"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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v. 22

I due santuari, quello di Gerusalemme e quello samaritano, sono entrambi destinati a essere sorpassati e sostituiti dal nuovo culto, ma finché tale sostituzione non avrà luogo, il Tempio legittimo rimarrà comunque quello di Gerusalemme, che è anche lo spazio sacro dove si consumeranno gli eventi pasquali del Messia: “la salvezza viene dai giudei”. In sostanza, nonostante tutte le ombre e i peccati di Israele, il suo Tempio è l’unico dedicato al vero Dio. Finché il Messia non ne edificherà uno nuovo. La salvezza che viene dai giudei è appunto Gesù stesso. Egli infatti non morirà solo per la nazione, ma per riunire tutti i figli di Dio dispersi (cfr. 11,52); il valore universale della sua morte si coglierà anche nel cartello posto sulla croce indicante la causa della condanna, un cartello scritto nelle tre lingue che richiamano i popoli giudei e pagani. Anche la divisione delle sue vesti in quattro parti, avrà nel racconto della crocifissione lo stesso valore: i quattro punti cardinali, ossia la totalità delle nazioni sparse sulla faccia della terra.

v. 23

Ritorna qui un riferimento già incontrato nell’episodio delle nozze di Cana: la menzione dell’ora: “si avvicina un’ora, anzi è già venuta”. La presenza personale di Cristo, infatti, anticipa in certo senso gli effetti che scaturiranno dalla sua morte di croce. Il perdono e la guarigione che fluiscono ininterrottamente dalla sua Persona verso l’umanità sofferente non sono che doni anticipati del mistero della sua morte, non ancora avvenuta. Egli è però in grado di attingere a quella sorgente che ancora non si è aperta e che sarà indicata dallo squarcio del costato (cfr. 19,34). Del resto anche la promessa dell’acqua viva, che Cristo trae da Se Stesso, allude implicitamente alla medesima sorgente da cui sgorgheranno Sangue e acqua. In quel momento, la Paternità di Dio, totalmente svelata, ripristinerà l’unità della famiglia umana. L’unità dell’umanità passerà attraverso l’unificazione del culto, non nel senso dell’imposizione di un unico rito per tutti, ma nel senso di una adorazione che, qualunque sia il suo aspetto esterno, venga qualificata da due elementi fondamentali: lo Spirito e la Verità. Sono proprio questi due elementi le forze che si espandono nel mondo, quando fuoriescono dal costato di Cristo: lo Spirito, acqua viva che disseta definitivamente, e la Verità, ossia la testimonianza della Verità di Dio compiuta nel Sangue “dell’aspersione dalla voce più eloquente di quella di Abele” (Eb 12,24). Il vero culto che unificherà l’umanità, allora, è quello che si innalza a Dio, conosciuto come Padre, nello Spirito Santo e in Cristo. Questo è il culto che Dio chiede alla comunità cristiana, un culto trinitario, dove il Padre è il punto di arrivo di una lode perenne innalzata da Cristo nello Spirito. Nella lode di Cristo, che si innalza al Padre nello Spirito, tutta l’umanità viene radunata nell’unità della Trinità. La samaritana è chiamata, fin dal momento del suo incontro con Cristo, a entrare già nell’ottica del nuovo culto messianico. E’ esplicita volontà del Padre che questo culto si compia. Per questo non ha risparmiato il suo Figlio, per potere udire la voce di tutta l’umanità unita in una sola lode.

vv. 24-26

Cristo definisce questo nuovo culto come culto in Spirito e Verità; ma in primo luogo Dio stesso è definito come Spirito: “Dio è Spirito”. Lo Spirito è la forza d’amore che agisce nella creazione; questa medesima forza irresistibile agisce anche nella redenzione, comunicando all’uomo un germe divino che lo rende figlio. Il culto “nello Spirito” è possibile solo su questo presupposto: che lo Spirito di Dio si comunichi all’uomo. Ma poiché una tale comunicazione divina non avviene se non per opera di Cristo, ne consegue che il culto “nello Spirito” si realizza solo se è celebrato nella Verità, cioè “in Cristo”. Questo culto è l’ultimo che si innalza a Dio dalla terra, perché non ne esiste uno più perfetto, né mai sarà sostituito. In Israele, nel corso dei secoli, il culto si è evoluto e strutturato in molte maniere, perfino abbastanza elaborate, ma solo del culto in Spirito e Verità si dice che Dio vuole essere adorato così. Questo è infatti il culto degli ultimi tempi; solo il culto della Gerusalemme celeste, nel mondo rinnovato, sarà più perfetto di questo; più perfetto ma non diverso, in quanto la lode perenne dei beati si innalza al Padre sempre e comunque in Cristo e nello Spirito. Questo culto si distingue sostanzialmente da quello dell’AT, che sottolineava la separazione dell’uomo da Dio, la sua incommensurabile inferiorità dinanzi alla gloria di Dio. Era il culto del servo che si rivolge con tremore al suo Signore; il nuovo culto, invece, celebrato nello Spirito e in Cristo, è il culto dei figli che si rivolgono al loro Padre, con una venerazione che deriva dall’amore, non con il tremore dello schiavo e dell’estraneo. La samaritana comprende che Cristo le sta annunciando l’era messianica, ma lo pensa ancora nei termini di un profeta; rimanda perciò il chiarimento dei particolari, in un discorso che comincia a divenire piuttosto difficile per lei, poco avvezza alle disquisizioni rabbiniche, lo rimanda alla venuta del Messia, che a suo tempo ci spiegherà ogni cosa. Quasi fuggendo da una problematica teologica troppo elevata, la samaritana risolve la questione con una sentenza di saggezza pratica; aspettiamo che venga il Messia e poi ne parliamo: “Quando sarà venuto il Messia, lui ci spiegherà tutto”. Le risponde Gesù: “Sono io che ti parlo”. 

