"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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v. 16
La violazione del giorno di sabato è il punto di partenza e anche la pietra di inciampo da cui nascono tutte le polemiche che sfoceranno nel processo a Gesù e nella sua condanna a morte. La classe dirigente giudaica giustifica la sua ostilità nei confronti di Cristo, col pretesto della difesa della legge mosaica: trasgredire il sabato equivale a mettersi al di sopra dell'autorità di Mose; in realtà, però, ciò che essi davvero sentono minacciata non è l'autorità di Mosè ma la propria. I farisei presentati dal vangelo si appoggiano all'autorità di Mosè per imporre la propria, esercitando così un controllo sulla vita della gente. La libertà di Gesù li disorienta ma, soprattutto, rischia di sottrarre la vita religiosa del popolo al loro controllo. Da qui la reazione violenta dei giudei.
v. 17
L'espressione di Gesù riportata qui è in netto contrasto con la convinzione rabbinica, secondo cui Dio aveva completato il suo lavoro nel sesto giorno della creazione. Il Padre invece opera sempre, e contemporaneamente anche il Figlio opera. L'opera di Dio è quella di comunicare la vita all'uomo, e per questa opera non c'è alcuna legge che la possa limitare. Analogamente anche Cristo non riconosce sopra di Sé alcuna legge che possa porre ostacolo alla sua attività in favore dell'uomo. Per di più, non può esistere alcuna legge divinamente legittimata che si ponga contro il maggior bene della persona umana.
v. 18
La decisione dei giudei, dinanzi a queste prospettive, è quella di uccidere Gesù. Essi si rendono conto che Gesù non soltanto nega la legittimità del loro potere, nel momento in cui esso fosse usato contro l'uomo, ma si spinge ben oltre: Cristo intende sostituire la mediazione della legge mosaica con la propria. Egli si presenta come la personificazione dell'amore di Dio che viene a incontrare l'uomo in maniera diretta, senza altri collegamenti umani intermedi. In questo quadro assume il suo vero significato l'appellativo di Figlio con cui Cristo definisce Se stesso, ponendosi sullo stesso piano del Dio del Sinai e dichiarando illegittima l'autorità dei rappresentanti del Tempio che, a questo punto, esercitano contro Dio quel potere che è stato conferito loro dalla tradizione mosaica. Nel momento in cui Cristo chiama Dio "suo Padre", si proclama unico mediatore tra Dio e il popolo, escludendo tutte le mediazioni ritenute legittime nel passato. Così il conflitto che ne nasce ha due termini ben precisi: da un lato il bene sommo della persona: conoscere l'amore di Dio nell'unica mediazione dell'umanità di Cristo; dall'altro, il prestigio delle istituzioni che deve essere salvato anche a costo di sopprimere Gesù.
vv. 19-20
Gesù risponde legittimando la propria attività con quella del Padre: "il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre". La similitudine è tratta dall'esperienza umana, nella quale il figlio apprende il mestiere dal proprio padre. In fondo anche Gesù aveva fatto questa esperienza nei confronti di Giuseppe. Questo modello viene trasferito anche alla sua missione ricevuta dal Padre: Cristo agisce non per iniziativa personale, ma perché il Padre, giorno per giorno, gli mostra quali opere e quali gesti si attende che Lui compia. E le opere successive saranno ben maggiori delle presenti. Questa similitudine, che pone Gesù nella uguaglianza di natura rispetto a Dio, urta la suscettibilità della classe dirigente. I gesti di Gesù, indicati da Dio, sono condannati dai giudei; la conseguenza è che essi non hanno imparato da Dio, non riconoscendo come divine le opere che Lui ha ordinato a Cristo di compiere. Se da un lato questo fatto legittima l'operato di Gesù, dall'altro giudica la classe dirigente come infedele alle vere esigenze di Dio. Infatti, la spinta che li muove contro Cristo non è altro che la preoccupazione di conservare il loro potere religioso e la loro influenza sul popolo. In 8,44 Gesù dirà esplicitamente, in una disputa coi giudei, che essi non hanno appreso da Dio, ma dal nemico dell'uomo. Se avessero appreso da Dio, riconoscerebbero come divine le opere di Gesù. La logica è ferrea. Inoltre, se l'operato di Cristo riflette l'operato di Dio stesso, non può essere soggetto ad alcun giudizio umano.
v. 21
L'attività principale e incessante di Dio è appunto quella di comunicare la vita: il Padre risuscita i morti, e lo stesso fa il Figlio. La guarigione dell'invalido della piscina non va considerata semplicemente come la rimozione di una malattia, ma va piuttosto inquadrata come un'opera divina di comunicazione della vita piena. Il potere di chiamare alla vita è infatti una prerogativa esclusivamente divina. Il paralitico viene guarito dalla sua paralisi ma, soprattutto, gli viene restituita la sua dignità di uomo libero che può prendere il suo lettuccio e andare dove vuole. Sono semmai i farisei che vorrebbero impedirglielo in nome della Legge, dimostrando di essere dalla parte di chi opera contro l'uomo.
