"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 22-24

Dopo la denuncia compiuta nel Tempio e il dialogo col sinedrista Nicodemo, Gesù lascia Gerusalemme e si dedica, insieme ai suoi discepoli, a evangelizzare il territorio della Giudea. Nei primi atti del ministero di Gesù, sembra che avesse ancora un certo spazio il battesimo come rito penitenziale, analogamente alla pratica del battista. E’ evidente che nel suo insegnamento a Israele, Cristo ha rispettato una giusta gradualità e si è adeguato alla consuetudine nelle fasi iniziali, per poi indicare un nuovo battesimo di rigenerazione mediante lo Spirito.

vv. 25-26

In questo contesto sorge una discussione, tra i discepoli del battista, a proposito dei riti di purificazione. Appare subito evidente che non tutti i discepoli del battista avevano colto il suo messaggio; vale a dire, che egli aveva solo la missione di preparare la manifestazione del Messia e poi scomparire. Nella controversia sui riti di purificazione, si presenta l’occasione di riaffermare che il discepolato nei confronti del battista è un’esperienza religiosa transitoria e non definitiva. I  suoi stessi discepoli, dovranno capire che, al tempo opportuno, si renderà necessario per tutti loro un passaggio al discepolato di Cristo, se vorranno entrare nel regno di Dio. Buona parte dei suoi discepoli mostrano qui di non aver capito ancora il vero ruolo del battista e per questo si recano da lui con una certa indignazione, al pensiero che Gesù, insieme ai suoi discepoli, battezza tanta gente che accorre a Lui. Sembra quasi che considerino Gesù come un rivale del battista, come uno che gli ruba i penitenti. Dobbiamo notare che l’attività battesimale di Giovanni battista e quella di Gesù, vengono descritte in ordine inverso: del battista si diceva che tutti accorrevano a lui e venivano battezzati, mentre di Gesù si dice che: “sta battezzando e tutti accorrono a Lui” (v. 26). Ciò significa che l’attività del battista si conclude con l’amministrazione del battesimo di penitenza, mentre l’attività di Gesù, iniziando con un atto penitenziale, si conclude con una adesione alla sua Persona. In sostanza, mentre l’obiettivo del battista è quello di suscitare il pentimento e la conversione, l’obiettivo di Gesù è quello di attrarre l’umanità a Sé.

v. 27

La risposta di Giovanni è di altissimo valore sapienziale: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo”. Ai suoi discepoli, che quasi sono gelosi del fatto che Cristo riceva dalla gente più consensi di Giovanni, egli risponde innanzitutto che le disposizioni di Dio vanno accolte così come sono. Se una folla più numerosa accorre a Cristo, ciò avviene perché il cielo ha disposto così. E l’uomo non deve fare nulla contro le disposizioni del cielo. Rischierebbe infatti di trovarsi a combattere contro Dio. Nessuno di noi può quindi pretendere di afferrare qualcosa che Dio non intende dargli. Il battista stesso, nel suo ruolo irripetibile di precursore, è bene attento a non valicare i confini che Dio ha posto alla sua vocazione, e perciò si ritrae sapientemente per non oltrepassare la giusta misura. Inoltre, l’espressione “se non gli è stato dato dal cielo”, è usata dal battista in riferimento al “segno” che gli era stato dato da Dio per identificare il Messia: “l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito” (1,32). Lo Spirito “scende” dal cielo fermandosi sull’uomo celeste. In forza dello Spirito che dimora in Lui, Dio gli dà in potere le moltitudini. Il battista non ha la pienezza dello Spirito né è in grado di comunicarlo mediante il battesimo; perciò afferma onestamente di non potere assumere un ruolo superiore alle sue possibilità.

