"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 1-11
Il v. 2 indica come il pellegrinaggio del popolo si sia orientato decisamente verso Cristo: "Tutto il popolo andava da Lui ed Egli, sedutosi, li ammaestrava". L'atto di stare seduto indica, nel linguaggio rabbinico, l'autorità dell'insegnamento. Al popolo che si raduna intorno a Cristo, riconoscendolo Maestro, si contrappone un altro gruppo, quello degli scribi e dei farisei, che gli si rivolgono con l'appellativo di "Maestro" ma in realtà gli sono ostili e attendono solo che Egli faccia un passo falso, che dica una parola di troppo, per poterlo colpire. L'evangelista si dà premura di precisarlo al lettore: "Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo" (v. 6). L'insidia consiste nel presupposto di una misericordia che sarebbe in contrasto con la legge di Mosè, che prescrive la lapidazione in determinati casi come quello che gli presentano. Essi intuiscono che Cristo annuncia il perdono ai peccatori, e proprio su questo vogliono poter dimostrare la sua trasgressione della legge mosaica. Una volta dimostrata la trasgressione è facile bollarlo come eretico e sottrargli così l'ascolto delle folle. Cristo non risponde subito alla loro domanda; il suo silenzio è già indicativo della sua consapevolezza dell'insidia. Inoltre Egli compie un gesto enigmatico: si pone a scrivere col dito per terra, si pone insomma a scrivere qualcosa nella polvere, è forse una allusione a Ger 17,13: "Quanti si allontanano da Dio saranno scritti nella polvere", in contrasto con i nomi dei discepoli scritti nei cieli (cfr. Lc 10,20).L'insistenza degli interlocutori costringe Cristo a parlare, ma la sua parola suona come un giudizio inappellabile che inchioda tutti, come se fosse l'anticipo del giudizio escatologico. Nessuno può più replicare e la Parola di Cristo si presenta come l'ultima parola pronunciabile, cioè come l'ultimo giudizio sull'uomo, quasi che si manifestasse in anticipo il suo ruolo e la sua autorità di giudice universale: "Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei" (v. 7). Autorità che Cristo vorrebbe non esercitare, come si vede dal suo silenzio, rotto soltanto dall'insistenza dei suoi interlocutori. L'unico giudizio che Egli ama esercitare è quello della misericordia che assolve, e lo fa verso la donna colpevole. A lei Cristo spontaneamente si rivolge per assolverla: "Neanch'Io ti condanno", mentre il giudizio di condanna pronunciato sui lapidatori gli viene per così dire "strappato" dalla testardaggine umana. La parola di Cristo che paralizza gli accusatori della donna può avere anche un altro risvolto. A parte l'idea che il giudizio spetta solo a Colui che solo è giusto: "udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi" (v. 9). Indubbiamente Cristo vuole dire che il giudizio sull'uomo spetta a Lui che non è dominato in alcun modo dalla forza del peccato. Mentre l'uomo che giudica non fa che proiettare su un suo simile le ombre maligne che lui stesso si porta dentro. Ma vuole dire pure che tutti gli uomini sono solidali nel peccato e che lo sbaglio di uno ha radice, sia pure indirettamente, nell'immaturità e nel peccato personale di chi gli vive accanto. Per questo essi non sono abilitati a pronunciare alcun giudizio su un peccato sociale, la cui responsabilità grava anche su coloro che se ne ritengono liberi. Tutti se ne vanno, e Gesù rimane solo con la donna. Nel dialogo conclusivo, Cristo le offre tre cose: "Neanch'Io ti condanno, va' e d'ora in poi non peccare più". Le offre la divina Misericordia, le offre un prolungamento del tempo della sua vita, le offre una strada di conversione. Senza l'intervento di Gesù la vita di questa donna si sarebbe conclusa quel giorno. La divina Misericordia agisce infatti solo nel tempo della vita terrena. Ricevere la Misericordia equivale a prolungare il tempo di grazia nella propria esistenza. Chi non si muove nella divina Misericordia è come se non vivesse. Stare nel peccato è esistere ma non è vivere. Questa donna, dopo avere incontrato in Cristo la Misericordia del Padre, comincia a vivere. Essere stata salvata dalla lapidazione non è solo una liberazione dalla morte fisica, ma è il segno di una salvezza più radicale: la vera vita inizia per lei solo adesso. A condizione che, essendo stata salvata, mantenga per propria scelta volontaria lo stile di vita tipico delle persone libere: "Non peccare più". La Misericordia di Dio richiede necessariamente una risposta autentica di conversione da parte dell'uomo.
