"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Home > Lectio Divina > Vangelo secondo Giovanni > Capitolo VI > Il discorso nella sinagoga di Cafarnao: la nuova manna

vv. 22-40
Nella sinagoga di Cafarnao, Gesù spiega l'episodio della moltiplicazione dei pani. L'adesione a Lui passa attraverso l'accoglienza del dono della nuova manna. La manna del deserto non era che una semplice prefigurazione. Inoltre, quella antica manna era un oggetto materiale, un cibo destinato alò corpo, mentre la nuova manna è Gesù stesso che costantemente si dona ai credenti in Lui. Tale dono ha il potere di vincere definitivamente la morte.
vv. 22-24
Lo stretto collegamento con l'episodio precedente si vede dall'indicazione cronologica: "Il giorno dopo". La gente si pone alla ricerca di Gesù, che si era sottratto all'entusiasmo popolare, e lo ritrova a Cafarnao, al di là del mare, nella libertà del nuovo esodo.
vv. 25-27
Per la prima volta la folla si rivolge a Gesù, chiamandolo Rabbì, Maestro. Dopo il segno della moltiplicazione del pane, tutti si dispongono ad accogliere il suo insegnamento e ne sentono il desiderio. Gli pongono la domanda: "quando sei venuto qua?". Ma Gesù non risponde. Essi lo interrogano sulle sue decisioni, ma il Maestro li invita piuttosto a prendere coscienza delle motivazioni che stanno alla base delle loro decisioni: "Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati". Cristo non ammette che uno possa seguirlo e al tempo stesso ignorare le spinte che si agitano nel proprio animo. Conoscere la verità di Cristo e ignorare la propria verità non è discepolato: ignorare ciò che si muove nel proprio animo è una delle forme di prigionia incompatibili col discepolato. Se la verità ci fa liberi, come Cristo si esprimerà più avanti, tale verità liberante va intesa come una verità totale, cioè il rispecchiamento di sé nella luce della verità rivelata dal Maestro. Per questo, a chi gli chiede di conoscere i suoi movimenti: "quando sei venuto qua?", Gesù risponde spostando l'attenzione sulle spinte interne dell'animo di chi lo cerca: "Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati". Ancora una volta, Cristo disapprova la ricerca di ciò che Lui può dare, senza mirare a un autentico incontro con Lui. Cristo non intende donare "qualcosa", intende donare se stesso. Il discepolo non ha come obiettivo il dono, ma il donatore. Inoltre, Egli disapprova di nuovo anche la scelta di una condizione di comoda minorità: "avete mangiato di quei pani e vi siete saziati", ma il cammino di liberazione esige anche una forte componente personale, una statura, una tempra, una decisa fuga dalla mezzacartucceria. Infatti il v. 27, tradotto dalla CEI con "procuratevi non il cibo che perisce…", in realtà si apre col verbo ergazete, cioè "lavorate non per il cibo che perisce…". Il raggiungimento del cibo che non perisce presuppone dunque un faticoso lavorio. Il suo effetto è la capacità di amare come ama Cristo. Questo cibo infatti ci trasforma in Lui. Gesù promette questo alimento come un dono futuro: "…che il Figlio dell'uomo vi darà". Il gesto della moltiplicazione dei pani non era il dono reale, ma solo il suo segno anticipatorio. Del resto anche a Cana, il vino non era il dono della redenzione, ma il suo segno anticipatorio. Bisogna però essere capaci di transitare dal segno alla realtà a cui esso rimanda. La folla sembra essersi fermata al segno, come se il dono di Cristo fosse questo: "Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati". La vera fatica del discepolo consiste nel costante tentativo di passare dal segno alla realtà, da ciò che si vede a ciò che non si vede, la capacità insomma di vedere Dio in tutte le cose.
vv. 28-29
La domanda riportata al v. 28 e rivolta dalla gente a Gesù, porta fortemente impresso il carattere della mentalità giudaica: "Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?". Comprendono che qualcosa bisogna fare per conseguire il cibo della vita e pensano che occorra osservare ancora qualche altra prescrizione, indicata da Cristo, da aggiungere a quelle già stabilite da Mosè. E' significativo il contrasto che si forma tra la domanda dei giudei e la risposta di Gesù: essi chiedono "quali opere" sono da compiersi, Gesù risponde dicendo che l'opera richiesta per ottenere il pane della vita è una sola: "Questa è l'opera di Dio: credere in Colui che Egli ha mandato". L'adesione personale a Cristo mediante la fede è l'unica opera il cui corrispettivo è il dono della vita eterna.
