"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 13-18
I farisei colgono il significato della dichiarazione di Gesù e anche le sue implicanze e reagiscono negando ogni valore di credibilità alle parole di Cristo: "Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera". Nella sua risposta, il Maestro fonda il proprio diritto di essere ascoltato su un processo di uscita e di ritorno: "so da dove vengo e dove vado". In altre parole, Egli testimonia ciò che conosce non per indagine personale né per apprendimento scolastico, ma per esperienza diretta: "so da dove vengo". In più, la sua credibilità si basa anche sulla sua totale rinuncia a conseguire obiettivi personali; il suo programma e il suo epilogo sarà la morte di croce, ossia la consegna di se stesso: "...e dove vado". Egli ritorna al Padre mediante l'esodo della sua morte. Chi non cerca nulla per sé ma consegna la sua vita in modo disinteressato, per ciò stesso è degno di fede. Questo però nell'ipotesi che Cristo non avesse un altro testimone a confermare la veridicità della sua testimonianza. In realtà, il secondo testimone c'è, ed è il Padre: "Il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza". Il ministero terreno di Gesù, insomma, non ha bisogno di appoggi o di testimonianze umane, perché è sufficiente il compiacimento del Padre a rendere efficace ogni gesto del Cristo storico. Così è anche per i suoi discepoli: il divino compiacimento per noi è già tutto; essere graditi al Padre e camminare nella sua benedizione è tutta la nostra fecondità.
vv. 19-20
La domanda dei farisei è carica di scetticismo: "Dov'è tuo padre?". La loro ironia è esplicita. Gesù infatti non risponde alla loro domanda, ma svela la vera causa della loro opposizione: la loro conoscenza di Dio è solo teorica e apparente. Proprio gli specialisti del sacro appaiono i meno idonei a scorgere la presenza di Dio in Gesù Cristo. D'ora in poi l'unico volto del Padre è Lui, cosicché è possibile vedere il Padre, vedendo il Figlio. Non potendo separare il Figlio dal Padre, nella coscienza dell'uomo non può esistere alcun culto autentico né alcuna fede autentica che pretenda di riconoscere il Padre negando il Figlio: "se conosceste Me, conoscereste anche il Padre mio". Così, l'ignoranza del Padre suo che essi professano nella loro ironia, Cristo la conferma come un dato reale: essi davvero non conoscono quel Dio che dicono di annunciare agli altri. La loro falsità si svela pienamente nella posizione di ostilità assunta da essi verso il Figlio, negando il quale, si nega anche il Padre.Il brano si conclude con la menzione del luogo in cui si svolge il dialogo polemico tra Gesù e i farisei: il Tesoro del Tempio. Nella sua prima visita a Gerusalemme, Gesù aveva già accusato il Tempio di essere divenuto un luogo di mercato (cfr Gv 2,16). Qui si pone a insegnare nel luogo del Tesoro, dove si conservavano i proventi delle offerte del popolo. Lo scontro tra Gesù e i farisei si svolge nella medesima area, quasi a indicare quale divinità abbia preso il posto di Dio. Cristo è infatti rifiutato ed estromesso dalla sua stessa casa; il culto reso a Dio a questo punto è solo una copertura degli interessi della casta sacerdotale, che vuole esercitare il suo potere sul popolo e che di conseguenza sente Dio come un rivale, sebbene non può confessarlo apertamente. Il tesoro del Tempio è appunto il simbolo degli interessi terreni che di fatto hanno preso il posto di Yahweh. Cristo si presenta a insegnare nel Tesoro quasi a dire che il vero centro non è più il santuario interno, il santo dei santi, dimora della divina presenza, ma il deposito del Tesoro. Inoltre, proprio nel Tesoro del Tempio si trovava anche la sala delle riunioni del Sinedrio, dove appunto sarà decretata la morte di Gesù, prima ancora che iniziasse il processo. La sentenza di morte pronunciata contro Cristo è infatti indipendente dal processo e perfino anteriore, il processo servirà solo da apparato formale. L'evangelista precisa ancora che nessuno in quel momento lo arrestò, perché la sua ora non era giunta. Nonostante le macchinazioni del potere e le insidie di satana, nessuno può mettere le mani addosso a Cristo. Ciò potrà verificarsi solo nel tempo della divina permissione, ma non sarà una sconfitta. Proprio, quando satana si sentirà vicino al suo massimo trionfo, il soffio irresistibile dello Spirito, effuso dalla croce, lo rovescia giù dal suo trono, spodestandolo per sempre.
