"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 1-4

Inquadratura geografica: per recarsi in Galilea, Gesù deve attraversare la Samaria. Egli parte con i suoi discepoli. La narrazione che segue si svolge nel territorio della Samaria, presso il pozzo di Sicar. La Samaria era una regione che i giudei consideravano impura perché abitata da una popolazione di sangue misto. Chiamare qualcuno “samaritano” era per un giudeo uno dei peggiori insulti. Eppure, il passaggio di Gesù e il suo annuncio dell’amore di Dio viene accolto in quella regione, a differenza della Giudea che si crede pura ma ucciderà Dio nel suo Figlio. Inoltre, c’era una inimicizia storica tra giudei e samaritani, a cui si accennerà più avanti.

vv. 5-6

Gesù si ferma presso il pozzo di Giacobbe, per riposare. Il pozzo è nel territorio che Giacobbe aveva dato a Giuseppe, perciò è un luogo carico della memoria patriarcale. Inoltre, il pozzo, per la mentalità rabbinica, è simbolo della Legge mosaica da cui scaturisce l’acqua della sapienza. Da questa simbologia prenderà le mosse il discorso di Gesù sull’acqua viva, intendendo dire che oramai la Legge mosaica è un pozzo prosciugato e prossimo a essere sostituito da Colui che fa scaturire da Se Stesso un’acqua che disseta definitivamente. Il pozzo di Sicar viene in sostanza a significare tutte le istituzioni giudaiche: il Tempio, la Legge, la sinagoga.Gesù è rappresentato come “stanco del viaggio”, e questo particolare collega il v. 6 al v. 38, che dice: “altri hanno lavorato e voi siete subentrati”. Nella traduzione italiana questo particolare collegamento non si coglie, ma in greco c’è la stessa parola per indicare la stanchezza di Gesù e il lavoro di altri, a cui i discepoli si aggiungono in un secondo tempo (kekopiakos / kekopiakasin). La fatica di Gesù non è quella del viaggio ma quella dell’annuncio del Regno, che potrà germogliare solo quando sarà irrorato dal suo Sangue versato sulla croce. In 12,24 Cristo dirà: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto”. Allora i discepoli subentreranno in questo stesso lavoro del Messia, aggiungendo la loro fatica apostolica e il loro martirio personale. Inoltre, l’evangelista sottolinea che Cristo avverte la sua stanchezza verso mezzogiorno, ossia al stessa ora che in 19,14 segna la condanna a morte di Cristo. Di nuovo, come a Cana, Gesù fa riferimento alla sua “ora”, che al v. 23 è definita come imminente: l’ora in cui per il dono dello Spirito, effuso dalla croce, sarà possibile adorare Dio in un modo totalmente nuovo, con l’unico culto che sia autentico: in Spirito e Verità. Un altro particolare da notare è che l’evangelista non dice semplicemente che Gesù si sedette; la nostra traduzione dice: “sedeva presso la fonte”, mentre l’originale greco andrebbe meglio tradotto con: “si fermò a sedere sulla fonte”. Gesù è seduto in modo permanente sulla (e non presso) la fonte. Ciò allude al fatto che d’ora in poi la fonte della sapienza, da cui scaturisce l’acqua che è lo Spirito Santo, è Lui. L’antica fonte di Giacobbe deve essere sostituita dalla sua divina Persona. Sarà il suo costato aperto che bagnerà la Chiesa con l’acqua viva donata da Lui (19,34). Anche il profeta Ezechiele (cfr. cap. 47) parla del Tempio dal cui lato sgorga un’acqua che risana tutto ciò che tocca; Gesù si identifica esplicitamente con questo nuovo Tempio in cui si celebrerà il nuovo culto. E’ la seconda volta che nel vangelo di Giovanni si fa riferimento a Giacobbe, e sempre nella medesima linea: la prima volta per dire che la scala di Giacobbe, che congiunge cielo e terra, è Cristo (cfr. 1,51); qui, per dire che il pozzo da cui scaturisce l’acqua viva non è la Legge mosaica, non è in Gerusalemme, non in Sicar, non in Garizim, ma è nel suo Corpo.

