"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Avanti
Tu sei in: Home > Lectio Divina > Vangelo secondo Giovanni > Capitolo V > La piscina di Betesdà (parte I)

v. 1
L'episodio narrato da questa pericope si svolge durante un secondo viaggio di Gesù a Gerusalemme. Questa volta però Gesù non si reca al Tempio ma nella piscina dove si radunano gli infelici di Israele, con la speranza di guarire dalle loro malattie. Qui Egli guarisce un paralitico per mostrare la sua missione di restituire all'uomo la libertà piena da ogni forza estranea al disegno di Dio. Il paralitico toccato da Gesù ritorna a essere padrone della propria vita, e ciò provoca una reazione di ostilità da parte della classe dirigente che giudica il gesto di Gesù una trasgressione del riposo sabbatico. Essi infatti governano il popolo mettendo la Legge al di sopra del bene della persona. Cristo mette invece la persona umana al di sopra della Legge. La risalita del paralitico dalla sua condizione originaria di non libertà diventa anche segno della risurrezione interiore dell'uomo, che sarà liberato dal suo stato di morte al suono della la voce del Figlio dell'uomo (5,16-30). Il capitolo termina facendo appello alla liberazione operata da Mosè come una prefigurazione dell'opera liberatrice di Cristo.La circostanza in cui Gesù si reca a Gerusalemme è una festa imprecisata, una festa qualificata soltanto dalla specificazione "dei Giudei". Di nuovo l'evangelista prende le distanze dalle celebrazioni religiose di Israele, ormai vuote di significato per lui. Le altre feste menzionate nel vangelo di Giovanni di solito prendono il loro nome: Pasqua, Capanne, Dedicazione. A esse si collegano anche dei particolari simbolismi.
v. 2
La piscina dove Gesù si reca nella sua seconda visita a Gerusalemme
si trova presso la Porta delle pecore. Questa piscina ha un certo collegamento col Tempio, essendo la seconda meta del cammino di Gesù verso Gerusalemme. Nella sua prima visita si reca al Tempio, nella seconda alla piscina. I due luoghi vengono collegati perciò dalla scelta di Gesù. Se, da un lato, il Tempio era la sede dei dirigenti, il luogo del potere e della sopraffazione; la piscina è invece la sede del popolo, il luogo della sofferenza e dell'oppressione. Inoltre l'evangelista nota che la piscina è dotata di portici, esattamente come il Tempio, sotto i cui portici i rabbini insegnavano al popolo la Legge di Mosè. Il numero cinque dei portici della piscina richiama i cinque libri di Mosè, sotto il cui peso il popolo veniva oppresso con regole e con precetti, senza poter giungere alla conoscenza dell'amore e della paternità di Dio. Esso sarà rivelato solo dal Messia, datore dello Spirito.
vv. 3-4
Gli infermi che giacciono sotto i portici della piscina sono indicati da tre categorie: ciechi, storpi e paralitici. Con queste tre immagini l'evangelista vuole indicare anche la reale condizione dell'uomo, nel momento in cui Cristo lo raggiunge: la cecità, la mancanza della libertà di movimento e la paralisi. Inoltre, vi è uno stridente contrasto tra la festa "dei Giudei" che si svolge nel Tempio, e la moltitudine di gente sofferente, abbandonata a se stessa. Il vuoto della solennità religiosa emerge per contrasto, a motivo della esclusione di quegli infelici dai festeggiamenti fatti nel Tempio per onorare di Dio; un onore di Dio, però, totalmente svuotato dell'amore verso il prossimo e della solidarietà umana. Il fatto che Cristo non vada al Tempio, mentre lì si inneggia a Dio, allude all'assenza di Dio in ogni culto inautentico. Cristo si allontana da tutte le forme di religiosità che inneggiano a Dio e calpestano la dignità della persona umana. Chi vorrà trovarlo, dovrà recarsi là dove giace l'umanità sofferente. Per questo, nella sua prima visita a Gerusalemme, Egli va al Tempio esprimendo una aperta condanna, ma nella sua seconda visita si reca da coloro che sono tenuti fuori dalla gioia di lodare Dio. Essi erano in attesa di un angelo che muovesse le acque della piscina, per conferire loro una virtù risanante.
v. 5
L'attenzione del narratore si concentra subito su uno di quei malati. La sua infermità viene definita dallo stesso termine greco che indicherà la malattia di Lazzaro (astheneia). Questa parola non è usata da Giovanni in nessun altro caso. La sua malattia va dunque inquadrata nella stessa prospettiva: non è per la morte, ma per la gloria di Dio (cfr. Gv 11,4). Per di più, dopo la guarigione dell'infermo, avviene la stessa cosa che segue la risurrezione di Lazzaro: la classe dirigente reagisce con ostilità verso Cristo, e progetta di ucciderlo. Il fatto che questa infermità sia durata 38 anni, va letto alla luce della sua relazione col numero 40. Nella simbologia ebraica in numero 40 applicato al trascorrere del tempo, suole indicare l'arco complessivo di una generazione. Nella tradizione biblica, poi, ciò richiama i 40 anni trascorsi dal popolo nel deserto, dove morì tutta la generazione uscita dall'Egitto. Va ricordato che il libro del Deuteronomio indica proprio una durata di 38 anni del cammino nel deserto (cfr. Dt 2,14). Quest'uomo, allora, incontra Cristo, e perciò entra nella felicità messianica, solo dopo che la sua lunga esperienza di dolore e di solitudine ha ucciso in lui ciò che restava dell'antica schiavitù. Come l'Israele del deserto non entrerà nella terra promessa, ma solo i loro figli, cioè un Israele nuovo che è sopravvissuto alla morte del vecchio.
vv. 6-7
La domanda di Gesù, "vuoi guarire?", intende sottolineare la necessità di una adesione consapevole e volitiva della persona all'opera di guarigione compiuta dal Messia. Non avrebbe nessun altro scopo chiedere a un malato se voglia guarire. Potrebbe perfino sembrare superfluo. Ma il punto cruciale sta proprio qui: Cristo ha bisogno della adesione della fede, per agire con la sua potenza nella vita delle persone. Da qui la domanda. Il malato risponde riferendosi all'unica speranza che egli conosce: l'agitazione dell'acqua della piscina, unitamente all'attesa di qualcuno che l'aiuti a calarsi dentro. Queste aspettative, però, sono state deluse da tempo. L'acqua della piscina sembra a questo punto assumere un significato simile al pozzo di Giacobbe. Come quell'acqua non è capace di dissetare definitivamente, così quest'acqua promette una guarigione che non si realizza mai. Il pozzo di Giacobbe e la piscina di Betesdà sono destinati così a essere sostituiti dall'acqua viva donata da Cristo. Quest'acqua messianica disseta e guarisce, mantenendo sempre ciò che promette. L'acqua che guarisce le ferite dell'umanità sgorgherà di fatto, insieme al Sangue della redenzione, dal costato aperto del Messia crocifisso.

Tu sei in: Home > Lectio Divina > Vangelo secondo Giovanni > Capitolo V > La piscina di Betesdà (parte I)
Avanti
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
 
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati