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v13.
Si menziona qui la prima delle tre Pasque che Gesù trascorre
a Gerusalemme. L'evangelista la presenta con un'espressione che dice
tutto il suo distacco: "la Pasqua dei Giudei". Anche successivamente
Giovanni userà la medesima dicitura. Ormai l'unica Pasqua che
lui conosce è quella di Cristo. Ad ogni modo, ogni festa solenne
celebrata in Gerusalemme scatenerà un conflitto tra Gesù
e i sommi sacerdoti.
vv. 14-16
"Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi". Il versetto
è caratterizzato da una tremenda stonatura: nel Tempio Gesù
non incontra gente che cerca Dio, ma incontra dei mercanti, ciascuno
intento a ricavare un qualche vantaggio personale dall'esistenza del
Tempio e dalle sue attività. Da questa descrizione emerge l'immagine
di un culto ipocrita, contro cui Cristo si scaglia con violenza non
solo verbale: "Fatta una sferza cacciò fuori tutti
rovesciò i banchi dei cambiavalute". Dietro questo apparato
commerciale installato nel Tempio, non c'è però solo il
culto svuotato di contenuto, ma anche lo sfruttamento dei poveri, i
quali sono costretti a versare denaro per poter offrire sacrifici e
riconciliarsi con Dio. Così ci spieghiamo la manifestazione di
un'ira che Cristo non esprimerà più in questi termini.
Avrà certo parole durissima per gli scribi e i farisei, ma questo
episodio del Tempio è davvero unico nel suo genere. Cristo indica
chiaramente anche la fonte della sua autorità: "Non fate
della casa del Padre mio". Gesù agisce qui come Figlio in
senso esclusivo. Il suo gesto così drastico tende a ripristinare
la vera immagine di Dio. Infatti, il popolo è ormai assuefatto
a ricevere dal Tempio l'immagine di un Dio avido che fa pagare a caro
prezzo il suo favore. Sulle labbra di Gesù, il Dio di Israele
torna a presentarsi come il Padre. Questo fatto ha anche un notevole
valore ecclesiale: inevitabilmente dalle nostre comunità emana
un'immagine di Dio. E' proprio dall'immagine di Dio emanata dalla comunità
cristiana che molti arrivano rapidamente a conoscere il Padre, oppure
vi arrivano in ritardo, o addirittura finiscono per rifiutare quel Dio
rappresentato dalla comunità con tratti deformati. Ma, non conoscendo
il suo vero volto di Padre, essi pensano che Dio sia quello che falsamente
è stato loro rappresentato. La preoccupazione primaria di Gesù,
più che allontanare i mercanti è proprio questa: ripristinare
la vera immagine di Dio, che l'apparato istituzionale del Tempio ha
ormai gravemente deformato agli occhi del popolo. Questa immagine deformata
allontana gli uomini da Dio.
vv. 17-18
In questi due versetti vengono descritte due reazioni diverse: quella
dei discepoli e quella dei giudei. I discepoli collegano il suo gesto
al Salmo 69,10, anche se vi si possono riferire tutti i testi profetici
sulla purificazione del Tempio. Ad ogni modo, i discepoli vi scorgono
un gesto regale, una delle prime manifestazioni di quella liberazione
di Israele che essi concepiscono ancora in senso terrestre. Dall'altro
lato, i giudei esigono un segno di convalida dell'autorità di
Gesù e questo già dimostra la natura del loro atteggiamento:
essi si ritengono padroni del luogo sacro e non accettano gli interventi
carismatici di un profeta. Pensano di avere il monopolio del sacro al
punto da estromettere Dio stesso dalla gestione del Tempio. Chiedendo
un segno di convalida essi intendono dire che nessuno all'infuori di
loro può convalidare un gesto autoritativo compiuto nell'area
del Tempio. Questo rischio è continuamente risorgente in ogni
esperienza cristiana: istituzionalizzare troppo bene la fede al punto
tale da impadronirsene e estromettere lo Spirito di Dio. Il segnale
più preoccupante di questo fenomeno è il giuridismo, la
tendenza ad accapigliarsi sulle cose secondarie trascurando quelle essenziali,
ossia l'eccessivo zelo più per i precetti da osservare che per
la crescita della persona nella santità. Così tra i pastori
spesso ci si preoccupa di più dei servizi che i battezzati devono
rendere, e meno della formazione della loro coscienza cristiana.
vv. 19-22
La risposta di Gesù risulta incomprensibile ai suoi interlocutori:
"Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere".
La parola greca utilizzata da testo (naos), però, non descrive
il Tempio di Gerusalemme, bensì la tenda del convegno che accompagnava
gli israeliti nel deserto. Infatti Gesù, come nota l'evangelista,
non sta parlando del Tempio ma della divina Presenza garantita nel mondo
da Lui stesso, a partire dalla sua Incarnazione. Qui viene anche data
la risposta alla loro richiesta (v. 18) del "segno" che accrediti
Gesù come Messia. Il "segno" dato al mondo come convalida
della sua divinità è la sua risurrezione dai morti. I
Sinottici ne parlano con la definizione "segno di Giona" (cfr.
Lc 11,29 e par.), ma è la stessa cosa. I tre giorni necessari
per la ricostruzione, alludono infatti al tempo che intercorre tra la
morte e la risurrezione. Così il vero Tempio che garantisce la
Presenza di Dio nel mondo, viene definitivamente ricostruito. Non sarà
però un Tempio da intendersi come edificio murario, bensì
un luogo di incontro con Dio, costituito dal Corpo del Cristo risorto,
ossia la sua comunità. Ma i discepoli capiscono queste parole
solo dopo la sua risurrezione.
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