"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Gli avvenimenti narrati ai capitoli 7 e 8 si svolgono nel periodo della festa delle Capanne, che ricordava il cammino di Israele nel deserto. Dopo il tema della manna, anche la festa delle Capanne allude all'esodo di liberazione; entrambe le tematiche sono accompagnate e confermate dai segni operati da Gesù: la guarigione del paralitico, a cui segue la promessa della nuova manna e la guarigione del cieco nato, compiuta durante la festa delle Capanne. Con tali segni si vuole sottolineare ancora una volta che l'esodo dell'antico Israele era soltanto una prefigurazione della Pasqua di Cristo. Gesù si reca a Gerusalemme in pellegrinaggio per le Capanne, dove la classe dirigente si schiera sempre più decisamente contro di Lui. A metà della festa, Gesù sale al Tempio per insegnare e pronuncia un discorso nel quale Egli si presenta come la sorgente della Sapienza, invitando tutti ad avvicinarsi a Lui per attingere. Successivamente, Egli denuncia il sistema di menzogna e di potere su cui si fonda il Tempio, cosa che gli attira addosso gli insulti dei giudei. Il capitolo 8 si conclude col tentativo di lapidarlo, ma Gesù esce dal Tempio e si allontana. In tal modo, il Tempio perde per sempre ogni significato religioso e la gloria di Dio lo abbandona.
vv. 1-5
Gesù si muove oramai nella continua ostilità dei giudei; la decisione di ucciderlo sta già maturando nel cuore della classe dirigente. Al v. 3 compaiono i suoi parenti come un gruppo nettamente distinto da quello dei discepoli; essi stessi ne prendono le distanze: "i tuoi discepoli vedano le opere che compi". I parenti di Gesù personificano qui la voce del buon senso umano: "Nessuno agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto". Dinanzi a quello che essi considerano come il fallimento di Gesù, cioè la frattura interna al gruppo dei suoi discepoli dopo il discorso sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao, gli consigliano di compiere pubblicamente una dimostrazione visibile del suo potere. Credono erroneamente che la fede nasca dai segni di Gesù, e non sanno che senza la fede non è neppure possibile semplicemente "vedere" i segni di Gesù. Il Maestro lo aveva già detto a Nicodemo: "Se uno non rinasce dall'alto non può vedere il Regno di Dio" (3,3). L'allusione è al battesimo come sacramento della fede. "Vedere" il Regno qui equivale alla capacità di scorgere l'identità di Gesù per riconoscerlo come Messia. Senza questo sguardo illuminato dalla fede, il Messia opera sotto i nostri occhi e noi non ce ne accorgiamo. O forse attendiamo altri segni, chissà quali, mentre ci sfuggono quelli che Cristo ci ha già dato e che abbiamo da anni sotto gli occhi. Da questo punto di vista, la figura dei parenti di Gesù allude anche alla cecità conseguente alla assuefazione. Il legame di consanguineità implica anche una comunione di vita che diventa abitudine. Dall'abitudine all'assuefazione, il passo è breve. Così si spiega la difficoltà per Gesù di compiere guarigioni e liberazioni nella sua città di Nazaret, come attestano i Sinottici: l'assuefazione offusca la fede, mentre l'elemento umano occupa l'intero panorama: "Non è il figlio di Giuseppe?" (Lc 4,22). Cristo viene così spogliato della sua dignità, ancor prima dell'arresto e del processo. Nel cuore delle persone umanamente più vicine a Lui, a causa dell'assuefazione, Egli ha già perduto la sua dignità. L'evangelista lo sottolinea al v. 5: "Neppure i suoi fratelli credevano in Lui". Anche a Davide, antenato di Gesù e grande re di Israele, era accaduta la stessa cosa, allorché, dopo avere ballato davanti all'arca di Dio, fu disprezzato da sua moglie, l'unica che non capiva che proprio in quell'umiltà consisteva la sua grandezza; e che dire di Mosè, che portava il peso di un popolo difficile, e dovette sopportare anche la maldicenza di coloro che dovevano condividere con lui quel peso, Aronne e Maria. E se poi guardiamo all'Apostolo Paolo, in quale delle comunità da lui stesso fondate, l'autenticità del suo ministero apostolico non venne messa in discussione? E' una strategia antica, con cui il demonio, spogliando della loro dignità i servi di Dio, spegne la fede dei destinatari della loro testimonianza, e con la fede spegne anche l'azione vivificante dello Spirito. I parenti di Gesù, sono i primi a esserne colpiti insieme ai discepoli che si allontanano dopo il discorso di Cafarnao. Infine, tale strategia colpirà anche i Dodici, travolgendo in particolare Giuda, deluso di un messianismo umile e senza acclamazioni di folle.