v. 27

La mentalità ebraica dei discepoli fa subito capolino nella meraviglia che essi provano vedendo Gesù parlare con una donna. Alle donne ebree – e di riflesso alla donna in quanto tale – non si dava la possibilità di ascoltare l’insegnamento rabbinico né di avere alcun ruolo nelle strutture religiose di Israele. Solo nel discepolato cristiano la donna viene equiparata all’uomo nel suo diritto fondamentale di ascoltare la Parola di Dio. Proprio questo è uno dei punti di rottura con la tradizione giudaica che si riscontra nelle scelte del Cristo storico: Egli è il primo rabbi che ammette alla sua scuola anche le donne, riconoscendo ad esse un ruolo particolare come discepole, chiamate al pari degli uomini a servire Dio, sebbene in ambiti diversi da quelli che nella Tradizione della Chiesa si considerano propriamente maschili. La secolare esclusione della donna dall’esperienza religiosa termina così definitivamente. Gli Apostoli non hanno ancora afferrato tutto lo spessore di questa novità del discepolato cristiano e per questo si meravigliano che Cristo si sia fermato a spiegare qualcosa a una donna.

vv. 27-30

Di fatto, dopo una breve conversazione con Cristo, la samaritana diventa la prima evangelizzatrice della sua terra, dimenticando perfino la sua anfora e il motivo per cui era venuta al pozzo. Se il pozzo simboleggia il patriarca Giacobbe e in generale la tradizione del passato, l’atto di lasciare l’anfora al pozzo segna il momento di distacco della samaritana dal suo passato e dalla sua religiosità imperfetta. Si dimentica dell’anfora perché ha intuito che l’acqua viva le sgorgherà fra non molto in forza del dono del Messia. La samaritana capisce rapidamente ciò che il dotto Nicodemo afferrerà dopo molta fatica: la tradizione religiosa del passato era solo una realtà preparatoria a un nuovo ordine di cose; adesso, l’incontro personale col Messia sostituisce e supera ogni mediazione religiosa del passato. Ella rivolge poi un appello ai samaritani che già coincide col kerygma cristiano: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; che sia forse il Messia?”. L’annuncio della donna è posto in forma di domanda. Ella non si pone verso i suoi concittadini in atteggiamento dottorale: fa leva però su una sua esperienza personale che conferisce a quella domanda “Che sia forse il Messia?” una particolare forza. La samaritana non vuole insegnare qualcosa alla sua gente, ma desidera che tutti arrivino insieme a lei a fare la sua stessa esperienza di incontro con Cristo. La risposta dei samaritani è positiva ed è unanime: “Uscirono dal paese e si diressero dove stava Lui”.Ha anche una notevole profondità l’invito che precede la domanda: “Venite a vedere un uomo”. L’invito ad avvicinarsi a Gesù sottolinea la scomparsa del terrore della divinità che caratterizzava la tradizione patriarcale: l’invito non è quello di avvicinarsi ai fulmini del Sinai, ma a “un uomo” che sembra in tutto identico a noi. Nondimeno è diverso per un modo di guardare, che penetra nei segreti più intimi delle coscienze: “mi ha detto tutto quello che ho fatto”. Come se dicesse: si tratta di un uomo che mi conosce come mi conosce Dio. Ma tale conoscenza non umilia. E’ piuttosto una stupenda consolazione sapere di essere conosciuti così. Dio stesso ha quindi eliminato l’antico terrore della divinità rivestendosi della carne umana e presentandosi a noi in apparenza umile. L’umanità di Cristo è il luogo dove scompare ogni paura. L’umanità di Cristo è il monte dove si vede Dio e si rimane vivi. L’umanità di Cristo è il luogo dove sperimentiamo di essere conosciuti con una pienezza e profondità che supera infinitamente perfino quello che sappiamo di noi stessi.

