nella sua ultima visita al Tempio, Gesù dichiara che la Consacrazione divina non sta sull'edificio sacro ma sulla sua Persona di Figlio fatto uomo. Egli è perciò il vero Tempio del nuovo culto, celebrato in Spirito e Verità. A questa aperta dichiarazione messianica, i farisei e i dottori della Legge si schierano con maggiore decisione contro di Lui e tentano di lapidarlo (cfr. v. 31). Cristo allora si allontana uscendo dal territorio giudaico col gesto altamente significativo di attraversare il Giordano, come un'allusione al nuovo esodo che sta per iniziare con a sua morte di croce.
vv. 22-23
La festa della Dedicazione ricordava la riconsacrazione del Tempio, dopo la profanazione causata da Antioco IV Epifane con l'introdurre nel Tempio una statua di Giove capitolino. Si celebrava per una intera settimana nel mese di Dicembre. Come nella festa delle Capanne, si accendevano i grandi candelabri del Tempio, e per questo prese anche il nome di festa delle luci. L'evangelista descrive intanto il tempo atmosferico: "Era d'inverno". Una precisazione piuttosto singolare, visto che nelle altre feste, in cui Gesù si reca al Tempio, non viene mai detta quale sia la stagione. Si ha qui l'impressione che l'evangelista attribuisca un significato traslato alla stagione invernale, così come attribuisce un significato traslato alla notte dell'ultima cena, quando Giuda esce dal cenacolo e si inoltra nel buio della notte, cioè nelle tenebre del non amore. L'inverno della festa della Dedicazione è il simbolo della sterilità del Tempio, ormai in procinto di essere sostituito dalla nuova comunità di Gesù.
vv. 24-25
Mentre Gesù passeggia sotto il portico di Salomone, gli si fanno intorno i giudei, cioè la classe dirigente. L'espressione greca utilizzata dall'evangelista è ekyklosan auton, che ha una sfumatura minacciosa. E' la stessa espressione che si incontra nel Salmo 22, dove l'orante dice di essere circondato da un branco di cani (cfr. v. 17), Salmo che la tradizione della Chiesa ha applicato alla Passione di Cristo, perché è quello recitato da Gesù stesso durante l'agonia sulla croce (cfr. Mc 15,34). In tal modo comincia a configurarsi l'epilogo del ministero di Gesù: si addensano intorno a Lui le minacce prefigurate già dalle Sacre Scritture a proposito dei dolori del Messia. I farisei e i dottori della Legge gli pongono una domanda incalzante, come volessero spingerlo a una esplicita dichiarazione messianica. Gesù si dichiara come l'inviato di Dio, ma non usa mai la parola "Messia" parlando con i giudei. Soltanto con la samaritana si fa conoscere sotto questo titolo. La donna è consapevole di una attesa del popolo: "So che deve venire il Messia: quando egli verrà ci annunzierà ogni cosa". La risposta di Gesù è diretta e immediata: "Sono Io che ti parlo" (Gv 4,25-26). Alla samaritana, Gesù può permettersi di rivelarsi col titolo di Messia, ma non può farlo coi farisei e i dottori dei Legge, perché per loro questo titolo ha troppe implicanze di ordine politico, troppe speranze terrene di liberazione dal dominio dell'Impero romano, col rischio di fraintendere completamente il ministero di Gesù e i suoi più autentici scopi. Perciò, Gesù conferma la sua identità messianica dinanzi ai suoi interlocutori, senza tuttavia utilizzare direttamente la parola "Messia", carica di troppi significati estranei alla missione di Gesù: "Ve l'ho detto ma non credete" (v. 25). Nonostante tutto, questo fraintendimento rimane nella mente della classe dirigente, come si vede dall'accusa con cui è presentato al processo civile, accusa che risuona fin dalle prime battute dell'interrogatorio di Pilato: "Tu sei il re dei giudei?" (Gv 18,33). Il significato attribuito alla parola "Messia" richiamava, insomma, le promesse legate al messianismo davidico, destinato a restituire la sovranità a Israele, dando vita a una nova fase di prosperità e di libertà da poteri stranieri. Il messianismo di Gesù, invece, annuncia un regno, e una libertà, di altra origine e di altra natura: "Il mio regno non è di questo mondo" (Gv 18,36). Tutto questo non è un annuncio vano, in quanto è confermato dalle opere del Padre, ovvero da segni che nessuno può fare se Dio non è con lui: "Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza" (v. 25). E poco più avanti: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio" (v. 32). Queste sono le sue vere credenziali, che non si appoggiano ad alcuna autorità umana per esserne convalidate; è infatti il Padre che convalida la parola del Figlio, né potrebbe essere diversamente: sarebbe indegno dell'idea stessa di Messia, ricevere una convalida da un'autorità umana qualunque. L'attività del vero Messia non può essere convalidata che da Dio solo; dall'altro lato, un Messia che ricevesse le sue credenziali da un'istituzione umana, per ciò stesso sarebbe da considerarsi un falso Messia. Lui stesso dice ai giudei di non ricevere gloria dagli uomini (cfr. 5,41). Le credenziali di Gesù, interamente poste sul versante della concretezza dei segni operati da Lui, si riferiscono a un'altra verità: Cristo non accetta di porre il problema della propria identità solo sul piano della discussione. I farisei e i dottori della Legge vogliono invece delle dimostrazioni accademiche, ovvero delle argomentazioni che descrivano pienamente, e in modo convincente, la sua identità messianica. Questa aspettativa è però destinata a rimanere delusa, perché non è possibile racchiudere l'identità di Gesù nella descrizione delle parole. Aldilà degli enunciati teologici c'è molto di più: oltre le parole c'è un progetto salvifico che si manifesta in opere e segni, e che si sviluppa nella storia umana, avendo come fulcro il Figlio dell'uomo (cfr. Gv 1,51).
vv. 26-30
Precedentemente Gesù aveva detto ai giudei "voi non credete" (v. 25), adesso ne precisa anche la motivazione: essi non fanno parte del suo ovile, perciò non riconoscono la voce del pastore. Se essi non riconoscono l'inviato di Dio, ciò è segno e dimostrazione che non conoscono Dio. In questa sezione si registra anche una ripresa di temi precedenti già commentati: il Pastore riconosciuto al suono della sua voce, il dono della vita definitiva promesso a chi accetta di incamminarsi nel nuovo esodo di liberazione (vv. 27-28). Al contrario, le sue pecore sono al sicuro: il nuovo ovile sarà intangibile da qualunque minaccia. Le pecore del gregge di Cristo avranno anche la libertà di cadere per propria decisione nella rete dei pericoli, ma non potranno mai essere sfiorate da alcun danno, finché resteranno strettamente unite al loro Pastore: "nessuno le rapirà dalla mia mano" (v. 28). Subito dopo precisa che la sua mano coincide con quella del Padre: "nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio" (v. 29). Anzi, il Padre e il Figlio, pur essendo distinti, e pur rimanendo il Figlio fatto uomo inferiore al Padre, essi tuttavia sono una cosa sola: "Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti" (v. 29); il Padre è perciò più grande del Gesù storico. Il Gesù storico, però, considerato nella natura increata della sua Persona, è uguale al Padre, condividendo con Lui la stessa maestà e gli stessi eterni attributi: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (v. 30). Da questo presupposto discende una conseguenza cruciale, che i giudei, a giudicare dalla loro reazione successiva, colgono molto bene: schierarsi contro Cristo è lo stesso che combattere contro Dio.
