"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 8-9
Anche l'intervento di Andrea, fratello di Simon Pietro, è improntato al medesimo pessimismo: "C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma cos'è questo per tanta gente?". Anche lui misura soltanto i bisogni e i mezzi concreti a sua disposizione. Inoltre, la soluzione al problema del cibo viene da un ragazzo, simbolo di debolezza e di incapacità. Solo in Giovanni si trova questa specificazione relativa al possessore dei pani e dei pesci. L'evangelista intende perciò sottolineare l'assoluta inettitudine dei mezzi umani, fino a quando non ricevono efficacia dall'azione della grazia. Va notato pure che il termine usato da Giovanni per indicare il ragazzino è paidàrion, termine che indica in greco anche i servitori e non solo i bambini. Quei pochi pani e pesci saranno moltiplicati dalla benedizione di Gesù, ma devono provenire da chi si pone in atteggiamento di servizio verso l'umanità. Non importa quali mezzi si hanno a disposizione, ciò che conta è personificare la diaconia di Cristo verso gli uomini, il servizio permanente orientato alla felicità degli altri, come il Maestro chiederà ai suoi discepoli nella lavanda dei piedi. Possiamo ravvisare anche un gioco di parole tra il nome di Andrea e gli uomini (in greco andres) che figurano al v. 10. L'Apostolo Andrea è l'uomo adulto, chiuso nel ristretto orizzonte dei suoi mezzi, in contrasto col bambino che fornisce i pani e risolve il problema di partenza. Inoltre, i pani e i pesci sono 5 + 2, ossia sette, simbolo della pienezza. A Gesù, insomma, viene offerto tutto ciò che è a disposizione, per quanto sia poco. I mezzi possono infatti essere pochi, ma devono essere totalmente consegnati a Cristo, in una consacrazione integra e totale
v. 10
Gesù non tiene conto del pessimismo dei suoi discepoli e dà delle disposizioni preparatorie a ciò che Egli sta per fare: la CEI traduce "fateli sedere", ma l'espressione greca utilizzata da Giovanni andrebbe più precisamente tradotta "fate in modo che questi uomini si adagino per terra". Con la traduzione italiana si sono perduti due importanti elementi: essi non devono sedersi ma adagiarsi; Gesù non parla di "folla" ma di uomini (tous anthròpous). Ai vv. 2 e 5 la gente radunata intorno a Cristo è definita con un termine collettivo e perciò impersonale: "folla". Gesù invece usa un altro appellativo, che la traduzione italiana stranamente non ha mantenuto, un termine al plurale che conferisce un carattere personale a quella massa di gente. I due elementi, quello di adagiarsi e il termine "uomini" usato da Gesù, sono strettamente connessi l'uno all'altro. Gesù dice ai discepoli di far adagiare quegli uomini per terra, richiamando la posizione, in uso nel primo secolo, che i commensali assumevano nella cena pasquale ebraica, commemorando la liberazione dalla schiavitù di Egitto. Mangiare distesi era proprio degli uomini liberi e l'ordine di Gesù ha quindi questo fondamentale significato. La moltitudine di oppressi che sta davanti a Lui deve assumere la posizione degli uomini liberi, divenendo commensali di Cristo, nella celebrazione di una nuova Pasqua. La condizione di libertà che Cristo conferisce alla folla è sottolineata dal ruolo di servizio che Egli dà ai suoi discepoli. I discepoli sono associati all'opera di liberazione di Cristo, assumendo la posizione di coloro che servono nella distribuzione della nuova manna. Anche il passaggio dal carattere indistinto della denominazione della folla a quello personalizzato, indicato da Gesù col termine anthropous, allude alla libertà che Egli dona, restituendo a ciascuno la sua piena dignità personale. L'evangelista aggiunge che nel luogo c'era molta erba. Va notato che l'espressione "il luogo" era il modo ordinario di riferirsi al Tempio di Gerusalemme (4,20; 11,48). La dimora della gloria di Dio si è quindi trasferita laddove si trova la presenza personale di Gesù. Il nuovo luogo santo è rappresentato da uno spazio aperto, lontano da ogni istituzione oppressiva. L'unica cosa che veramente conta è che Cristo sia lì. Dall'altro lato, in una significativa antitesi, il Tempio di Gerusalemme è ancora in piedi con i suoi riti e le sue solennità, ma ormai profanato nel suo spirito e lasciato vuoto da Dio, dal momento in cui Cristo è andato ad abitare altrove.
