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vv.
1-2
Il racconto si apre con una determinazione cronologica: "Tre giorni
dopo". Viene perciò spontaneo chiedersi: dopo che cosa?
Va ricordato che l'evangelista si era collegato al racconto della creazione
fin dal prologo. Qui egli riprende tale collegamento, lasciando trasparire
la sua concezione dell'uomo: la creazione dell'uomo, così come
è uscito dalle mani di Dio nel sesto giorno, non è ancora
completo senza il dono dello Spirito, che sarà effuso dal Messia
crocifisso. L'allusione al terzo giorno - che aggiunto ai precedenti
dà una sequenza di sei giorni: 1,29; 1,35, 1,43 - sta ad indicare
il giorno delle nozze di Cana, sesto delle sequenza; infatti, proprio
in esso Gesù segna l'inizio della sua opera in coincidenza con
il giorno sesto della creazione. Il Messia dà allora inizio al
suo ministero pubblico nello stesso giorno in cui Dio aveva finito la
sua opera: il sesto giorno. Cana rappresenta dunque il collegamento
e la continuazione della creazione originaria, e al tempo stesso anche
l'anticipazione nel segno del vino dell'ora del Messia. Inoltre, il
riferimento al terzo giorno, richiama la rivelazione sinaitica, dove
la teofania si verifica appunto nel terzo giorno (cfr. Es 19,16). Il
miracolo di Cana si collega allora al dono della Torah, che nella nuova
alleanza diventa l'effusione dello Spirito, ossia la legge interiore
impressa nel cuore dei credenti.A Cana si ha dunque il primo segno dell'attività
del Messia, e la "Madre" è presente, così come
lo sarà alla fine, sotto la croce. Dal punto di vista narrativo
dobbiamo notare che Maria emerge sopra tutti gli altri personaggi del
racconto, i quali rimangono sullo sfondo, in un piano secondario. Notiamo
che Giovanni dice subito che "Maria era lì", mentre
Gesù e i suoi discepoli erano "invitati" (secondo i
vangeli apocrifi Maria è la zia dello sposo). Il gruppo apostolico
non è integrato nella scena delle nozze; Gesù stesso ha
la posizione del semplice invitato (cfr. v. 2). Infatti, quella festa
di nozze, nella simbologia del racconto, rappresenta l'antica alleanza
stipulata con la mediazione di Mosè. Il fatto che venga a mancare
il vino, significa che l'antica alleanza non è in grado di mantenere
fino in fondo la sua promessa di condurre il popolo all'incontro con
Dio. L'antica alleanza è indicata in molti modi. Le idrie hanno
nel racconto proprio la funzione di richiamare le prescrizioni della
legge mosaica. Esse sono elementi richiesti dall'antica alleanza; l'evangelista
ci dice anche la motivazione della loro presenza: "erano lì
per la purificazione dei Giudei". Si tratta di una esigenza radicata
nella legge di Mosè. Ma il precetto di purificazione è
destinato ad essere superato dalla nuova alleanza che ha Cristo come
mediatore. L'atto di Gesù di trasformare l'acqua in vino, proprio
a partire dalle idrie, sta ad indicare che l'antica alleanza non viene
soppressa ma rinnovata nei suoi significati basilari e arricchita di
nuove prospettive (l'acqua, simbolo dell'antica alleanza, viene trasformata
in vino, simbolo dell'alleanza nuova stipulata nel Sangue di Cristo
e nel suo Spirito).
v. 3
Maria dice a Gesù: "non hanno più vino". Come
si vedrà più avanti, Maria qui rappresenta quel resto
di Israele che ha conservato la fede e che ancora è capace di
aspettare l'intervento salvifico di Dio. In Maria, Israele prende le
distanze dall'antica alleanza per prepararsi ad aderire alla nuova.
Per questo ella dice "non hanno più vino", e non dice
"non abbiamo più vino". La legge mosaica, che ha perduto
la forza di unire Dio e l'uomo, adesso deve cedere il passo a un'altra
legge e a un altro mediatore. Maria si sente già distante rispetto
a un ordinamento sorpassato.L'evangelista esprime il rivolgersi della
Madre a Gesù con la locuzione greca pros auton; questa espressione
è la stessa utilizzata da Giovanni per descrivere l'attitudine
del Verbo verso il Padre nel prologo, e indica anche una intensità,
un'enfasi, talvolta qualcosa di urgente che spinge qualcuno a rivolgersi
ad un altro. Una intensità di rapporto che è la stessa
del Logos nei confronti di Dio (cfr. Prologo: v. 1) e che si replica,
al v.3, in Maria nei confronti di Gesù. Se così non fosse,
non capiremmo perché l'evangelista usi un'altra costruzione quando
Maria si rivolge ai servi (v. 5: con il dativo, molto più ordinaria
e che non vuole sottolineare alcuna enfasi). L'intervento di Maria,
secondo il piano narrativo, è motivato dalla mancanza di vino
e anche questa osservazione, inquadrata nella prospettiva dell'antica
alleanza, allude al fatto che in essa manca qualcosa. Nell'AT il vino
ricorre nei contesti di gioia (cfr. Sal 104,15). Il vino viene a specificare
anche una particolare gioia: quella la gioia che gli sposi provano nell'amarsi
(Cantico dei Cantici 4,10). Nella grande apocalisse di Isaia il vino
rappresenta la gioia del banchetto escatologico, che è caratterizzato
dalla eccellenza del vino (Is 25,6), e a Cana c'è un accenno
evidente proprio all'eccellenza del vino conservato fino all'ultimo.Le
nozze tra Israele e Dio, celebrate al Sinai, sono dunque prive di qualcosa
di essenziale; se il vino - come abbiamo osservato - nell'AT rappresenta
la gioia dell'intimità sponsale, allora la mancanza del vino
a Cana è simbolo di una insufficienza: la legge mosaica non è
capace di introdurre l'uomo a una vera e profonda comunione con Dio,
facendogli gustare l'intimità sponsale con Lui. Il Messia ovvierà
a tale incompiutezza.Maria fa parte dell'antica alleanza, è infatti
la figlia di Sion che attende il compimento delle promesse, ma pur facendone
parte ne esce fuori; nel momento in cui riconosce il Messia, prende
le distanze dalle nozze dell'antica alleanza: "non hanno più
vino". Possiamo dire che la sua figura personifica le attese messianiche
dell'antico Israele che si mantiene fedele. In conclusione: Maria personifica
le attese messianiche di Israele emergendo dall'antica alleanza, e al
tempo stesso prendendone le distanze; così ella si costituisce
come nuovo popolo nell'atto di riconoscere in Gesù il Messia
che realizza l'incontro escatologico con Dio.