vv. 31-39
La risposta dei giudei non è una parola di smentita ma un gesto omicida: raccolgono pietre per lapidarlo. Ancora una volta, in mancanza di argomentazioni con le quali mettere a tacere l'interlocutore, per la classe dirigente la forza bruta è l'unica soluzione per porre fine alle controversie. Dinanzi a questa violenza cieca, Cristo compie un estremo tentativo di ricondurre i giudei alle motivazioni del loro agire, con un appello esplicito alla loro intelligenza, attraverso un interrogativo paradossale: "Vi ho mostrato molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?" (v. 32). La considerazione lucida dei fatti dovrebbe renderli persuasi del carattere eccessivo e sproporzionato della loro reazione. Le credenziali di Cristo, come si è detto, sono le sue opere. Se in esse ce n'è qualcuna che meriti la condanna a morte, devono almeno indicare quale, prima di condannarlo alla lapidazione. Diversamente devono riconoscere l'irrazionalità del loro agire. Con l'espressione "opere buone", Cristo allude al compiacimento di Dio in Gen 1: il Creatore contempla le sue opere e vede che sono "buone" (cfr. vv. 12.18.25.31). Le opere di Dio sono buone perché in favore della vita. Anche le opere di Cristo comunicano la vita e restituiscono all'uomo l'integrità personale e la piena dignità di creatura libera: la restituzione della salute piena all'infermo della piscina di Betesdà, la guarigione del cieco nato. Nel capitolo successivo, l'opera "buona", compiuta dal Padre per mezzo di Cristo, sarà l'ultimo segno del Messia, e il più impressionante di tutti: la risurrezione di Lazzaro. Questo sarà l'ultimo segno del Messia destinato a tutti. I segni messianici che seguiranno dopo, infatti, dalla crocifissione alla tomba vuota, saranno destinati solo ai credenti e solo i suoi discepoli li potranno intendere.
Nella loro risposta, i giudei dissociano le opere di Gesù dalle sue parole: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia, perché tu che sei uomo, ti fai Dio" (v. 33). La dissociazione tra le parole e opere è la condizione abituale dei farisei e dei dottori della legge. Proiettano su Gesù quella che in fondo è la loro vera malattia: una religiosità schizofrenica, dove le opere non si accompagnano alle parole. Non possono quindi comprendere Cristo, il quale propone innanzitutto le opere (cfr. v. 38) e riserva alle parole solo un ruolo di commento. Per essi, invece, è sufficiente professare la fedeltà ai precetti mosaici e fare i sacrifici prescritti dal Levitico, per il resto non importa se il Tempio diventa un luogo di mercato e se al popolo di Dio è sottratta la libertà di coscienza. Per loro sembrano contare solo le parole, mentre le opere non hanno peso. Cristo risponde alla loro accusa citando il Salmo 82, e dimostrando così che essa si fonda sull'ignoranza delle Scritture: "Non è forse scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi?" (v. 34). L'idea di fondo, contenuta in questa replica di Cristo, è che non è possibile schierarsi contro di Lui e al tempo stesso difendere le Scritture: negare a Cristo la sua legittimità di "inviato" equivale a contraddire le Scritture, così come negargli l'attributo di Figlio è lo stesso che contraddire il Salmo 82, che è Parola di Dio. In aggiunta Egli sottolinea: "la Scrittura non può essere annullata" (v. 35), suggerendo implicitamente che i dottori della Legge, se fosse possibile, manipolerebbero persino le Scritture, pur di contraddire Lui. Va anche notato il possessivo "vostra legge", con cui il Maestro prende le distanze da ciò che fa parte dell'antica economia, prossima a essere sostituita dalla nuova Alleanza. Anche la preziosità dell'AT adesso acquisterà il suo vero valore da Cristo, e da Lui, unico Maestro ed esegeta, occorrerà ricevere la chiave per compiere la più autentica rilettura delle Scritture, ignota a tutti i dottori delle epoche passate. L'esegesi di Gesù del Salmo 82 prende le mosse dal fatto che la Scrittura definisce "dèi" coloro ai quali Dio rivolge la sua Parola. Si è innalzati insomma al rango di interlocutori di Dio, quando Egli ci rivolge la sua Parola, e in certo senso resi simili a Colui che ci parla. Da qui Egli compie un secondo passaggio dimostrativo, per coloro che volevano le dimostrazioni verbali: "a Colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio?" (v. 37). Se sono dèi, figli dell'Altissimo (cfr. Sal 