vv. 28-29

Il battista deve rammentare ai suoi discepoli che la sua testimonianza è sempre stata questa e non è mai cambiata: egli deve solo preparare la via al Messia e poi scomparire; i suoi stessi discepoli dovranno accettare di lasciarlo, quando il tempo messianico sarà scoccato. Infatti “chi possiede la sposa è lo sposo”; secondo le immagini diffuse nel profetismo biblico, la sposa è figura di Israele, mentre lo sposo è Yahweh. In altre parole, se Cristo prende con Sé la sposa è perché essa gli appartiene, e nessun altro può sposare l’umanità, se non Lui. Il battista si sente in dovere di rimpicciolire la propria figura nella coscienza dei suoi discepoli, perché essi sappiano che i tempi nuovi iniziano solo col Messia, a cui spetta la sposa. Non è infatti casuale che proprio in una festa di nozze Cristo abbia dato il primo segnale della sua divinità, indicando al tempo stesso la prossimità del proprio matrimonio, ossia l’instaurazione del Regno mediante il dono dello Spirito. Il ruolo corretto, veramente appropriato, in cui il battista può calarsi oramai è quello di “amico dello Sposo”; nelle consuetudini ebraiche l’amico dello sposo era colui che curava personalmente la preparazione delle nozze e del trattenimento. Il battista è insomma colui che prepara i festeggiamenti, ma non è il festeggiato. Non è difficile scorgere, dietro la definizione dei limiti del ruolo del battista, ancora una volta, la teologia della predicazione. Il ruolo del battista è sostanzialmente ereditato dalla predicazione apostolica e, più in generale, dalla testimonianza cristiana. Nel nostro annuncio del Vangelo, come pure nel nostro molteplice servizio alla Chiesa, occorrerà sempre mantenere ferma, con grande lucidità, la consapevolezza che noi siamo soltanto coloro che “preparano” i festeggiamenti, senza mai scambiare il nostro ruolo con quello del festeggiato, il vero e unico Sposo.  Dietro la menzione della voce dello Sposo, ci sembra di ravvisare l’eco delle parole del profeta Geremia: “Farò cessare nei paesi di Giuda e nelle strade di Gerusalemme la voce dello sposo e la voce della sposa” (7,34); a cui lo stesso profeta aggiunge una promessa alcuni capitoli più avanti: “si udranno ancora la voce dello sposo e la voce della sposa” (33,11). Se il battista può udire la voce dello sposo ed esserne pieno di gioia, ciò significa che la promessa di Geremia si è realizzata: Dio ha liberato Gerusalemme dalle sue desolazioni. La voce dello sposo che risuona in Gerusalemme è il segnale di una nuova alleanza ormai vicina. Notiamo che fin qui risuona solo la voce dello sposo, mentre la voce della sposa ancora non risuona; infatti, lo Spirito non è ancora stato effuso sulla sposa, e per questo essa ancora non ha voce. La voce della sposa risuonerà nel giardino della tomba vuota (cfr. cap 20), dove la comunità cristiana, rappresentata da Maria Maddalena, risponderà con la sua voce all’appello dello sposo: “Maria, Rabbuni” (20,16). La voce dello sposo, in seno alla comunità cristiana, si concretizza nei segni del Risorto. Il battista si dimostra capace di coglierli prima ancora che esista il primo nucleo della comunità cristiana. Anche lui si raffigura in una “voce”, ma essa risuona nel deserto e non nella città (cfr. Geremia 33), e comunque il suo grido cessa del tutto nel momento in cui comincia a udirsi in Gerusalemme la voce dello sposo. La realizzazione della profezia di Geremia, indica che il tempo è compiuto per la nuova alleanza, che sarà stipulata nella forma di una festa di nozze, appunto le nozze dell’Agnello. Con la presenza personale dell’Agnello si chiude l’epoca dei profeti dell’AT, il cui ultimo della serie è lo stesso Giovanni battista. Per questo Giovanni è felice che la voce dello Sposo prenda il posto della sua.