vv. 30-33
La richiesta di un segno da parte dei giudei dimostra ulteriormente come essi non abbiano compreso il segno già operato da Gesù sul monte. Attendono da Gesù un segno identico a quelli dell'esodo, il loro unico punto di riferimento è il passato e le tradizioni dei padri: "I nostri padri mangiarono la manna". Anche in questo caso, la risposta di Gesù stabilisce un contrasto: all'esperienza dei padri, Egli oppone la volontà del Padre: "Il Padre mio vi dà il pane dal cielo". Solo il Padre apre la via della vita e della libertà, non le tradizioni dei padri. Oramai ogni paternità deve essere assorbita nella divina meravigliosa paternità del Dio di Gesù Cristo. Il pane mangiato dai padri nel deserto era solo un segno del vero pane, nulla più che un indizio di qualcosa che doveva ancora accadere.
vv. 34-36
La richiesta del v. 34 porta ancora l'impronta di un atteggiamento passivo dinanzi al dono di Cristo: "Dacci sempre questo pane". Tutte loro aspettative sono ancora incentrate sull'opera di Cristo, senza una collaborazione personale. Gesù in un primo momento si era presentato come il datore del pane; ora si identifica Egli stesso col pane che si dona: "Io sono il pane della vita". Un pane che nutre definitivamente la fame dell'uomo. Mangiare questo pane significa assimilare Gesù, o più precisamente essere assimilati a Lui, acquisire i suoi stessi tratti. Questa è la qualità della vita, è il modo di essere uomini, che pacifica ogni inquietudine. Per questa ragione, Cristo stabilisce un netto contrasto con la sapienza dell'AT; laddove il libro del Siracide diceva: "Chi mangia di me, avrà ancora fame; chi beve di me, avrà ancora sete" (Sir 24,21), Gesù dice: "Chi viene a Me non avrà più fame e chi crede in Me non avrà più sete" (v. 35). Il contrasto con l'AT è netto. La presenza personale di Gesù, ha aperto un capitolo radicalmente nuovo per l'esistenza umana. Il medesimo contrasto, Gesù lo aveva indicato alla samaritana, a proposito del pozzo di Giacobbe, incapace di dissetare definitivamente. Al v. 36, Cristo riafferma il suo rimprovero alla folla che fin lì lo ha seguito: essi non hanno compiuto l'opera della fede, cioè la fatica di passare dal segno alla divina Presenza: "Mi avete visto e non credete". I segni svelano l'azione di Cristo nello Spirito; in essi va accolta la testimonianza del Padre, che conferma la Parola del Figlio. La folla si ferma al di qua di questo confine: essi desiderano il pane che Gesù offre, ma scansano la fatica di lasciarsi assimilare e di vivere come Lui; desiderano perciò ricevere il suo dono, ma si tengono a distanza dal suo stile di vita e quindi dalla sua Persona.
vv. 37-40
Il tema centrale di questi versetti è l'annuncio di Cristo come datore di vita. La sezione si apre con l'affermazione dell'accoglienza incondizionata che la comunità di Gesù trova sempre presso il suo Maestro. Il Padre ha consegnato tutto nella mani del Figlio, perché il Figlio ha posto senza riserve Se stesso nelle mani del Padre. Ma soprattutto, come parte preziosissima dell'universo sottoposto al potere del Risorto, Il Padre ha deposto nelle mani di Cristo la Chiesa, comunità nata dal suo costato aperto. Nelle mani di Cristo la Chiesa è al sicuro. Questo tema sarà ripreso dal Cristo giovanneo nel discorso sul Buon Pastore: "Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano" (10,28). Il libro dell'Apocalisse lo riprenderà ancora una volta nella sua consueta simbologia: "Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra" (Ap 2,1). La stella è appunto simbolo della comunità cristiana, tenuta saldamente nella destra di Cristo. In questo, il Figlio aderisce alla volontà del Padre che vuole in modo determinato la salvezza della Chiesa e del mondo. L'obiettivo del Padre e del Figlio è quello di comunicare agli uomini la loro stessa vita. Al v. 39 si fa menzione dell'ultimo giorno, in cui sarà possibile sperimentare la pienezza della vita: "…che Io non perda nulla, ma lo risusciti nell'ultimo giorno". Questa espressione "ultimo giorno", allude al giorno finale del mondo, quando tutta l'umanità sarà ricomposta nella risurrezione; ma allude anche all'ultimo giorno del ministero terreno di Gesù, quando dal suo costato fluisce la sorgente da cui tutti noi attingiamo la vita definitiva. Tale collegamento con l'ultimo giorno della vita terrena di Gesù è stabilito in 7,37, quando l'evangelista riporta un discorso tenuto da Gesù nell'ultimo giorno della festa delle Capanne: "Chi ha sete venga a me e beva". L'invito di Gesù rivolto all'umanità si colloca nell'ultimo giorno della festa, allusione implicita all'ultimo giorno del suo ministero terreno, giorno in cui la possibilità di dissetarsi per sempre alle sorgenti della grazia diviene davvero concreta. Il giorno della risurrezione dell'uomo è quindi lo stesso giorno in cui la creazione di Dio viene completata dal dono dello Spirito, effuso dal Messia crocifisso. Noi siamo già risorti da quel momento, e la morte è ormai solo il passaggio esodale verso la libertà più autentica e definitiva.

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