"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 47-50
La contrapposizione che Gesù stabilisce con la manna dell'antico esodo è radicale e definitiva: non esiste altro pane all'infuori di Lui, non vi è altro nutrimento valido per l'uomo. Per quanto poteva essere prodigioso il dono della manna, rimane il fatto che essa non poteva nutrire in vista della santità e della vita eterna. La prova è che quel cibo non introdusse il popolo nella terra promessa. Questa nuova manna, invece, introduce i discepoli nella vera promessa divina, la creazione nuova che Cristo inaugurerà nella effusione dello Spirito dalla croce. Inoltre, l'espressione usata dal Cristo indica un dono ininterrotto: "Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia". Si tratta dunque di un pane che discende, non di un pane semplicemente disceso. Dal momento dell'Incarnazione in poi, il pane di vita è continuamente donato all'uomo, senza restrizioni né limiti. A ciascun essere umano, Cristo è consegnato dal Padre come un dono totale. Nessuno può dire di essere stato amato di meno. Il dono dell'eucaristia, cioè la presenza personale di Cristo, è dato a ciascuno allo stesso modo e con la medesima pienezza, alla Vergine Maria come al più piccolo nel regno dei cieli. La differenza è semmai che Lei si è aperta in una accoglienza maggiore del dono di Dio e si è lasciata amare senza porre limiti a quel che Dio voleva fare di Lei.
v. 51
L'espressione "il pane che Io darò è la mia carne" segna un passaggio dal simbolo della manna a quello dell'agnello pasquale. Entrambe le cose, prefigurate dall'esodo, si compiono in Lui simultaneamente. La manna del deserto e la consumazione dell'agnello pasquale costituiscono i due riflessi del dono dell'Eucaristia: la nuova manna non è pane, bensì la sua carne umana, dalla quale si comunica la forza vitale dello Spirito. La sua carne dà la vita al mondo, ossia dà lo Spirito. Quanto era già stato anticipato nel contesto della cacciata dei venditori dal Tempio, qui viene riaffermato implicitamente: d'ora in poi il Corpo umano di Gesù è l'unico luogo dove diventa possibile un incontro vivo e personale con Dio. Ma non è solo un luogo; è soprattutto un dono personale, è un invito alla comunione più profonda sul modello delle divine Persone: esse non vivono l'una accanto all'altra, per quanto si possano immaginare vicine; esse vivono, come si vede chiaramente da molti enunciati del Gesù giovanneo, l'una nell'altra: "Io sono nel Padre e il Padre è in Me" (Gv 14,10). Il loro dono reciproco consiste nell'eterna compresenza dell'una nell'altra. Sarà questa la modalità dell'incontro personale a cui Cristo invita i suoi discepoli: non a essere vicini a Lui, ma a essere in Lui e Lui in noi. Il dono eucaristico del suo Corpo rende possibile, per ciascuno dei suoi discepoli, l'esperienza di una intimità divina, dove l'incontro personale con Cristo non si realizza all'esterno, ma si realizza in un modo analogo a quello dell'eterna comunione del Figlio col Padre. Infatti, dal punto di vista di Dio la comunione non consiste nell'essere con ma nell'essere in. Si può infatti essere vicini eppure lontanissimi. La comunione divina, invece, non conosce lontananze, e si può essere anche lontani rimanendo l'uno nell'altro. Il Cristo storico rimane nel Padre e il Padre in Lui anche durante la sua vita terrena, pur apparentemente lontano dalla sua condizione naturale di gloria e di incorruttibilità. Ma c'è un'ulteriore conseguenza: Dio non è più nell'aldilà, Egli si è fatto vicinissimo al mondo umano, mantenendo però intatta la libertà dell'uomo, che può sempre prendere le sue decisioni, anche dinanzi alla presenza personale di Dio. Infatti, Dio si è avvicinato all'uomo, nascondendo però la propria insostenibile gloria. Il velo della carne umana rende Dio avvicinabile, ma al tempo stesso non schiaccia con la sua gloria; per questo la libertà di scelta dinanzi a Cristo rimane immutata. La presenza di Cristo nell'eucaristia è tale da non piegare nessuno a rendergli un omaggio forzato. Ed è proprio ciò che Lui desidera al di sopra di tutto: essere amato liberamente. Ha nascosto tutte le prerogative della sua divinità dietro il velo della carne umana e dietro il segno del Pane, e in questo modo, se qualcuno ne nota la presenza e ne riconosce la maestà, ciò è veramente amore. Piegarsi dinanzi alla manifestazione diretta della sua gloria non sarebbe amore, perché non sarebbe un atto libero. Infatti nessuna creatura può resistere alla manifestazione della sua gloria.
