"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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v. 1
Dopo la guarigione del paralitico, Gesù attraversa il mare di Tiberiade e sale sul monte. Questo passaggio del mare, dopo la liberazione compiuta alla piscina di Betesdà, suona come l'annuncio di un nuovo esodo. La liberazione dalla paralisi è infatti la condizione preliminare per poter intraprendere l'esodo proposto da Gesù. Egli attraversa il mare, aprendo così la via verso una nuova pasqua liberatrice. Una moltitudine di gente si raduna intorno a Lui, tutte le speranze del popolo cominciano a convergere nel suo ministero messianico. Qui Cristo darà il segno dell'amore di Dio nella condivisione del pane moltiplicato. La memoria dell'esodo riappare in questo segno, attraverso l'allusione alla manna, data a Israele dopo il passaggio del mare. Molti però fraintendono il segno dato da Gesù, e intendono il suo potere messianico come una regalità terrestre. Il segno del pane sarà poi una pietra di inciampo anche per i suoi discepoli, alcuni dei quali si tireranno indietro dopo il discorso di Gesù nella sinagoga. Il passaggio dal capitolo 5 al capitolo 6 è contrassegnato dalla figura di Mosè, che chiude il capitolo 5. Il capitolo 6 si apre col passaggio del mare da parte di Gesù e poi il dono del pane moltiplicato, che richiama la manna del deserto. Inoltre, la meta di Gesù, dopo l'attraversamento del mare, è il monte, luogo in cui Gesù si ferma coi suoi discepoli e che richiama il monte dell'alleanza mosaica, che Cristo sostituisce con la propria. E ciò in modo permanente, come si vede dal fatto che Gesù si ferma sul monte coi suoi discepoli (cfr. v. 3).
v. 2
La folla che si raduna intorno a Cristo rappresenta il popolo gravato dall'oppressione; esso vede nei "segni" operati da Gesù la promessa della sua liberazione. Anche in questo punto, siamo ricondotti ai temi dell'esodo: attraverso Mosè, vengono operati dieci segni che scuotono l'Egitto; al passaggio di Gesù, il popolo viene scosso dal suo ripiegamento. Ma c'è una differenza essenziale: i segni di Mosè erano destinati ai potenti e avevano un carattere punitivo, mentre i segni di Gesù sono destinati agli oppressi e sono i molteplici riflessi dell'amore del Padre che svelano al mondo il cuore di Dio. I segni dell'esodo preparato da Gesù sono segni ispirati dall'amore. Il primo esodo si era concluso nella terra promessa, mentre l'esodo di Gesù inizia dalla terra promessa, divenuta terra di schiavitù. Chi anela alla libertà indicata da Gesù, deve camminare dietro di Lui verso il monte dove viene donata la nuova manna, lasciandosi dietro le spalle tutto ciò che appartiene al passato. Inoltre Gesù attraversa il mare di Galilea senza portarsi dietro le folle, come aveva fatto Mosè. Dopo che Cristo ha aperto il mare, il popolo deve volerlo attraversare, compiendo una decisione sua. Cristo apre il mare davanti al popolo, ma non se lo trascina dietro; attende piuttosto che lo raggiunga sul monte. La comunità di Gesù nasce da una opzione libera e vive nella libertà.
v. 3
Il riferimento al monte inserisce i gesti di Gesù nella linea della memoria dell'esodo. Nella stipulazione dell'Antica Alleanza Mosè sale due volte sul monte Sinai, una prima volta accompagnato dagli anziani (Es 24,1-12) e una seconda volta da solo, quando si verifica il peccato del vitello d'oro (Es 34,3). Anche Gesù ripercorre le stesse tappe di Mosè, salendo sul monte due volte: una prima volta insieme ai suoi discepoli (v. 3), e la seconda volta da solo, quando la folla tenta di proclamarlo re (v. 15). La diversità tra le due Alleanze è sottolineata dal fatto che Gesù, salendo coi suoi discepoli sul monte, vi si pone a sedere, cioè vi si ferma, descrivendo in tal modo una condizione permanente, un carattere definitivo che è proprio della Alleanza compiuta in Lui.
v. 4
Viene precisato a questo punto il tempo particolare in cui tutto questo si verifica: la pasqua dei Giudei. In occasione della pasqua ebraica, Cristo comincia ad annunciare la sua, mediante i segni di liberazione che va operando sul popolo. L'evangelista prende di nuovo le distanze da una pasqua che per i discepoli di Gesù è solo un'ombra: la pasqua ebraica, dei Giudei. La concomitanza della festa di pasqua ha altri importanti risvolti: la pasqua ebraica obbligava il popolo a compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme, ma la presenza di Gesù sembra avere dirottato questo corteo: la gente non è più radunata nel Tempio, ma è accorsa sul monte, stringendosi intorno a Cristo che annuncia la sua pasqua, attraversa il mare di Galilea e dona la vera manna nel segno del pane moltiplicato. Nella prima pasqua menzionata dall'evangelista, Gesù aveva proclamato il tramonto del Tempio e la sua sostituzione definitiva col proprio Corpo (2,13-22), in questa seconda pasqua, Cristo sale sul monte, al di là del mare, per annunciare l'inizio dell'esodo di liberazione. Nella prima pasqua aveva espulso la gente del Tempio; nella seconda attira tutti a Sé e si comunica nel segno anticipatore dell'Eucaristia.