vv. 31-34

Gli Apostoli non si rendono conto di come Cristo, dopo averli mandati a comprare il cibo, adesso dica di avere già un altro cibo. Suppongono che qualcun altro gliene abbia portato. La risposta di Gesù solleva il dialogo a un livello diverso da quello fisico: “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. In queste parole intravediamo ancora una volta un riferimento al ministero del Messia come completamento dell’opera del creatore. Cristo deve compiere, cioè completare, l’opera del Padre; essa è dunque incompleta. Il sesto giorno della creazione non è l’ultimo del lavoro di Dio. La creazione dell’uomo sarà completata solo dopo che il Messia sarà stato elevato sulla croce per effondere lo Spirito. E’ dunque questo l’obiettivo prioritario della missione di Cristo: completare la creazione dell’uomo. Al tempo stesso, completare la creazione dell’uomo comporta la comunicazione di una vita nuova e definitiva, perché non più soggetta alla corruzione della morte. Poter vivere al servizio del maggior bene della persona umana è precisamente l’alimento di Cristo, ossia ciò che lo sostiene nella sua veste di Messia e gli infonde continuamente nuove motivazioni per vivere e per morire come un uomo. Il Padre chiede anche agli uomini il compimento di un’opera di cui cibarsi: l’adesione al Figlio suo fatto uomo (cfr. Gv 6,29). Ciò si realizzerà in sommo grado nel dono della Eucaristia.

vv. 35-38

Gesù mette sotto gli occhi dei suoi discepoli i campi di grano e li presenta loro come un simbolo dell’era messianica che si avvicina. La Samaria si è aperta all’annuncio del Regno grazie alla testimonianza della donna incontrata al pozzo; Cristo ha seminato la Parola e adesso toccherà ai discepoli subentrare nel lavoro apostolico. Più volte la metafora del grano ricorre nella descrizione evangelica del Regno. Gesù stesso, in 12,24, si presenterà come il chicco di grano che muore per portare molto frutto. Dopo la sua morte, che corrisponde al tempo della semina, sarà necessaria l’opera dei mietitori, ovvero il lavoro apostolico che durerà fino alla fine del mondo. Infatti, il salario è attribuito da Cristo solo ai mietitori, in riferimento al merito soprannaturale che Egli stesso, dopo avere seminato, attribuisce a coloro che hanno accettato di subentrare nel lavoro dell’evangelizzazione. Cristo promette con sicurezza questo salario di eternità a quanti lo servono con lealtà e abnegazione. Con le parole: “uno semina e uno miete”, li rende consapevoli del fatto che, talvolta, essi dovranno faticare senza vedere il frutto della loro opera, ma davanti a Dio esso esiste sempre ed è ben visibile se guardato con occhi diversi da quelli fisici. Al tempo stesso, a tutti gli operai del vangelo Cristo ricorda che solo Lui può dire di aver faticato veramente: “Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato”. Con altre parole, anche l’Apostolo Paolo dirà alla comunità cristiana, e soprattutto a se stesso: “Forse Paolo è stato crocifisso per voi?” (1 Cor 1,13). Nessun apostolo deve credersi o valutarsi più di quanto è in realtà: la fecondità apostolica viene donata dallo Spirito di Cristo, in quanto il solo Cristo è morto per tutti. In questa stessa linea va compreso il detto di Gesù riportato da Luca: “Così anche voi, quando avrete fatto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili” (17,10).

vv. 39-42

Gesù cede alle insistenze dei Samaritani e si ferma con loro due giorni, interrompendo il suo viaggio e frantumando così, nella mente dei suoi discepoli, tutta una serie di pregiudizi. La mente del discepolo deve infatti essere sempre ampia e di larghe veduta, mai angusta né vittima di piccinerie. Cristo si serve perciò di tutto per aprire le menti dei suoi discepoli sugli orizzonti sconfinati della sua mente divina. L’incontro diretto tra Cristo e la popolazione della samaria, completa ciò che mancava alla testimonianza della donna samaritana: “Non è più per la tua parola che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è il salvatore del mondo”. Non vi è evangelizzazione che possa risultare efficace, se non approda all’incontro personale con Cristo. L’annuncio del vangelo può essere anche molto preciso e chiaro, ma il suo obiettivo è favorire l’incontro diretto di ciascuno col Risorto. In quel momento, la testimonianza degli altri su Gesù, assume un valore relativo e si stabilizza invece, nel proprio cuore, la Presenza di Cristo, che guida la vita di ciascun discepolo con la forza dello Spirito. Adesso non è più per la testimonianza degli altri che il discepolo crede in Cristo, ma è per un interiore convincimento che gli deriva dall’azione incessante dello Spirito in lui.

 vv. 43-45

Gesù riparte dalla samaria. La sua meta però non è la Giudea, Egli si dirige piuttosto verso la Galilea. Il motivo è sottolineato dall’evangelista in questi termini: “Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria”. Stranamente però riceve onore dalla popolazione della samaria, tanto disprezzata dai giudei. Anzi, i samaritani colgono con molta lucidità il messaggio universale della salvezza messianica, come si vede bene dalla loro rudimentale professione di fede: “sappiamo che questi è il salvatore del mondo” (v. 42). Il superamento di qualunque confine nazionale o gentilizio è già compiuto anche nella mente dei samaritani. Anche i Galilei, anch’essi guardati con disprezzo dai giudei, lo accolgono con gioia. Il bilancio dei primi atti del ministero di Gesù è umanamente negativo: solo pochi lo hanno accolto e per di più in ambienti religiosi lontani dal Tempio e dalla pienezza religiosa giudaica. Là dove Egli doveva essere accolto come padrone di casa è invece guardato con ostilità come un pericoloso estraneo.

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