"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 25-27
A Gerusalemme si accendono le dispute sulla identità di Gesù.
v. 28
Nel groviglio di queste dispute si inserisce l'insegnamento di Gesù, pronunciato solennemente nell'area del Tempio. La confusione di opinioni che regna a Gerusalemme rende ancora più difficile la possibilità di riconoscerlo come Messia anche da parte degli uomini di buona volontà. Lui stesso si impegna a diradare la nebbia della confusione. La traduzione italiana dice che Gesù esclamò, ma andrebbe più precisamente tradotto con gridò: "Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure Io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero". Si tratta di un grido che squarcia le tenebre della menzogna. I giudei conoscono Gesù, ma solo a metà: conoscono la sua origine umana: "sapete di dove sono", che peraltro credono erroneamente da Nazaret; ma ignorano del tutto la sua origine dal Padre: "Io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero". Inoltre, Gesù aggiunge: "e non lo conoscete". Una precisazione che suona molto strana in quanto è rivolta agli specialisti del sacro, a coloro che conoscono molto bene le Scritture, almeno dal punto di vista dell'apprendimento. Dio può quindi continuare a essere uno sconosciuto anche per chi è in grado di insegnare agli altri la dottrina che lo riguarda. Esiste di fatto un sapere umano su Dio. Proprio questo sapere umano su Dio impedisce ai giudei di riconoscere Dio che entra nel suo Tempio nella persona di Gesù. Essi hanno incasellato il loro sapere su Dio dentro categorie rigide; di conseguenza, se l'opera di Dio non è conforme ai loro canoni, non la riconoscono come sua. Il grido di Gesù ricorda molto da vicino quello della sapienza: "La sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la sua voce" (Prv 1,21). Però a questo grido della sapienza nessuno bada, finché essa non è più alla portata di chi la cerca (Prv 1,28). Anche Gesù lancia il suo grido che rimane inascoltato, finché passa da questo mondo al Padre, e nessuno può più raggiungerlo: "Mi cercherete ma non mi troverete; e dove sono Io voi non potrete venire" (Gv 7,34).
vv. 29-31
Al contrario, Cristo conosce bene Dio, procedendo da Lui in qualità di Figlio unigenito. Qui sta il cuore della sua missione rivelativa: non si può sapere chi è Dio, senza essere suo figlio. E ciò vale anche per la vita cristiana, perché impariamo a conoscere Dio a partire dalla relazione di figliolanza acquisita nel battesimo. E quando si vive nella sua divina paternità, allora si può parlare di Lui in modo credibile. I giudei non reggono all'accusa di Gesù, e cioè di ignorare la verità di quel Dio che essi credono di conoscere troppo bene. Non accettano di rivedere le loro convinzioni tradizionali e per questo, rifiutando Cristo, rifiutano un'immagine di Dio per loro inedita. Nello stesso tempo non colgono l'incongruenza del loro atteggiamento, per il quale l'azione di Dio risulta accettabile solo se conforme ai loro schemi mentali. Non si rendono conto che questa è idolatria della peggiore specie, ossia un culto tributato al dio partorito dalla loro mente, in contrasto col Dio vivente, non soggetto ad alcuno schema categoriale. La loro reazione è tremenda; cercano di catturarlo per metterlo a tacere, ma nessuno riesce a prenderlo perché non è ancora giunta la sua ora. Nella "sua" ora, infatti, non saranno i nemici a prevalere su di Lui, ma sarà Lui stesso a consegnare la propria vita, avendo il potere di darla e di riprenderla di nuovo. Dall'altro lato, però, vi sono alcuni che aderiscono a Lui accogliendolo come messia e il popolo si divide in posizioni diverse. Quelli che riconoscono in Gesù il messia di Israele sono molti, e questo fatto pone in allarme le autorità del Tempio, che cominciano a sentire come necessaria la soppressione di questo movimento popolare.