v. 22
Qui Cristo specifica ulteriormente quel che il Padre riserva a Se Stesso e quello che ha delegato al Figlio. E' proprio del Padre comunicare la vita, mentre è interamente trasferito al Figlio il potere del giudizio. Le parole di Gesù alludono qui implicitamente alla visione di Daniele, riportata al capitolo 7 del libro omonimo: l'Antico di giorni consegna al figlio dell'uomo il potere regale su ogni essere vivente. Questo potere giudiziario conferito a Cristo, nella prospettiva del vangelo di Giovanni, non si riferisce a una sentenza di assoluzione o di condanna che Egli pronuncerà alla fine dei giorni; la sua Presenza nel mondo, e l'incontro di ciascun uomo con Lui nella predicazione del vangelo, fa sì che il giudizio già si compia nella posizione stessa che i singoli uomini assumono nei suoi confronti. Cristo insomma non opera il giudizio pronunciando una sentenza, bensì proponendo Se Stesso a ciascun uomo e attendendo poi di vedere dove ciascuno si va a posizionare.
vv. 23-24
Da questo si comprende come non vi sia alcuna differenza tra Dio e Gesù. La posizione presa davanti a Cristo, qualifica la persona anche davanti a Dio. L'accoglienza piena di Cristo equivale ad accettare in sé la vita definitiva. In termini più precisamente giovannei si potrebbe dire che un uomo che ha accettato interamente Cristo come Figlio di Dio è propriamente un uomo appartenente alla nuova creazione. Per chi ha superato lo stadio della creazione vecchia il giudizio è superfluo: egli è già passato dalla morte alla vita. Il verbo "passare", usato qui da Giovanni, allude all'esodo di Gesù da questo mondo al Padre: "l'ora di passare da questo mondo al Padre" (13,1). L'esodo di Gesù è la sua liberazione personale dall'assedio delle tenebre del mondo, che hanno tormentato continuamente il suo ministero pubblico. Il passaggio verso la luce della Vita definitiva, che Cristo apre attraverso la sua morte di croce, viene proposto come esodo di liberazione a ogni discepolo. Nell'ascolto della sua Parola, si compie il primo passaggio dalle tenebre di questo mondo verso l'amore del Padre, ossia il risveglio dello spirito umano alla nostalgia dell'eternità. Fino a quando si compie anche l'ultimo esodo, al sopraggiungere della morte fisica. Ma nel caso del discepolo, la morte fisica è solo la caduta di un velo che gli impediva di vedere la propria cittadinanza celeste.
v. 25-29
La vita definitiva promessa da Gesù e legata all'ascolto della sua Parola comincia a manifestarsi in coloro che sono raggiunti dal suo messaggio. Non a caso questa dichiarazione di Gesù si colloca dopo la guarigione del paralitico: le parole che Cristo gli ha rivolto lo hanno risanato, cioè gli hanno comunicato la vita. Questa è la dimostrazione che la promessa di Gesù si realizza già al risuonare della sua Parola. Il paralitico della piscina è guarito nel momento in cui ha ubbidito all'ingiunzione di Gesù: "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina" (5,8). La Parola di Cristo comunica la vita nel momento in cui trova l'adesione di colui che l'ascolta. Al v. 28 ritorna il tema tipicamente giovanneo dell'ora che è vicina ma non è ancora venuta. Si tratta dell'ora della morte di croce, dove la vita definitiva fluisce per l'uomo dal costato aperto del crocifisso. E' la posizione presa davanti a Lui che determina la sentenza di Cristo, a cui si allude al v. 30: "giudico secondo quello che ascolto". Ciò significa che il giudizio di Cristo suona come una semplice conferma delle decisioni formulate dal discepolo durante il tempo della vita terrena. Ciò che Egli ascolta è l'esito finale della vita di ogni persona, così come esso si riflette nella Mente del Padre. E' infatti dinanzi alla luce del Padre che la nostra vita viene liberata dagli specchi deformanti che la falsificano. Cristo si pone in ascolto di questa luce di verità che proviene dal Padre, e in essa ci permette di vedere ciò che realmente siamo. L'ascolto della sua Parola anticipa in qualche modo la possibilità di essere investiti da questa luce nella quale Cristo continuamente ci guarda. Al suono della sua Parola passiamo dalle tenebre alla luce, cioè quella stessa luce nella quale ci vedremo nell'istante della nostra morte corporale. Per questo, colui che ascolta la Parola non va incontro al giudizio, perché il giudizio si è già compiuto per lui. Lo stesso concetto ritorna nella figura lucana del ricco epulone, a cui Abramo dice: "Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro" (Lc 16,29). E ciò in contraddittorio con l'idea del ricco di suscitare la conversione dei suoi fratelli con una apparizione dall'aldilà. La Parola di Dio è sufficiente a svelare noi a noi stessi e ciò che veramente siamo agli occhi del Testimone fedele e verace.
Sommario: vv. 31-47
I temi di questo brano riprendono quelli già trattati e si possono sintetizzare come segue: i gesti di guarigione e di liberazione compiuti da Cristo rappresentano la testimonianza del Padre, ossia la divina convalida del suo operato. I "segni" messianici sono visti da tutti, anche dai nemici di Cristo, ma solo i discepoli li interpretano come segni divini e in essi attingono alimento alla loro fede. I discepoli si lasciano attrarre dal Padre verso Cristo e nella docilità a questa divina attrazione tutto diventa chiaro, non solo i segni operati da Gesù (e poi quelli operati dai suoi apostoli) ma anche le Scritture svelano dei significati nuovi e soprattutto diventa chiaro che esse, tra simboli e figure, parlano di Lui. Così, l'insegnamento di Gesù illumina i testi dell'AT, e l'AT fonda con certezza ogni parola pronunciata da Gesù (v. 47). Il discepolo non puņ perciņ prescindere dalla conoscenza globale delle Scritture, assumendo come chiave di lettura Cristo stesso, unico esegeta mandato dal Padre, unico Maestro

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