vv. 7-8

Si avvicina una donna che è identificata solo per la sua origine: è una samaritana. Di lei non sappiamo neppure il nome. Nel vangelo di Giovanni, spesso, la mancanza di un nome proprio è funzionale a una rappresentazione collettiva. La donna di Samaria rappresenta in un certo qual modo tutta la popolazione di quella regione, considerata dai Giudei impura e infedele a Dio. La storia personale di questa donna conferma il suo carattere rappresentativo: ha cambiato cinque uomini e non si è mai sposata. Inquieta nei sentimenti, incapace di essere partner di un’alleanza stabile. Esattamente come la Samaria. Ella va al pozzo a estinguere la sua sete, cioè va ad attingere alla tradizione dei suoi padri. La richiesta di Cristo, “Dammi da bere” sottolinea l’iniziativa divina, che culminerà con l’autorivelazione del Messia. L’apparenza di Cristo è quella di chi sembra volere qualcosa, in realtà è Lui che darà un dono inimmaginabile. E’ una impressione perenne nel cammino di fede di ciascuno: si ha l’impressione che Dio voglia qualcosa da noi, talvolta si ha persino paura di ciò che Lui possa chiedere, ma alla fine si scopre che da Lui si può soltanto ricevere, e ricevere in sovrabbondanza, aldilà della nostra più grande immaginazione. Qui Cristo chiede da bere, anticipando ancora una volta la sua “ora”, nella quale avrà di nuovo sete (cfr. 19,28). Anche lì, nessuno gli darà da bere; sarà piuttosto Lui a far sgorgare dal suo costato una fonte di acqua viva, che disseta per la vita eterna.

vv. 9-10

La donna si stupisce che un Giudeo le rivolga la parola. Da secoli Giudei e Samaritani erano divisi da una inimicizia che talvolta aveva assunto anche gli aspetti del conflitto armato. Fin dal tempo di Esdra i Samaritani erano stati persino esclusi dalla possibilità di celebrare il culto a Gerusalemme, e così avevano edificato un altro tempio sul monte Garizim, tempio peraltro distrutto da una incursione dei Giudei nel 128 a. C. Col suo atteggiamento verso la samaritana, Gesù dimostra di avere demolito quell’antica barriera. Per di più, mette la samaritana nelle condizioni di compiere un gesto d’amore nei confronti del Giudeo sconosciuto. Cristo si presenta a lei come bisognoso e indica in tal modo una riconciliazione della famiglia umana che prenderà le mosse dal suo abbassamento, e precisamente dalla sua “sete”, quella che proverà durante l’agonia sulla croce. Allo stupore della donna, Cristo risponde prospettandole un dono di Dio che ella non conosce. Cristo chiede l’acqua, ma in realtà è Lui che dà la vera acqua. Non chiede se non perché vuole dare. La risposta divina alla generosità umana è sempre sproporzionata, perché quando Dio risponde, risponde da Dio: per un po’ di acqua che ella può offrire alla sua sete umana, Cristo promette di ricambiare col dono della sorgente stessa della vita.

vv. 11-12

La samaritana non comprende subito la natura di quella promessa. Pensa piuttosto che ci vorrebbe almeno un secchio, e Gesù non lo possiede. La non comprensione della donna di Samaria è parallela alla non comprensione di Nicodemo: in entrambi i casi è in gioco la promessa dello Spirito, che è una promessa troppo superiore non solo alle aspettative della samaritana ma anche alla cultura biblica molto vasta del rabbì Nicodemo. Questi non conosceva altro cammino che quello indicato dalla Legge di Mosè, come la samaritana non conosce altra acqua che quella del pozzo, che, come abbiamo già osservato, simboleggia appunto la Torà. Ciò che accomuna la perplessità della donna e quella di Nicodemo è che essi non conoscono ancora la gratuità: per Nicodemo è lo sforzo della osservanza della legge mosaica ciò che migliora l’uomo, mentre per la Samaritana è solo a forza di braccia che ci si può procurare un po’ d’acqua; si vede che non conoscono la gratuità, non conoscono l’amore, e non sanno che Dio ha in serbo un dono che ha la potenza di creare l’uomo una seconda volta, solo in forza della sua libera accoglienza. La domanda della donna: “Forse tu sei più grande del nostro padre Giacobbe?”, non è priva di una sfumatura di ironia e di scetticismo. Le sembra che Cristo voglia superare indebitamente perfino la gloria dei Patriarchi, Lui che è solo un viandante povero e sconosciuto, con la voglia di fare di promesse assurde.         