vv. 32-34
Per la prima volta, i sommi sacerdoti e i farisei mandano le guardie ad arrestarlo, sentendo vacillare il proprio potere e la propria influenza sul popolo. Al discorso successivo di Gesù anche le guardie sono presenti. Cristo richiama i suoi uditori alla coscienza della fugacità del tempo della grazia: "Per poco tempo ancora rimango con voi". La presenza di Cristo non è mai un fatto scontato e può accadere di non valorizzare in pieno la sua Presenza, per poi cercarlo invano, quando Egli non si fa più trovare: "Voi mi cercherete e non mi troverete". I momenti in cui Cristo si lascia facilmente incontrare per riversare su noi grazia su grazia hanno dunque una scadenza. Sono come i tempi forti della liturgia della Chiesa. Dopo i tempi forti ritorna sempre il tempo ordinario, ma non è la stessa cosa. In esso il contatto con Dio risulta più faticoso e la sua ricerca meno gratificante. Sentiamo l'eco delle parole ammonitrici del profeta Isaia: "Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino" (Is 55,6).
Cristo stesso sollecita i suoi ascoltatori a non lasciar passare senza frutto quei momenti caratterizzati dalla sua forte Presenza e dalla sua facile raggiungibilità. Dopo ciò, lo Sposo sarà sottratto ai suoi amici. Più avanti Cristo rivolgerà ai giudei la medesima accorata esortazione: "Ancora per poco tempo la Luce è con voi. Camminate mentre avete la Luce" (12,35).
Le parole drastiche di Gesù: "Mi cercherete ma non mi troverete" (v. 34) richiamano molto da vicino quelle della Sapienza personificata in Proverbi 1: "Vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione, avete trascurato ogni mio consiglio; anch'io riderò delle vostre sventure, quando vi colpirà l'angoscia e la tribolazione, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, allora mi cercheranno ma non mi troveranno" (1,24-28). Il Signore ci soccorre e ci libera dal male non tanto prendendoci per i capelli e portandoci fuori dai guai, bensì preparandoci gradualmente al tempo della prova, per essere forti ed equipaggiati di virtù, quando esso si presenterà. Ma occorre lasciarsi educare dalla sua divina pedagogia nel tempo della prosperità, "camminate mentre avete la Luce", per essere capaci di affrontare l'ora delle tenebre. Nella adesione fedele alla divina pedagogia è possibile andare dove va Cristo, cioè nella sfera dell'amore del Padre. Una sfera preclusa a chi rifiuta di entrare nel discepolato; per questo dice ai giudei: "dove vado Io, voi non potrete venire". I suoi discepoli, però, saranno con Lui: "dove sono Io, là sarà anche il mio servo" (12,26); e nella preghiera sacerdotale: "Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con Me, dove sono Io" (17,24).
vv. 35-36
I giudei hanno ascoltato le parole di Gesù, ma non le hanno comprese. Pensano che Cristo intenda allontanarsi per evangelizzare i territori abitati dai pagani, fraintendendo le parole "dove vado Io, voi non potrete venire". Neppure lontanamente essi pensano che il cammino di Cristo ha come meta l'incontro definitivo con il Padre, un cammino che si può percorrere solo dietro a Lui, entrando nel discepolato. Diversamente si rimane prigionieri dell'illusione di conoscere Dio, mentre si adora soltanto la propria "idea" di Dio, ma non il Dio di Gesù Cristo: "dove vado Io, voi non potrete venire".