v. 21
Ancora nella medesima area del Tesoro, Gesù si rivolge alla classe dirigente pronunciando per la seconda una frase dal significato oscuro: "Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado Io, voi non potete venire". Cristo parla di un "andare", sottolineando ancora una volta il carattere libero e volontario della propria morte. Inoltre, la menzione della morte che incombe sui giudei, qui dà la misura del pericolo che incombe su chi estromette Cristo dalla propria vita e sceglie di servire la cultura della morte. In modo particolare, questa scelta ha lo stesso effetto di un boomerang: coloro che cercano la morte di Cristo, sono essi stessi in pericolo di morte. La logica paradossale del peccato li domina: cercando di conseguire i loro obiettivi contro Dio e contro l'uomo, rischiano di precipitare nel nulla: "morirete nel vostro peccato". Nel loro pensiero alterato, ritengono che Cristo sia un nemico, mentre in realtà è l'unico che può salvarli da una irreparabile rovina. Va notato che al v. 21 è la seconda volta, nel vangelo di Giovanni, che compare il termine singolare "il peccato". La prima volta si registra in 1,29, dove il Battista annuncia Cristo, presso il fiume Giordano, come "l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo". Il peccato del mondo è definito all'inizio dal prologo con le parole: "il mondo non lo riconobbe" (1,10). Non si tratta allora di una serie di gesti peccaminosi che insieme formano "il peccato", bensì di una particolare opzione, ossia un orientamento basilare della propria vita che nega il bisogno stesso di essere salvati, spezzando così ogni collegamento vitale tra sé e Dio, al punto da non poter riconoscere Colui che viene nel nome del Signore. Il peccato del mondo è in sostanza l'atteggiamento a sistema chiuso in cui la creatura umana viene a trovarsi, nel momento in cui ha negato radicalmente il proprio bisogno di ricevere la vita da Dio. Tutti i singoli gesti che ne derivano costituiscono "i peccati", ma questo atteggiamento di fondo, che rifiuta Dio in quanto Dio e se stesso in quanto creatura, è "il peccato", ossia l'empietà che produce la morte.Gesù sa bene dove va: Egli va al Padre mediante l'esodo della morte. Lì essi non possono andare, perché riutano perfino l'idea di un Messia crocifisso. Si terranno perciò lontani dal Golgota, monte su cui invece i veri discepoli sono invitati a salire, per celebrare le nozze escatologiche col loro Signore e Maestro, ed entrare nel regno dei Cieli attraverso la porta stretta della parola della croce. Mentre i discepoli di Gesù smettono di cercare la propria gloria, i giudei continueranno a cercare la gloria gli uni dagli altri (cfr Gv 5,44), e perciò non saranno idonei a salire il monte della crocifissione, dove le anime si rigenerano nel Sangue dell'Agnello: "dove vado Io, voi non potete venire". L'esodo proposto da Gesù, presuppone in sostanza un esodo in primo luogo da se stessi. Se non si è disposti a questo, tutto si vanifica.
vv. 22-23
I dirigenti non comprendono la frase di Gesù, pensano che voglia uccidersi, o meglio, proiettano un loro desiderio nelle sue parole enigmatiche. L'uscita di Gesù dalla scena del mondo è tutto ciò che essi desiderano, in qualunque modo avvenga. Questo loro costante pensiero, fa leggere in modo alterato le parole di Gesù in apparenza non chiare. Gesù risponde al loro fraintendimento, precisando i termini della questione: "Voi siete di quaggiù, Io sono di lassù. Voi siete di questo mondo, Io non sono di questo mondo". Le loro strade non si incontrano in nessun punto, perché Gesù appartiene a ciò che sta in alto. Sarà necessario dunque rinascere "dall'alto" per potersi trovare sullo stesso versante di Cristo, come viene spiegato a Nicodemo. Diversamente, non sarà possibile accedere né al vero senso del suo insegnamento, né al mistero della sua Persona. I giudei appartengono alle cose di quaggiù, nel senso che essi perseguono obiettivi personali, mettendosi al servizio del potere e del regno terreno. La sfera di quaggiù è quella in cui la creatura si trincera dietro un sistema chiuso, collocandosi in esso come una piccola divinità. In questo sistema chiuso, regna solo la morte: "morirete nel vostro peccato" (v. 21). Il sistema chiuso dell'aldiqua è appunto il peccato del mondo. Dal punto di vista dell'evangelista Giovanni, l'uomo si trova nella libertà di compiere un'opzione tra i due versanti, una scelta di appartenenza alle cose di lassù o a quelle di quaggiù. I discepoli di Gesù potranno infatti rinascere dall'alto proprio per avere compiuto una opzione per le cose di lassù, lasciandosi dietro le spalle le cose di quaggiù. Cristo stesso definirà ai suoi discepoli la loro nuova condizione, come un essere in questo mondo senza essere di questo mondo (cfr. Gv 15,19).

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