vv. 13-14

La risposta di Gesù evidenzia innanzitutto che il dono del padre Giacobbe ha un limite preciso: “Chi beve di quest’acqua, tornerà ad avere sete”. Non è in gioco soltanto l’acqua della natura, bensì soprattutto il simbolo del pozzo come segno dell’antica alleanza e della sapienza della Torà. L’acqua che scaturisce dall’AT non è in grado di dissetare l’uomo definitivamente, in quanto rimanda continuamente a una perfezione che si compie solo in Cristo. In altre parole, la risposta di Gesù intende svelare alla samaritana che le tradizioni religiose dell’epoca patriarcale come pure quelle dell’epoca mosaica sono insufficienti e incapaci di dare una risposta alla sete di assoluto che la persona umana si porta dentro. Questa sete si estinguerà soltanto nell’effusione dello Spirito: “chi beve dell’acqua che Io gli darò, non avrà mai più sete”. Ma non è ancora tutto; quest’acqua donata da Cristo, una volta riversata nel cuore umano, si muta in una sorgente che zampilla senza sosta: “l’acqua che Io gli darò, diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. Lo Spirito non è solo acqua che disseta, ma è Esso Stesso sorgente che comunica la vita definitiva. Inoltre, lo Spirito è una sorgente interna all’uomo e non esteriore, come lo era la legge mosaica. Le norme che regolano la vita cristiana vengono così impresse nell’intimo, trasferite dall’esterno all’interno, laddove sgorga la sorgente divina dello Spirito. Si comprende che da questo non è una saggezza umana quella che può regolare la persona nei suoi atti quotidiani; infatti, non basta accumulare le conoscenze, se manca la guida interiore dello Spirito Santo. Anche Nicodemo ha accumulato molte conoscenze, ed è perfino uno di quelli che in Isarele sono maestri; eppure si muove in modo maldestro tra le novità del regno di Dio.

vv. 15-18

La donna chiede a Gesù quest’acqua che disseta definitivamente, forse proseguendo nel suo atteggiamento canzonatorio: in natura non esiste nessuna acqua che abbia la proprietà di dissetare definitivamente, ed essa stessa non prende sul serio questa richiesta che pone. Pensa che lo sconosciuto viandante sia in vena di scherzare, e gli risponde sul medesimo tono. Solo più tardi capirà che Gesù sta parlando non sul piano della natura ma su quello della profezia. E lo capirà mediante un forte segno che contraddistingue l’uomo di Dio, e da lei riconosciuto e inteso come tale: la conoscenza dei segreti dei cuori, che Gesù dimostra di avere: “Hai detto bene: non ho marito, perché ne hai avuti cinque e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”.

vv. 19-20

Solo a questo punto la donna ha la netta percezione di trovarsi di fronte a qualcosa di più che non un semplice “giudeo”. Nel momento in cui si sente “letta” nei suoi segreti personali, le passa subito la voglia di ironizzare sulle parole di Cristo. La scrutazione dei cuori nell’AT è infatti una prerogativa di Dio e, di riflesso, in determinati casi anche dei suoi profeti. Basti ricordare Eliseo che aveva appunto questo tipo di dono di conoscenza. Dinanzi a un profeta, la donna sposta immediatamente l’argomento della conversazione sul tema del culto, che era un punto dolente per tutti i samaritani, esclusi da Gerusalemme e disprezzati dai giudei. Nelle parole della donna si colgono i segni di questo conflitto secolare, umiliante per loro, nei due termini in contrasto: “I nostri padri hanno adorato… voi dite…”. Per la samaritana, la soluzione del problema sta in una dichiarazione che giudichi valido uno dei due luoghi di culto, escludendo l’altro. Insomma, si tratta di capire chi ha ragione davanti a Dio, se chi celebra in Gerusalemme o chi celebra in Samaria. La donna non sospetta neppure che c’è una terza soluzione, l’unica capace di unificare l’umanità in un solo culto.

v. 21

La risposta di Cristo apre le prospettive di una terza soluzione, negando innanzitutto i presupposti della samaritana: non si tratta di scegliere tra le due possibilità storiche del culto, Gerusalemme o Samaria; anche il Tempio di Gerusalemme, con tutta la sua legittimità istituzionale, ha ormai esaurito il suo compito. Così entrambe le possibilità storiche sono parimenti negate: né Gerusalemme né Samaria. Anzi, è finita l’epoca dei Templi come luoghi unici di culto. La terza soluzione, assolutamente nuova, è Gesù stesso: il suo Corpo è il nuovo Tempio da cui sgorga l’acqua della vita. In concomitanza c’è un altro cambiamento radicale: Dio ha adesso un nome nuovo, quello di “Padre”, che stabilisce con gli uomini un vincolo familiare e intimo. Così la Paternità di Dio unifica la famiglia umana, sostituendosi alla paternità dei padri, che invece hanno causato divisioni e conflitti con le loro meschinità e i loro peccati. L’annuncio della Paternità di Dio risplende dinanzi agli occhi della samaritana non a caso in pieno mezzogiorno, quando il sole è allo zenit e splende nella sua luce massima, figura della rivelazione di Dio portata da Gesù al suo ultimo stadio.

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