vv. 37-38
Il versetto si apre con una indicazione cronologica densa di significato: "Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa". E' la seconda indicazione cronologica della sezione. La prima si trova in 7,14: "Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al Tempio". Entrambe si riferiscono al corso della festa e ai riti che vi sono connessi. L'evangelista però non intende offrire soltanto una cronaca dell'attività del Messia relativa a quei giorni; sembra che il vero significato di queste indicazioni cronologiche si situi sul piano della teologia. Più precisamente, la prima indicazione cronologica sottolinea l'estraneità di Gesù a quella festa: Egli vi sale a metà della festa appunto perché non vi partecipa. La seconda indicazione, concentra l'attività di Gesù nell'ultimo giorno della festa, presupponendo che negli altri giorni Egli non abbia fatto nulla. E' infatti soltanto nell'ultimo giorno che la sua voce echeggia nel Tempio con il sapore di una promessa: "Chi ha sete venga a Me e beva". Una promessa formulata al presente, ma che in realtà si riferisce al futuro: "Questo Egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui, infatti non c'era ancora lo Spirito". L'acqua che Cristo offre è dunque simbolo dello Spirito Santo che sarà effuso sul mondo dal Messia crocifisso. Si tratta allora di un invito anticipato a quanto diventerà possibile solo a partire dal giorno della sua crocifissione. Possiamo così comprendere la ragione di una promessa fatta solo nell'ultimo giorno della festa: l'ultimo giorno è infatti il tempo più idoneo per annunciare il grande prodigio che si verificherà nell'ultimo giorno del Messia: l'effusione dello Spirito. L'ultimo giorno della festa diventa così una figura anticipatoria dell'ultimo giorno di Cristo, in cui si compie l'evento più determinante della storia. Questo giorno sarà l'ultimo, perché in esso tutto è compiuto (cfr. 19,30). Inoltre, il giorno della festa della Capanne è veramente l'ultimo, in quanto il Tempio di Gerusalemme è prossimo a tramontare, mentre sarà consacrato un nuovo Tempio, non fatto da mani d'uomo.
Di nuovo la traduzione italiana ha bisogno di una correzione: "Gesù, levatosi in piedi esclamò ad alta voce". Nell'espressione greca non si tratta di una esclamazione ma di un grido, con evidente allusione a Prv 1,21, la Sapienza che grida per essere ascoltata dagli uomini. La promessa di Gesù, suona così: "Chi ha sete venga a Me e beva chi crede in Me; come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Queste parole di Gesù esprimono la promessa della Spirito facendo però riferimento ai riti consueti della festa delle Capanne. In particolare la processione fino alla fonte di Siloe, per attingere acqua in un recipiente d'oro. Poi la processione ripartiva verso il Tempio, mentre si cantava Is 12,3: "Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza". Cristo si sostituisce alla fonte di Siloe: d'ora in poi è Lui la meta di ogni pellegrinaggio dell'uomo verso la Vita.
v. 39
Tuttavia, le parole di Gesù hanno ancora il valore di una promessa relativa al futuro; l'evangelista precisa che "non c'era ancora lo Spirito". Il dono di un'acqua che estingue definitivamente la sete dell'uomo viene offerto soltanto dal Messia crocifisso. La sorgente della salvezza, a cui è possibile attingere la Vita, è il suo stesso Corpo aperto dalle ferite del Calvario. Uno dei testi che venivano proclamati nel Tempio durante la festa delle Capanne era tratto da Ez 47, dove il profeta vede il nuovo Tempio, dal cui lato sgorga acqua verso l'oriente. L'acqua diventa sempre più abbondante, un fiume in piena che è impossibile a guadarsi. Questa acqua ha la proprietà di risanare tutto ciò che tocca. Cristo si identifica perciò col nuovo Tempio visto da Ezechiele. Il lato orientale da cui sgorga l'acqua terapeutica non è altro che il simbolo del fianco squarciato del Crocifisso, da cui esce la grazia divina per risanare i mali dell'umanità. Anche in questo senso i dirigenti giudei non possono avvicinarsi alla sorgente: "dove sono Io, voi non potrete venire" (7,34): essi possono recarsi in processione verso il Tempio di Gerusalemme, ma non possono inoltrarsi fino a raggiungere il Crocifisso, scandalo per i Giudei (cfr. 1 Cor 1,23). In questo nuovo Tempio non si celebra più il culto cerimoniale, bensì il culto in Spirito e Verità. Qui il tema della sete equivale alla presa di coscienza che un culto puramente ritualistico non è in grado di elevare il cuore umano fino a Dio. E' la stessa carenza che la Madre di Gesù riscontra a Cana: "Non hanno più vino" (Gv 2,3). La Legge mosaica non è in grado di offrire all'uomo la comunione definitiva con Dio. Ma occorre capire che le sole opere non portano a Dio. Gesù promette di estinguere la sete dell'uomo, ma prima di tutto bisogna sentirla questa sete. Chi si sente soddisfatto di se stesso, non si avvicina a Cristo, perché non sa di avere sete. Non sa di essere povero, cieco e nudo (cfr. Ap 3,17).

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