vv. 6-7
Gesù qui allude al "suo" tempo, in greco kairos, cioè tempo opportuno o favorevole; indubbiamente il riferimento è alla celebrazione della "sua" pasqua, che ancora non è venuta. In contrasto con i suoi interlocutori, il cui tempo è sempre pronto, cioè sempre uguale, in quanto essi non vivono dentro i ritmi della volontà del Padre. Chi non vive nella volontà di Dio, fa ciò che vuole in ogni tempo, come se il suo tempo fosse sempre pronto; chi vive invece nell'osservanza della mappa del Padre, fa ciò che Dio vuole che egli faccia, nel tempo in cui deve essere fatto; né prima né dopo. Gesù vive la sua vita terrena secondo la mappa del Padre, e perciò non può compiere un gesto se non quando il Padre ne determina il tempo esatto, il kairos.Inoltre, c'è un secondo motivo di contrasto tra loro e Cristo: essi non hanno alcun conflitto con i sistemi del potere umano e di conseguenza non ne subiscono la persecuzione. Sono quindi liberi di muoversi come vogliono; non così per Gesù, la cui vita comincia a essere seriamente in pericolo.
vv. 8-10
L'atteggiamento di Gesù riportato da questi versetti potrebbe apparire strano o contraddittorio: Egli dice di non voler andare alla festa, ma poi, dopo la partenza dei suoi parenti, anche Lui si reca a Gerusalemme. Tale decisione di Gesù va letta alla luce delle sue motivazioni profonde, ignote ai suoi interlocutori; l'espressione di Gesù: "Andate voi a questa festa, Io non ci vado", non indica tanto la sua non partecipazione, quanto piuttosto la sua non appartenenza a "questa" festa. Gesù salirà infatti a Gerusalemme non per partecipare alla festa delle Capanne, bensì per insegnare e proclamare la promessa di un'acqua nuova sgorgante da Lui. Questa proclamazione, come quella della sinagoga di Cafarnao sul pane di vita, provocherà divisioni e conflitti, al punto che tenteranno di lapidarlo (cfr. v. 59).
vv. 11-13
L'atmosfera di Gerusalemme è agitata da correnti diverse: il popolo è diviso nel giudicare l'azione di Cristo, alcuni la approvano, altri avanzano dubbi e sospetti, ma sempre a bassa voce, per timore delle autorità. La classe dirigente è comunque unanime nel ritenerlo un pericolo.
vv. 14-15
Gesù sale al Tempio a metà della festa; indicazione cronologica orientata a sottolineare che Lui non è andato a Gerusalemme per partecipare alla solennità delle Capanne: si presenta solo quando la festa è iniziata da tempo. In più l'evangelista aggiunge: "salì al Tempio e vi insegnava". Lo scopo vero della sua presenza non è la solennità ebraica, bensì il suo mandato divino di Maestro. Per la prima volta, nel Tempio, Gesù comincia a esporre la sua dottrina, spiegandone i contenuti. Il suo insegnamento impressiona i dottori del Tempio, sapendo bene che Egli non aveva studiato nelle loro scuole né era stato mai a contatto coi loro studenti. Tuttavia sono costretti a riconoscere la sua profondità e la sua conoscenza delle Scritture. Non muta però il loro tono sprezzante: "Come mai costui…".