v. 11
Qui comincia la descrizione dei gesti di Gesù che prende i pani e pronuncia l'azione di grazie. Entra così in scena un altro personaggio che si staglia tra le righe: la figura del Padre. L'azione di grazie di Gesù ha infatti come unico interlocutore il Padre, anche se non è esplicitamente menzionato. Solo dopo aver ristabilito il collegamento col Padre, la comunità può essere nutrita, essendo il Padre l'origine assoluta della vita. Cristo ringrazia il Padre per quel poco pane che ha nelle mani, ossia riconosce che il nutrimento viene da Lui come dono gratuito. Con tale rendimento di grazie, Cristo svincola quei pani dal loro possessore umano e li pone radicalmente nel dominio del Padre. In quel momento inizia il prodigio della moltiplicazione. Il Padre moltiplica a beneficio di tutti ciò che uno non trattiene come ne fosse il possessore. L'eucaristia nascerà da questo necessario presupposto: l'espropriazione soggettiva, la consegna nelle mani del Padre, l'arricchimento della Chiesa. Il Padre è il proprietario effettivo di tutto ciò che esiste; la moltiplicazione risulta da questo onesto riconoscimento da parte dell'uomo. Il passaggio successivo è poi quello della condivisione. La moltiplicazione che risulta dall'espropriazione e dal rendimento di grazie, appartiene a tutti e tutti devono poterne ricevere i benefici. Il pane moltiplicato viene perciò distribuito tra la folla dai discepoli. Questa nuova manna non conosce più alcuna misura: in Es 16,16 ciascuno poteva coglierne una misura proporzionata al suo fabbisogno; ma qui la situazione è diversa. Il contrasto viene sottolineato dall'espressione conclusiva del v. 11: "finché ne vollero". Il dono di Dio in Cristo non è dato con misura prestabilito, ma è l'uomo stesso, nella sua libertà, a stabilire in che misura accogliere la grazia. Gesù offre il pane non finché vuole Lui, ma finché ne vogliono essi. L'unità di misura si è così trasferita interamente sulla risposta umana, mentre Dio, dal canto suo, continua a riversare i suoi doni infinitamente e senza misura sulla comunità di Gesù. D'ora in poi, sarà solo la risposta umana a determinare la restrizione dell'amore di Dio. Ma esso, per l'uomo, non ha più confini. In Cristo, il dono della santità è ormai totale. Si tratta di decidere per se stessi la misura della sua comunicazione. vv. 12-13
Ancora un'altra differenza con l'esodo: la manna del deserto non poteva essere conservata senza imputridirsi, mentre la nuova manna va custodita nella sua sovrabbondanza. Se il dono di Dio è sovrabbondante, tuttavia ciò non significa che può essere sciupata impunemente. E nessuno può sottovalutare il dono di oggi, per il fatto che domani ci sarà dato ancora. La conservazione della nuova manna indica la cura e l'apprezzamento di un dono che è dato senza misura, ma non per questo va sciupato. Le dodici ceste raccolte alludono ovviamente alla totalità di Israele, segno di un pane che veramente nutre il popolo di Dio, senza che alcuno ne rimanga escluso. Il nutrimento celeste è per tutti, e chiunque si accosta alla mensa del Pane e della Parola non resterà deluso, né ne avrà di meno per il fatto che aumenta il numero dei partecipanti.