82,6), coloro ai quali Dio rivolge la sua Parola, a maggior ragione può dire di esserlo Colui che Dio ha consacrato - allusione all'unzione messianica - e mandato nel mondo. Con queste parole, Cristo risponde in modo chiaro e inequivocabile alla domanda iniziale: "Se tu sei il Cristo (ovvero l'Unto, il Consacrato) dillo a noi apertamente" (v. 24). Qui Egli definisce se stesso come "Colui che il Padre ha consacrato". Essendo stato consacrato con l'unzione dello Spirito, sarà Lui che battezzerà i suoi discepoli nello Spirito (cfr. 1,33). Le sue dichiarazioni trovano riscontro nelle sue opere, che manifestano l'amore fedele di Dio, instancabile servitore della vita, ai cui occhi è "buono" tutto ciò che esce dalle sue mani. Le opere compiute insieme al Padre, e da parte del Padre, sono comunque l'ultima dimostrazione offerta da Cristo: "se non volete credere a Me, credete almeno alle opere" (v. 38). La sua affermazione di essere il consacrato del Padre e l'inviato è dimostrata da gesti particolari, appunto i segni messianici, che nessuno è in grado di fare, neppure il demonio. Ciò sarà sommamente chiaro con la risurrezione di Lazzaro: Satana può compiere molte cose straordinarie agli occhi dell'uomo, ma non può richiamare in vita un morto, ricomponendo le sue carni disfatte. Questa opera è attribuibile unicamente al Creatore. Chi non lo fa è in cattiva fede o non è sano di mente. L'argomentazione di Gesù termina con una dichiarazione solenne: "sappiate e conosciate che il Padre è in Me e Io nel Padre" (v. 38). Le sue parole toccano ancora una volta il mistero trinitario: il Padre e il Figlio sono distinti, eppure eternamente compresenti l'uno nell'altro. In virtù di questa compresenza, le opere di Gesù sono opere del Padre; il Gesù storico le compie come uomo, mentre il Verbo le innalza a valore infinito, perché sono opere al tempo stesso divine e umane.La discussione ha un epilogo negativo. I farisei tentano di nuovo di catturarlo, ma Egli sfugge alla loro presa, perché la sua ora non è giunta. Quando verrà l'ora stabilita dal Padre, Egli si consegnerà liberamente nelle loro mani.
vv. 40-42
Finita la disputa coi farisei e i dottori della Legge, Gesù si allontana al di là del Giordano. Compie insomma il suo esodo di liberazione aprendo la strada verso la terra promessa al popolo che crede in Lui. Il passaggio del Giordano, che ricorda quello di Giosuè, quando introduce Israele nella Palestina, viene compiuto da Gesù in senso contrario: Egli esce dalla terra promessa, appunto perché è un'altra la terra che Egli donerà al suo popolo. Cristo si lascia dietro le spalle tutto ciò che si riferisce all'antica alleanza: Gerusalemme, le istituzioni, il Tempio, l'interpretazione rabbinica delle Scritture, la terra promessa. L'esodo di liberazione guidato da Gesù, avrà come meta non un luogo geografico determinato ma la Persona divina del Padre (cfr. Gv 13,1). Cristo si reca dove Giovanni battezzava e dove Lui stesso era stato battezzato all'inizio del suo ministero; è come se si chiudesse un ciclo e si ritorna così al punto di partenza. Cristo è di nuovo, come all'inizio, fuori dei confini di Israele. Questa volta egli vi rimane: "e qui si fermò" (v. 40). L'uscita di Gesù dalle istituzioni giudaiche è irreversibile: vi si è calato per condurle con Sé verso il nuovo esodo di liberazione, verso la conoscenza del Padre e la nuova creazione. Il suo invito è caduto nel vuoto ed Egli se ne va. Esce dai confini di Israele e vi rimane. La sua missione verso il popolo eletto è finita. Ora mancano soltanto gli eventi finali della Pasqua, e solo per questo vi ritornerà: per suggellare il nuovo esodo con la sua morte. Intanto comincia a esistere la comunità del nuovo esodo: "Molti andarono da Lui". Questi che vanno da Lui si lasciano dietro le spalle la Gerusalemme terrena e si incamminano con Cristo verso la Gerusalemme celeste, meta del nuovo esodo. Per aderire a Cristo d'ora in poi bisogna superare il Giordano, ovvero le speranze di liberazione umana. In essi però permane il ricordo del Battista, come colui che ha annunciato la venuta di Cristo, ma non ha compiuto nessun segno; infatti, solo Cristo può offrire i segni messianici come proprie credenziali non umane. Infatti, il battesimo di Giovanni era solo di acqua, a differenza del battesimo di Cristo, che avviene nello Spirito

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