"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 48-51
La classe dirigente di Gerusalemme accusa Gesù di essere un samaritano o un pazzo, cioè un eretico. Senza rendersi conto, essi manifestano la debolezza dei loro argomenti insultando l'interlocutore. L'insulto è l'argomento a cui di solito si ricorre, quando non si hanno ragioni sufficienti per contraddire e smontare le argomentazioni altrui. Così, quando finiscono le ragioni logiche, ci si prende la rivincita con l'insulto, cosa che non sarebbe necessaria, se l'interlocutore fosse ridotto al silenzio dalla forza dei ragionamenti. Di queste due vittorie è possibile solo una: o si prevale sull'interlocutore con la forza della ragione, oppure si è costretti a ricorrere alla ragione della forza. Da questi presupposti scaturirà il processo pilotato e la condanna a morte: non potendo far tacere Gesù in forza di una verità maggiore della sua, dovranno sopprimerlo con la forza per farlo tacere. Cristo risponde alle loro accuse, facendo leva su un fatto risolutivo: Egli non è alla ricerca della sua gloria personale, e questo disinteresse è il marchio di autenticazione della sua missione. Sarà proprio l'esito del processo a Gesù e la sua accettazione della morte di croce, la dimostrazione ultima che Egli non era mosso da mire personalistiche. Anche nella vita cristiana, possiamo dire che la consegna di se stessi ai disegni di Dio, in modo totalmente disinteressato, è una prova di autenticazione ancora più convincente dei miracoli.Al v. 51, Cristo offre un secondo segno di autenticazione della propria missione salvifica: la sua risposta d'amore all'odio che lo circonda: "In verità vi dico: Se uno osserva la mia Parola non vedrà mai la morte". Ciò significa che Egli non esclude dalla salvezza neppure coloro che lo odiano e che trameranno per ucciderlo. La vita definitiva viene offerta ai giudei così come viene offerta ai discepoli. La condizione è la medesima per entrambi: l'accoglienza della sua Parola come àncora di salvezza per gli ultimi tempi, ossia: l'ultima Parola del Padre prima del giudizio finale. Chi la accoglie nella fede, non può sperimentare la morte: la vita offerta da Gesù non ha mai fine, è infatti la salvezza definitiva.
vv. 52-56
L'amore con cui Cristo risponde al loro odio, però, non li tocca. La classe dirigente di Gerusalemme continua nella sua opposizione e pensa di avere la prova definitiva della colpevolezza di Gesù proprio nell'offerta di una vita senza fine a chi osserva la sua Parola. Per loro è il culmine della follia. Dall'altro lato, è fin troppo evidente che essi hanno frainteso il significato della vita senza fine promessa da Cristo, una vita che essi intendono in senso fisico e biologico, come si vede dalla loro reazione provocatoria: "Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte?… chi pretendi di essere?" (vv. 52-53). Il dono di Cristo si stravolge nella loro mente, assumendo l'aspetto di una pretesa impossibile. In questo contesto polemico riemerge la figura di Abramo. Gesù attinge a una tradizione rabbinica, secondo cui, nella notte in cui Dio stipulò la sua alleanza con Abramo, furono svelati al patriarca gli eventi futuri, includendo i giorni del Messia. Gesù varia in un punto questa antica credenza: Abramo vide "il giorno" del Messia, non "i suoi giorni". Infatti, nella prospettiva giovannea, l'attività di Gesù si svolge nel sesto giorno della creazione, mentre il settimo coincide con la sua Pasqua e l'ottavo giorno rappresenta la fase dell'attività del Risorto durante il tempo della Chiesa. Abramo vide il giorno di Cristo ed esultò nella speranza che la benedizione data a lui in quella notte, passasse un giorno a tutti i popoli. Dimostrano ancora una volta di non essere figli di Abramo: l'attesa di quel giorno che fece esultare il patriarca è per loro motivo di rifiuto e di opposizione.
vv. 57-59
Alla loro domanda provocatoria: "Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?", Gesù risponde con una solenne dichiarazione: "Prima che Abramo fosse, Io sono". L'attribuzione a Se stesso del nome divino rivelato a Mosè, scatena la furia omicida dei suoi interlocutori che tentano di lapidarlo, applicando la legge mosaica che prevedeva la pena di morte per i bestemmiatori. L'accusa conclusiva del processo religioso sarà infatti proprio questa, e il Sinedrio lo giudicherà di conseguenza reo di morte. Ma prima di quel momento, non può accadergli nulla. I giudei raccolgono pietre per lapidarlo, ma Egli si allontana. L'evangelista annota qui che Gesù esce dal Tempio. Con la sua uscita dal Tempio, Dio stesso si allontana da quel luogo che perde così per sempre il suo carattere sacro. Nella sua prima visita a Gerusalemme, Gesù aveva cacciato fuori dal Tempio coloro che lo contaminavano coi loro interessi economici; adesso, è Lui che se ne va, dopo che i suoi gesti d'amore e i suoi richiami alla conversione sono caduti nel vuoto.

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