v. 12
Ci troviamo di fronte a una nuova dichiarazione messianica. In quella precedente, Cristo aveva sostituito la fonte di Siloe con Se stesso, invitando a riorientare il pellegrinaggio alle acque della salvezza verso di Lui. Adesso, attingendo a un'altra simbologia legata al cerimoniale della festa, Gesù pronuncia una nuova definizione cristologica: "Io sono la luce del mondo". La festa delle Capanne era infatti caratterizzata anche dalla accensione di grandi candelabri d'oro nel Tempio. Il rito di riferiva al testo di Zc 14,7, dove si parla del giorno del Signore: "sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte; verso sera risplenderà la luce". Infatti, la sera veniva illuminata fin dal primo giorno della festa dai candelabri accesi nel Tempio, la cui luce si vedeva anche dalla città. Questa luce rituale aveva un significato messianico e il Tempio in quei giorni veniva chiamato "luce del mondo". In questo contesto, Cristo fa una dichiarazione sostitutiva: "Io sono la luce del mondo". Non il Tempio nella festa delle Capanne, ma Cristo è la luce del mondo. Qui il collegamento col prologo è diretto e immediato: "veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (1,9). Infatti, la missione di Gesù non si riduce entro i confini del popolo di Israele. Inoltre, dietro le parole di Gesù risuonano due testi profetici di Isaia, precisamente i canti del servo sofferente di Yahweh: "Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni" (Is 42,6) e "Io ti renderò luce delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino all'estremità della terra" (Is 49,6). Questi due testi, considerati nel loro contesto prossimo, descrivono l'opera illuminatrice del Messia come la realizzazione di un nuovo esodo. L'esodo proposto da Gesù è infatti un passaggio dalla tenebra alla luce: "Chi segue Me non camminerà nella tenebra, ma avrà la luce della vita". Nei due testi di Isaia le tenebre rappresentano l'oppressione e la prigionia a cui il popolo è sottoposto. L'invito di Cristo è quello di transitare verso la luce della libertà, svincolandosi dalla stretta di forze che umiliano la dignità della persona umana. Il cammino esodale dalla tenebra alla luce equivale a un recupero dell'immagine di Dio nell'uomo. Solo Cristo conosce questa via verso la verità dell'uomo. E la indica come un nuovo esodo. Va notato il fatto che Cristo rivolga il suo invito a tutti, formulandolo però al singolare; non dice: "coloro che mi seguono, non camminano nelle tenebre", bensì "chi segue Me". Per intraprendere questo nuovo esodo, Cristo si attende dall'uomo una decisione personale. Non è possibile compiere questo passaggio in massa. O meglio, lo si compie come comunità, ma in forza di una decisione personale nella quale nessuno si può sostituire al proprio fratello. Accanto alla necessità di una decisione personale, c'è un orientamento del cuore verso Cristo: "Chi segue Me". L'unico presupposto richiesto da Gesù perché questo nuovo esodo possa essere compiuto è l'approfondimento di una relazione personale con Lui. La comunità del nuovo esodo non riceve coesione da una qualche struttura esteriore, ma dalla profondità dell'unione personale di ciascun battezzato con Lui. La direzione giusta di questo esodo è data dal discepolato: "Chi segue Me". Il rapporto personale con Cristo ha dunque un carattere dinamico incentrato sulla sequela: Cristo è anche la via da percorrere, il che è un altro titolo cristologico giovanneo: "Io sono la via" (Gv 14,6). La scelta di Gesù e il rapporto personale con Lui devono perciò crescere di intensità, allo stesso modo di un viandante che ad ogni passo si trova sempre più vicino alla meta. Il discepolato non può ammettere alcuna staticità, come un pellegrino che cessa di essere tale nel momento in cui si ferma. Anche il discepolo cessa di essere tale nel momento in cui rimane sempre uguale a se stesso e non assume più i tratti del suo Maestro. Chi cammina nel discepolato ha la luce della vita; l'espressione greca utilizzata dall'evangelista fa pensare a un possesso permanente, come il dono dell'acqua viva che diventa nel discepolo una sorgente interna al suo stesso cuore (cfr. Gv 4,14). Così la luce della vita non è una illuminazione esterna, ma un chiarore che splende nelle profondità dello spirito umano, rischiarandolo dal suo interno in modo permanente.

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