vv. 14-15
Il segno operato da Gesù porta la folla a concludere che Gesù è il profeta annunciato da Dt 18,15: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto". L'opera di Cristo viene così a trovarsi in linea di continuità con le promesse contenute nell'antica Alleanza. Del resto, la moltiplicazione dei pani si colloca sulla scia dei prodigi dell'esodo, come già si è detto. Il riconoscimento della folla non è semplicemente l'accoglienza di una personalità carismatica; per loro Cristo non è "un profeta", ma "il profeta", cioè il Messia, quel nuovo Mosè annunciato dalle Scritture e destinato a condurre Israele verso una nuova esperienza di libertà. E' però su questo punto che la folla incorre in un grave fraintendimento: la libertà che loro si attendono dal Messia è la libertà dai bisogni terreni; essi desiderano essere sudditi di un re che garantisca loro una vita tranquilla e dia una risposta efficace a tutti i loro bisogni, senza farli passare attraverso la fatica. Una aspettativa di questo genere è totalmente in contrasto con la via aperta da Gesù, una via di liberazione che invece passa attraverso un amore posto al servizio della felicità altrui. La folla si muove per farlo re, sperando di continuare a essere gratificati dall'amore provvidente di Cristo senza faticare; per loro l'amore è bello solo quando si riceve e si è così esonerati dall'amare. Mentre dal punto di vista di Gesù, per essere liberi, occorre imparare l'amore oblativo, cioè quell'amore che lava i piedi al prossimo. Questo amore è possibile solo dopo essere stati amati da Lui; anzi, il fatto di ostinarsi a volere essere soltanto amati, acquista le proporzioni di una grave omissione, dopo che Cristo ci ha amati per primo. La folla vorrebbe questo: fermare il tempo in quell'attimo in cui Cristo li ha amati, rimanere sdraiati sull'erba, perpetuare l'esperienza gratificante di avere qualcuno che risolve i loro problemi senza faticare, insomma scegliere lo stato di minorità per continuare a essere amati scansando il sacrificio che comporta il vero amore che libera, cioè l'offerta di se stessi. Ecco da dove viene il tentativo di farlo re, da cui Gesù ovviamente fugge, per non essere strumentalizzato dalla pigrizia umana.Ma c'è un secondo motivo, ancora più profondo, che spinge Gesù ad allontanarsi sul monte, lasciando la folla nel suo delirio. Essa inconsapevolmente ripropone una delle tentazioni del deserto riportate da Matteo e da Luca: la tentazione del potere umano. Il suo messianismo soprannaturale rischia così di abbassarsi al livello del potere terreno. Gesù si trova per l'ennesima volta dinanzi a una folla che gli chiede molto meno di quanto Egli è venuto a dare. Il riduzionismo di chi gli chiede solo poche cose, utili in questa vita, impoverisce la missione di Cristo e quella dei suoi apostoli. Anche Paolo di Tarso dovrà lamentarsi di questa angustia che restringe il cuore di molti: "Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1 Cor 15,19). La tentazione di un cristianesimo puramente sociologico e assistenziale produce proprio questo impoverimento del messianismo soprannaturale di Gesù. Anche questa è una forma di eutanasia del cristianesimo. A questo punto Gesù si ritira solo sul monte, come Mosè dopo l'apostasia di Israele (cfr. Es 34,3-4). Il parallelo con Mosè tende ad esprimere la gravità di quello che è accaduto: il tentativo di fare di Gesù un re umano che dia la soluzione rapida a tutti i nostri problemi, restando noi in una comoda posizione di minorità, equivale a una nuova forma di idolatria, come quella del vitello d'oro. Quest'ultimo, per gli israeliti, non era una divinità straniera, bensì lo stesso Yahweh che li aveva fatti uscire dall'Egitto, adorato però secondo l'idea e l'immagine che essi se ne erano fatti. Per Gesù avviene qualcosa di simile: la folla è disposta da accoglierlo come Messia, ma secondo l'idea e l'immagine che a loro fa più comodo. Gesù allora fugge sul monte non solo per sottrarsi alla strumentalizzazione di cui può essere fatto oggetto, ma anche per indicare quale sia la sua autentica regalità: la salita di Gesù sul monte è infatti in relazione alla croce. Sul Golgota, Cristo sarà veramente il re che vince il mondo e rovescia dal suo trono il principe usurpatore, che è Satana. Ma in quel momento i suoi discepoli lo lasceranno solo. Per questo, Gesù sale sul monte da solo, anticipando così la sua solitudine del Venerdì Santo, frutto della diserzione dei suoi discepoli.

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