"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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v. 6
Questo versetto interrompe il dialogo che aveva coinvolto Maria, Gesù e i servi. Il v. 6 spezza quindi l'andamento dialogico del brano e introduce una descrizione che ha come oggetto le idrie: "c'erano lì sei idrie di pietra". Queste idrie polarizzano l'attenzione del narratore che, interrotto il dialogo, le descrive con cura; il fatto stesso di questa descrizione dettagliata ci induce a pensare che esse abbiamo un ruolo ben preciso all'interno del contesto. Il narratore le descrive nei minimi particolari: ci dice quante sono, come sono, che cosa contengono, in quale misura, a che cosa servono. Se esse non avessero un significato preciso, non avrebbe certamente alcun senso descrivere con tanta accuratezza quello che era in fondo un arredamento normale in un contesto di nozze:Le idrie sono lì (ekei): avverbio che indica il loro esserci, la loro presenza nel cuore dell'antica alleanza. Esse sono di pietra: Taluni esegeti hanno pensato di leggere questo particolare come una allusione alla Legge, scritta su tavole di pietra; questa prospettiva è accettabile se pensiamo che quell'acqua si trasformerà in vino. L'acqua lava l'esterno, mentre questa trasformazione in vino potrebbe essere il segno della legge dello Spirito Santo, che viene impressa nel cuore, e non tocca solo l'esterno (acqua) come la legge antica.Un altro collegamento sarebbe quello di vedere la legge di Mosè come incapace di lavare l'interno, ma solo l'esterno. La legge di Mosè produce nell'uomo il senso del peccato, ma non lo libera da esso (pone cioè l'umanità in uno stato di colpevolezza), di conseguenza questo continuo richiamo all'indegnità produce un rapporto con Dio mediato da riti che esigono una continua purificazione. C'è insomma come un'ossessione giuridica, che rivela un sistema religioso imperfetto, in quanto costituisce un rapporto con Dio senza l'amore; dai precetti relativi alla purificazione rituale, emerge infatti una immagine di Dio non paterna, ma solo forense, di legislatore e di giudice. Questo sistema non è capace quindi di rivelare l'amore di Dio. La legge mosaica, in definitiva, non è un mezzo per arrivare a Dio, ma è un codice che genera solo la conoscenza del peccato; così, alle nozze di Cana, l'acqua della legge mosaica, incapace di purificare interiormente, deve essere cambiata con la legge dello Spirito, che purifica l'uomo dall'interno, come il vino che entra nelle viscere e dà un'ebbrezza, un modo diverso di vedere la realtà circostante.
- Le idrie sono sei: numero che indica incompletezza, o imperfezione, in quanto si oppone al sette (simbolo di pienezza). In Giovanni il numero sei si ritrova in diversi contesti con questa medesima valenza di incompletezza: nelle feste giudaiche: il IV vangelo registra in tutto sei feste (3 pasque), una festa di cui non ci viene detto il nome (5,1), poi la festa delle Capanne e la festa della dedicazione del Tempio. Si tratta di un numero che indica la loro provvisorietà, in quanto stanno per essere sostituite dal nuovo ordinamento dell'era messianica. Il numero sei delle idrie indica la loro insufficienza nel produrre nei credenti una reale purificazione. La vera purificazione operata dall'interno sarà invece prodotta dal sangue di Cristo, ovvero attraverso il vino offerto come dono del Messia. Il vino di Cana è il Sangue che purifica e nello stesso tempo rivela l'amore di Dio: lo Spirito si sostituisce alla legge esterna che opprime l'uomo, facendolo sentire irrimediabilmente indegno e rendendo così più difficile la conoscenza di Dio come Padre. Con il dono del vino, Cristo rivela un amore nuovo, toglie la mediazione della legge antica e mette i credenti in rapporto diretto con Dio nello Spirito.
v. 7
Le idrie vengono riempite fino all'orlo e ciò indica la sovrabbondanza del dono escatologico della salvezza donata da Dio in Cristo. Inoltre le idrie, segno dell'antica alleanza, vengono prese da Gesù come materia dell'anticipazione dell'ora e della sua grazia. L'antica alleanza, almeno nelle sue esigenze fondamentali, viene trasformata senza essere eliminata dal progetto di Dio. Infatti, le sue strutture portanti, come il Decalogo, restano valide, ma da ora in poi saranno vissute nello Spirito. L'antica alleanza continua ad esistere nelle sue esigenze fondamentali, ma viene cambiata al suo interno; mentre prima dava solo il senso del peccato ma non la liberazione da esso, adesso, al suo interno, viene inserita una forza nuova, vale a dire, l'energia pneumatica della nuova alleanza, che è lo Spirito.A Cana si annuncia nel segno la realizzazione di ciò che nell'antica alleanza era solo immagine e figura.