vv. 16-18
Proprio in riferimento al suo sapere Gesù risponde ai loro interrogativi: "La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato". Cristo non è stato istruito nelle scuole rabbiniche, in quanto non ne aveva bisogno. Come uomo Egli apprende dal Padre le verità da trasmettere al mondo. In questo senso la dottrina non è sua; tuttavia, in quanto Dio, Cristo la possiede in comune col Padre. E' particolarmente degno di nota il criterio di discernimento che Cristo offre in ordine alla valutazione della sua dottrina: "Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se Io parlo da Me stesso". In sostanza, il vangelo si svela nella sua verità solo a coloro che desiderano rinunciare alla propria volontà, accogliendo come migliore la volontà di Dio. Non è un problema di concetti. Il vangelo si comprende e si apprezza per connaturalità, così come un musicista apprezza un brano musicale meglio di un profano. Si tratta allora di non essere dei profani nella scienza di Dio, per conoscere la quale occorre voler fare la volontà di Dio. La scienza di Dio non si apprende mediante lo studio; lo studio si rende necessario solo in un secondo tempo, al fine di chiarire ciò che già si conosce. Il canale della conoscenza delle cose divine è infatti il desiderio di aderire a Dio, ancor prima di sapere cosa Lui voglia fare di noi. Il presupposto che rende possibile l'incontro autentico dell'uomo con Dio è la rinuncia a cercare la propria gloria: "Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria". La conoscenza della verità di Dio non è compatibile con la ricerca di se stessi, perché l'una cosa esclude l'altra. La garanzia che Gesù offre del proprio insegnamento è infatti il suo fondamentale disinteresse, insieme alla sua radicale libertà da mire personali. Tutti coloro che rinunciano veramente a se stessi e alla propria gloria personale, per ciò stesso incontrano Dio e ne sono autentici testimoni.
vv. 19-24
"Non è stato forse Mosè a darvi la Legge?"; Gesù prende le distanze dalla Legge mosaica e non si include tra i suoi destinatari. Ovviamente, Egli è comunque l'unico legislatore al di sopra dello stesso Mosè. A differenza di Mosè, però, Gesù non lascerà ai suoi discepoli un codice, ma il suo stesso Spirito, che formerà in ciascun discepolo i tratti interiori del Maestro. I farisei sono accusati di non osservanza della Legge: "Nessuno di voi osserva la Legge". Con queste parole, Cristo non si riferisce al compimento dei precetti, bensì all'osservanza dello spirito della Legge. I farisei sono fin troppo scrupolosi nel mantenersi dentro le misure legali, ma proprio per questo trasgrediscono la Legge: la pongono al di sopra del bene della persona. Per questo essi rimangono sconcertati davanti al miracolo del paralitico della piscina, che avviene di sabato. Non capiscono che è proprio la salute piena dell'uomo il significato più autentico del riposo sabbatico: "se un uomo riceve la circoncisione di sabato… voi vi sdegnate con Me perché ho guarito interamente un uomo di sabato"; "Un'opera sola ho compiuto e tutti ne siete stupiti". E' infatti lo stupore accusatorio dei farisei dinanzi al miracolo compiuto di sabato. Ma la trasgressione di Gesù è solo apparente: "Non giudicate secondo le apparenze". L'ubbidienza alla volontà di Dio ha infatti talvolta l'apparenza di una trasgressione delle consuetudini umane. Ed è proprio di tale apparente trasgressione che Cristo viene accusato, mentre i suoi accusatori osservano scrupolosamente i precetti mosaici, ma violano l'esigenza più importante della Legge stessa e disattendono lo scopo per cui la Legge esiste: il maggior bene della persona umana. Cristo metterà sempre la persona al di sopra della Legge.

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