vv. 5-7
Il problema della mancanza di cibo richiama un altro episodio dell'esodo: nel deserto il popolo comincia a patire la fame e rimpiange la schiavitù di Egitto. In Es 16,1-4 Dio risponde alla protesta del popolo, ma non subito. Gesù, invece, previene la richiesta e dona il cibo alla moltitudine radunata, senza che nessuno abbia ancora notato la mancanza del cibo. Anzi, il problema del cibo sembra passato in secondo piano nella comunità radunata intorno a Gesù, mentre per Israele pellegrino nel deserto, esso ha ancora un peso determinante. Come nell'esodo, dove Dio mette alla prova Israele, Gesù mette alla prova il suo discepolo Filippo, che qui simboleggia la condizione del discepolato. L'esperienza dell'esodo appare come il prototipo del cammino di discepolato aperto da Gesù dopo il passaggio del mare. La prova a cui il discepolo viene sottoposto è formulata da Gesù in questi termini: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". Il verbo "comprare" ha qui una posizione centrale: si tratta di ottenere l'alimento per la sussistenza del popolo attraverso le risorse umane. Il discepolo è posto da Gesù in una situazione nella quale sembra che umanamente non sia possibile trovare una via di uscita. La sproporzione tra il bisogno e la risposta umana è enorme. Il discepolato, infatti, non può muoversi sulla base delle sicurezze visibili ma sulla base della fede, che presuppone la fiduciosa attesa dell'intervento di Cristo, senza mai perdere la propria calma, senza essere sopraffatti dal pessimismo generato dalle lacune del presente o dagli obiettivi non raggiunti. Cristo stesso ci interroga sulle nostre reali possibilità: "Dove possiamo comprare il pane?", perché non ci inganniamo su noi stessi, ma anche perché rinasca nel cuore del discepolo la fiducia dell'attesa nell'intervento di Dio. Come nel cammino nel deserto: Israele non ha le risorse di sopravvivenza e deve attenderle da Dio. Il pessimismo del popolo viene umiliato dal dono sovrabbondante della manna e delle quaglie. Tutte le volte che Dio dimostra la sua fedeltà, il discepolo è costretto a vergognarsi della sua sfiducia. Anche Filippo, che risponde alla domanda di Gesù facendo leva sulle cose visibili e non sulla fede, non viene più menzionato successivamente nello sviluppo dell'episodio. Il discepolo che si ripiega sull'insufficienza delle risorse umane, non trasmette un messaggio valido ed esce di scena. Insomma, il cammino del discepolato replica le tappe del cammino nel deserto, un cammino di liberazione ma anche un cammino di scoperta di se stessi nei propri limiti reali, che vanno conosciuti senza ripiegamenti; un cammino di confronto serrato con lo spirito delle tenebre, che cerca di infiltrarsi nell'accampamento sotto la forma del serpente, per mordere e avvelenare; un cammino in cui il gusto della manna che scende dall'alto deve sostituirsi al gusto del cibo che germoglia dal basso, perché non avvenga che, una volta usciti dall'Egitto, ci si trovi poi nel deserto senza i cibi di Egitto e senza il gusto della manna. In questo modo satana conduce l'uomo verso la ribellione: impedendogli di accedere alla consolazione dello Spirito, dopo che il discepolo, seguendo il Maestro, ha lasciato perdere le attrattive e le seduzioni delle cose vane. Così, non appena il discepolo si è liberato dalle zavorre, satana entra in azione per derubarlo della grazia che lo riempirebbe di dolcezza nel suo cammino lungo il deserto. Se questo gli riesce, la mossa successiva è quella di fargli pensare di essere stato ingannato, come il maligno ha fatto col popolo di Israele, suggerendogli di essere stato portato nel deserto solo per morire. Il discepolo Filippo è l'emblema di una prova non superata e di una insufficiente libertà dalle circostanze; o più precisamente, in lui si personifica un discepolato ancora legato al bisogno di dimostrazioni, mentre la gloria di Dio va già interamente colta e gustata nella Parola e nel Pane spezzato. Dinanzi agli occhi di Filippo c'è solo quello che manca, mentre la sua fede non è ancora capace di "vedere" quello che Dio può fare, oltre qualunque limite umano.

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