vv. 8-9
Dal punto di vista narrativo dobbiamo considerare il v. 8 come un versetto di transizione. Viene introdotto un personaggio che prima non era presente: il maestro di tavola.Il miracolo del mutamento dell'acqua non è descritto nel suo svolgersi, ma è presentato di riflesso attraverso la reazione del maestro di tavola, che non è in grado di riconoscere l'origine del dono messianico. La sua prima reazione è quella di non sapere la provenienza del vino. L'avverbio "da dove" (greco: poten estin) nel vangelo di Giovanni ricorre molto spesso e quasi sempre in riferimento all'identità di Gesù e alla possibilità di riconoscerlo (es.: poten estin è usato a proposito del vino a Cana, ma anche in 7,27 a proposito del Messia e della possibilità di riconoscerlo, perché quando il Messia verrà non si saprà di dove è. La medesima forma è presente anche in 8,14.Il vino di Cana, come per l'identità del Messia, "non si sa di dov'è". Si associa così al mistero di Cristo e appare come quindi un dono escatologico. Il dono del Messia è un amore nuovo, che nasce tra Dio e Israele, un amore che esiste come incontro senza precetti esteriori, e con una legge impressa nella coscienza umana. E' chiaro che qui l'allusione va al dono dello Spirito che come il vino penetra dentro l'uomo. L'alleanza nuova viene dipinta così mediante due figure interscambiabili: il vino e lo Spirito; cioè: il dono escatologico (lo Spirito Santo, che verrà dato in quell'ora del Golgota) e il vino che lo anticipa nel segno.Lo Spirito viene a completare l'opera del creatore. Il maestro di tavola non riconosce il dono messianico (non sa di dove è) "però i servi lo sapevano". Cioè coloro che hanno risposto positivamente all'invito di Maria: "fate quello che vi dirà".Qui troviamo anche una opposizione tra il maestro di tavola, che nel ruolo di guida non sa, e i servi, che invece sanno. Si può vedere attraverso queste due figure contrapposte il conflitto - descritto nel prologo - tra le tenebre e la luce, che nel ministero pubblico di Gesù si concretizza nel rifiuto di Lui da parte della classe dirigente. Il popolo, rappresentato a Cana dai servi, non avrà difficoltà a vedere in Gesù il Messia atteso. La classe dirigente continuerà a ignorare l'identità di Gesù, come il maestro di tavola fa col vino della nuova alleanza. Il maestro di tavola chiama in causa lo sposo per complimentarsi con lui. Per il vangelo di Giovanni il termine sposo è applicato in senso proprio solo a Cristo. Quella festa di nozze, una volta trasformata l'acqua dentro le idrie, diventa annuncio e profezia delle nozze di Cristo.
v. 10
Il maestro di tavola conosce bene solo l'antico ordinamento e dietro l'espressione usata dal maestro di tavola nei confronti dello sposo "tu hai conservato il vino buono fino ad ora" c'è una allusione alla graduale evoluzione del piano di Dio. "Fino ad ora" è un'espressione che indica l'inizio della nuova alleanza. L'ora verso cui tende tutto il vangelo di Giovanni è il dono dello Spirito effuso dalla croce, che a Cana - come si è detto - viene anticipato nel segno della trasmutazione dell'acqua.Il maestro di tavola, senza saperlo, allude al momento in cui lo Spirito, tenuto in serbo da Dio fino all'ora di Cristo, viene effuso dalla croce sulla creazione.
v.11
Dal punto di vista narrativo qui il racconto si interrompe: il narratore a questo punto si rivolge direttamente al lettore per offrirgli una chiave interpretativa dell'episodio. Non potremmo dire che Cana è il primo segno compiuto da Gesù, se non fosse lo stesso evangelista a dircelo; si tratta insomma di un prototipo di una serie di segni che seguiranno."Manifestò la sua gloria": la rivelazione della gloria richiama Es 24,17, dove si rivela la gloria di Dio ad Israele. Il narratore intende ovviamente inserire il segno di Cana in una linea teofanica che parte da Es 24,17.
La gloria del Dio del Sinai è presente nell'uomo Gesù di Nazareth, e si manifesta fin dall'inizio della sua attività fino alla rivelazione finale che è quella della croce. La rivelazione della gloria conduce i discepoli ad una più profonda intelligenza della sua Persona.Cana è una tappa reale del cammino storico di Gesù, che però si riempie anche di una valenza simbolica. L'evangelista definisce Cana come "primo" segno del Messia. Il secondo segno comparirà in 4,46. Gesù rivela la gloria di Dio che è connessa ai segni messianici. Tuttavia non tutti possono vederla: per essere vista, si ha bisogno di uno sguardo particolare: quello del discepolo. La gloria, infatti, nel vangelo di Giovanni si manifesta attraverso una apparenza umile; Gesù, anche quando compie i suoi miracoli più grandi, è sempre presentato in termini profondamente umani, senza pose solenni. Ma lo sguardo del discepolo attraversa le apparenze per contemplare la gloria di Dio. A Cana Gesù non si trasfigura. L'evangelista ci dice però che i discepoli contemplano la sua gloria, e solo di essi si dice che credettero in Lui, mentre il maestro di tavola "non sa di dov'è".

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