vv. 52-54
Le parole di Gesù provocano un disorientamento tra i Giudei, e anche tra i suoi stessi discepoli provocheranno una frattura. Fino a che Cristo parlava attenendosi al simbolo della manna, potevano ancora accettare il suo insegnamento, ma adesso che Egli parla della sua carne si trovano del tutto smarriti: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Ai vv. 53-54 Gesù riafferma il suo insegnamento per renderli consapevoli che non hanno capito male. Egli si riferisce alla propria morte, adombrata dalla separazione della carne e del sangue: "Se non mangiate la carne del figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue"; infatti, quando la sua carne e il suo sangue saranno separati, lo Spirito si effonderà sul mondo per comunicare agli uomini la pienezza della vita. La simbologia dell'esodo viene così ampiamente superata: la carne dell'agnello era l'alimento per l'uscita dalla schiavitù, ma il suo sangue, spalmato sugli stipiti delle porte, salvava dal passaggio dell'angelo della morte; ma quel passaggio era transitorio. Il sangue di Gesù non libera da una singola esperienza di morte, ma libera definitivamente da ogni possibile morte. La sua carne non è l'alimento di una particolare occasione, ma è l'alimento permanente del nuovo popolo di Dio pellegrino verso la patria celeste. Inoltre, i due verbi usati da Gesù: "Se non mangiate… e non bevete…", richiamano in modo diretto e inequivocabile l'istituzione della Eucaristia nell'ultima cena narrata dai Sinottici. Aderire a Cristo significa quindi compiere un'opera di assimilazione, mangiare la sua carne per essere in grado, come il Maestro, di consegnare se stessi fino alla morte per servire la persona umana.
vv. 55-56
Qui il discorso di Gesù tocca un punto cruciale: l'Eucaristia viene presentata nel suo duplice aspetto: come nuova manna, pane che nutre e infonde la vita nuova dello Spirito, e come nuova legge, non espressa in un codice esteriore ma iscritta nel modello umano di Gesù. Proprio in questo senso va letta l'espressione del v. 56: "…rimane in Me e Io in Lui". L'adesione a Gesù che si realizza nel mangiare l'Eucaristia, modella dall'interno il discepolo, rendendolo una piccola copia del suo Maestro. Questa espressione che descrive il rimanere in Cristo compare qui per la prima volta e sarà uno dei motivi dominanti dell'immagine della vite e i tralci. Non è un caso che ciò sia detto in riferimento al cibarsi del Corpo e del Sangue di Cristo. La possibilità di vivere la vita in Cristo in modo permanente consiste proprio nella partecipazione all'Eucaristia.
vv. 57-59
Gli effetti della comunione eucaristica vengono ulteriormente precisati da una frase di Gesù che ammette in italiano una doppia traduzione: (zo dia ton patera… zesei di' eme) "Come il Padre che ha la vita ha mandato Me, e Io vivo per il Padre, così chi mangia di Me, vivrà per Me". L'Eucaristia genera un parallelismo tra la vita di Gesù e la vita del discepolo e così si replica nei confronti di Cristo il medesimo rapporto che Cristo vive verso il Padre. L'espressione parallela: "Io vivo per il Padre… chi mangia di Me vivrà per Me" ammette due possibili interpretazioni che in fondo possono coesistere, una ontologica e una ministeriale: nel primo significato il Padre è la sorgente della vita per il Cristo storico, come si può vedere molto bene da 5,26 (Il Padre ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso); nel secondo significato, il Padre è il termine della dedizione della vita e dell'opera del Cristo storico. Così la posizione del Padre verso il Figlio si replica nel rapporto tra il discepolo e Cristo: a livello ontologico, il discepolo vive della vita che Cristo gli comunica (cfr. Gv 15: la vite e i tralci); a livello ministeriale, il discepolo vive e muore per il suo Maestro. L'Eucaristia abilita la persona a vivere in una maniera così lontana dalle inclinazioni naturali dell'io.Col v. 58 si chiude il discorso di Gesù. Solo al v. 59 viene precisata l'occasione e il luogo: a Cafarnao in una sinagoga. Un particolare detto alla fine, come se si trattasse di una notizia secondaria, e di fatto il discorso di Gesù va molto aldilà della circostanza in cui è stato pronunciato; dire alla fine il luogo e l'occasione è un modo per relativizzare la circostanza storica dell'insegnamento, sottolineando così la sua perenne validità per ogni generazione di discepoli. Il cuore dell'insegnamento di Cafarnao è che Gesù non è venuto a offrire delle "cose" ma a donare SE stesso interamente a ciascun essere umano. A partire da questo dono personale, Cristo chiede a ogni discepolo di fare altrettanto e di considerare se stesso "pane" spezzato per gli altri. La propria vita cristiana, nella maturazione della santità, deve divenire una riserva di nutrimento spirituale per tutti coloro che sono in ricerca.

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