vv. 30-32

Il battista esprime tale consapevolezza con delle parole estremamente dense: “Egli deve crescere e io invece diminuire”. Successivamente, si comprende bene come il battista non intenda compiere un raffronto ristretto a due personaggi (se stesso e il Messia); nelle parole del battista, Cristo si innalza verso una posizione di assolutezza: “Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti”, vale a dire: al di sopra di tutti gli inviati di Dio venuti prima di Lui. Il ruolo effettivo del battista non è l’unico posto sotto giudizio. E sembra che la differenza specifica tra Gesù e tutti gli altri venuti prima di Lui consista proprio in questo: solo Lui viene “dall’alto”, e in forza di questa sua origine – affermata peraltro già nel  Prologo – Egli è “al di sopra di tutti”. Tutti i profeti dell’AT, infatti, pur essendo degli inviati di Dio, non venivano dall’alto ma dal basso. Erano cioè semplici uomini, anche se dotati di un particolare carisma. La realtà di Cristo è invece di tutt’altra natura. Egli parla delle cose celesti sulla base di una conoscenza diretta, cosa che manca e mancherà sempre a qualunque profeta.L’allusione poi a un insegnamento circa le cose celesti dato in forza dell’esperienza diretta, intende anche sottolineare la differenza più fondamentale con l’antica alleanza: Mosè, mediatore di essa, non ebbe mai alcuna visione diretta di Dio o delle cose celesti, pur avendolo desiderato (cfr. Es 33,18-20). Mosè ha solo “trasmesso” ciò che ha ricevuto, Cristo invece “rende testimonianza” della sua personale realtà di Figlio unigenito, conoscitore diretto delle cose celesti. Ciò significa che il Figlio non è “mediatore” della Nuova Alleanza nella stessa maniera in cui Mosè lo è stato dell’Antica; il Figlio è il partner visibile, è lo Sposo, è Colui che la realizza definitivamente, essendo Dio come il Padre. Infatti, Egli è Colui che viene dal cielo. Solo Lui può comunicare ciò che ha visto e udito personalmente. Eppure, le precedenti comunicazioni divine, compiute da semplici uomini investiti dallo Spirito, hanno avuto maggiore accoglienza rispetto alla radicale opposizione sperimentata dall’Unico che può manifestare con assoluta precisione la verità di Dio.

vv. 33-34

L’accoglienza della testimonianza del Figlio, dipende dal riconoscimento della lealtà di Dio. Nella sua prima lettera, l’Apostolo riprende questo medesimo tema, affermando che non accettare la testimonianza del Figlio equivale a trattare Dio come un mentitore (cfr. 1 Gv 5,10). Insomma, l’atteggiamento di sfiducia nei confronti di Dio è un peccato altamente offensivo della divina Maestà. Come si può pensare che Egli voglia ingannarci? Dall’altro lato, se qualcuno teme di essere ingannato, sappia che c’è una prova irrefutabile del fatto Cristo ha rivelato l’ultima verità su Dio: la comunicazione del dono dello Spirito Santo: “Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura”. L’esperienza dello Spirito è dunque conseguente all’accoglienza fiduciosa della Parola, ed è al tempo stesso la prova dell’origine divina della Parola. La testimonianza dello Spirito agisce intimamente dentro le coscienze aperte alla verità e le convince che Gesù Cristo è il Signore. Questa testimonianza è la più forte di tutte perché ha luogo nel tribunale interiore del cuore umano.

vv. 35-36

Il potere illimitato del Figlio sottolinea che Egli non è un profeta che si aggiunge alla serie già conosciuta da Israele. Il Figlio è su un piano diverso, perché il Padre gli ha dato potere su tutto, come al suo erede universale. Per questo, chi aderisce a Lui entra nella vita definitiva. L’incontro col Figlio sembra non conoscere mezze misure: si può solo accoglierlo oppure schierarsi contro di Lui, ma nessuna posizione neutrale è possibile. Infatti, la divina riprovazione permane su tutti coloro che non si lasciano condurre verso l’Amore, svelato pienamente da Dio in Cristo. E ciò vale anche per coloro che, ingannandosi, pensano di raggiungere la santità e la vera vita, mediante un’adesione perfetta a Mosè, che in fondo è sempre un semplice uomo.

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