v. 4
Alla luce delle cose dette, ci chiediamo nel v. 4 come convenga tradurre
l'espressione un po' strana di Gesù: "che c'è tra
me e te o Donna?", che letteralmente suonerebbe "che cosa
a me e a te, o donna?". Una espressione questa di chiaro stampo
semitico. Il senso possibile, nella consuetudine del parlare semitico
sarebbe: "Che cosa interessa a me e a te, o donna?". In continuità
con la lettura simbolica dell'antica e della nuova alleanza del versetto
precedente, non sarebbe sbagliato intendere così: all'Israele
personificato in Maria, il Messia suggerisce di prendere le distanze
dal suo passato, prima che intervenga il Messia stesso a creare cose
nuove. L'attesa della novità prodotta dal Messia, deve in sostanza
essere preceduta da un allontanamento del cuore dalla cose del passato.Un
altro problema è il fatto che Gesù, nella sua risposta,
si rivolga a Maria chiamandola "donna". L'appellativo gynai
(donna) con cui il figlio chiama la madre è inconsueto e apparentemente
poco rispettoso. Con questo appellativo Maria si dispone però
a ricevere nuovi significati simbolici.Nella letteratura giovannea,
e precisamente in Apocalisse 12, troviamo una identificazione tra la
donna e il popolo: il segno grandioso che appare in cielo, la donna
vestita di sole, rappresenta infatti il popolo di Dio. Dall'altro lato
dobbiamo notare pure che, se il Messia invita il resto fedele a prendere
le distanze dall'AT, con la medesima frase Gesù prende le distanze
da sua Madre, o più precisamente dai suoi diritti materni nei
confronti di Lui in quanto figlio. Maria gli chiede un miracolo, ma
l'inizio dei segni messianici non può essere determinato dalla
Madre: "l'ora" del Messia è decisa dal Padre, e in
essa sarà svelata la gloria di Dio. Gesù si presenta a
Cana come il dispensatore dei doni escatologici, il dispensatore della
benevolenza gratuita e dell'amore di Dio (vino nuovo - banchetto sponsale).
In ogni suo miracolo, nel IV vangelo, Gesù rivelerà la
gloria del Padre. In questo caso, Gesù manifesterà in
anticipo, nel segno del vino, la gloria di Dio, che Egli svelerà
sul Golgota nell'effusione dello Spirito.Gesù, dunque, svolge
la sua opera all'interno di un tempo stabilito dal Padre, e l'anticipazione
dell'ora sua non consiste nell'anticipare i tempi del Padre; semmai,
il senso di una anticipazione dell'ora va colto all'interno del libro
dei segni: il segno di Cana anticipa nel segno quello che sarà
realizzato nella realtà della sua morte.
v. 5
In questo versetto troviamo un altro indizio che ci autorizza a leggere
in chiave simbolica la figura della Madre. La frase di Maria "fate
quello che vi dirà", richiama il libro dell'Esodo, dove
il popolo di Israele, alle falde del Sinai, fa la sua professione di
fedeltà alle parole di Dio: "Il popolo rispose: Quanto il
Signore ha detto, noi lo faremo" (Es 19,8). L'evangelista stabilisce
un parallelismo: da un lato Israele, nella sua fase di costituzione
come popolo, quando promette fedeltà alle dieci parole, che hanno
per Israele valore normativo; dall'altro Maria, che fa da eco a questo
atteggiamento, professando la necessità dell'adesione alle parole
pronunziate da Dio nel Figlio. La parola di Gesù, nella prospettiva
dell'evangelista, è dunque sullo stesso piano della parola originaria
del Sinai.Quindi Maria dà voce alla professione di fedeltà
del popolo. Notiamo che, nel racconto dell'Esodo, l'ubbidienza di Israele
non pone condizioni alla parola di Dio, anche se tale ubbidienza è
professata ancora prima che la legge del Sinai sia rivelata. Lo stesso
fatto si riscontra nella professione di fedeltà di Maria: occorre
fare tutto quello che Gesù dice, ma Gesù non ha ancora
detto nulla. L'unica cosa che Maria sa in questo momento è un
dato di fede: l'accoglienza della Parola può riempire in modo
sovrabbondante l'insufficienza umana. In linea con questa lettura simbolica
i servi, accanto a Maria, personificano l'ideale del discepolato, cioè
l'adesione perfetta alla Parola originaria.
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