"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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v. 24
Gesù afferma ancora una volta la loro inclinazione verso la morte, formulandola al futuro, come in precedenza, ma questa volta non parla del "peccato", bensì dei "peccati". Il senso di questo futuro è molto chiaro: la morte di coloro che si oppongono a Cristo non ha un carattere di predestinazione e quindi non si colloca nel passato ma nel futuro. Il futuro indica un termine che comunque è passibile di variazione, come si vede dalla frase condizionale utilizzata da Gesù successivamente: "se infatti non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati". Ciò presuppone che da qui a quel futuro, qualcosa possa cambiare, e più precisamente può accadere che Cristo venga scelto come oggetto delle fede: "se infatti non credete che Io sono". Dipende soltanto dalla loro opzione, che potrebbe cambiare, se loro lo volessero, prima della scadenza di quel termine futuro. In quel momento, transiterebbero dal potere della morte alla luce della vita, realizzando così l'esodo dei discepoli. Ma Cristo sa già che per molti di loro ciò non si verificherà. Nonostante tutto, l'invito è ugualmente esteso a tutti e a ciascuno. Dio garantisce sempre, e a tutti, i mezzi di salvezza; anche a coloro che li sciuperanno, che ne faranno cattivo uso, o li disprezzeranno. Dall'altro lato, va notato anche l'uso del plurale: "morirete nei vostri peccati". Nella prospettiva dell'evangelista Giovanni, il "peccato" al singolare è il peccato del mondo, cioè una vita radicalmente impostata nell'autonomia di chi non si ritiene bisognoso di salvezza. E perciò non riconosce Cristo, come liberatore inviato dal Padre. Il "peccato" al singolare non è dunque un gesto o un'opera, esso è un orientamento di fondo che la persona decide di dare alla propria vita; è appunto la sua opzione fondamentale. I "peccati" al plurale sono invece le singole scelte o opere ispirate dall'orientamento base che uno ha deciso di dare al proprio modo di essere uomo e alla propria posizione nel mondo. Dire "se infatti non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati", equivale ad affermare che i suoi interlocutori non fanno che tradurre, nei loro singoli propositi omicidi, e nella loro sottomissione ai poteri di quaggiù, una opzione fondamentale contro Dio e contro l'uomo, così che dal "peccato" scaturisce una inevitabile catena di "peccati".
v. 25
Ritorna qui la domanda che era stata rivolta al Battista all'inizio del racconto evangelico: "Tu chi sei?". In quell'occasione egli aveva risposto di non essere il Messia, tranquillizzando gli esponenti del potere religioso di Gerusalemme, preoccupati di perdere la loro influenza sulle masse. Questa domanda ritorna rivolta però direttamente a Gesù, ma ispirata dalla medesima preoccupazione di chi sente vacillare la propria autorità. Peraltro, una domanda superflua dopo le molteplici dichiarazioni messianiche di Gesù: "Chi a sete venga a Me e beva", "Io sono la luce del mondo". La festa delle Capanne è stata la base reale, e al tempo stesso simbolica, su cui Cristo ha sostituito le antiche mediazioni giudaiche con la propria Persona. E soprattutto l'uso dell'Io sono, formula inconfondibile del Cristo giovanneo, che allude al nome divino rivelato a Mosè sul monte Sinai. Alla domanda di Mosè su cosa rispondere a chi avrebbe chiesto l'identità di colui che lo mandava, Dio gli dice di rispondere: "Io sono mi ha mandato a voi" (Es 3,14). In più occasioni e a più riprese l'espressione "Io sono" si presenta, sulle labbra di Gesù, come un'autodefinizione che lo pone implicitamente sullo stesso piano del Dio del Sinai, il Dio che ha udito il gemito del suo popolo oppresso e si è lasciato commuovere. Il suo amore si rivela sensibilmente nell'invio del liberatore.Gesù risponde apertamente alla loro domanda superflua: "Proprio ciò che vi dico". In tal modo Cristo conferma il significato essenzialmente messianico delle sue dichiarazioni precedenti. Come volesse dire: "avete capito bene, ho detto proprio questo". Egli è l'inviato di Dio, anche se il Cristo giovanneo non usa mai in modo diretto il termine "Messia" per definire Se stesso. Infatti, il suo messianismo è totalmente diverso da quello concepito dal rabbinismo farisaico, e per questo evita di applicare a Sé questo termine, che avrebbe suggerito cose diverse da quelle che Cristo esprimeva nel suo personale ministero. Anche il Battista non applica a Gesù il termine Messia, ma altre definizioni analoghe quali "l'Agnello di Dio", "lo Sposo". Ad ogni modo, la parola "Messia" ai contemporanei di Gesù diceva cose diverse, evocando idee di liberazione politica e di rinascita nazionale sotto la guida del principe carismatico, discendente di Davide. Un'eco di questo messianismo regale si è già vista nelle parole di Natanaele, autentico israelita, come Gesù stesso lo definisce, nel loro primo incontro: "Tu sei il re di Israele" (Gv 1,49). A cui Gesù oppone il titolo di "Figlio dell'uomo", correggendo il carattere trionfalistico del concetto messianico di Natanaele, come a suo luogo si è già spiegato. L'evangelista Giovanni, significativamente, attribuisce a Gesù il titolo di Messia, in greco christos, solo dopo la risurrezione (cfr. 20,31), quando ormai le speranze puramente terrene e nazionalistiche non possono più collegarsi alla fede cristiana né alla persona del Risorto.
vv. 26-28
La condanna espressa da Gesù nei confronti del potere religioso di Israele, è radicale. I rappresentanti di Dio hanno piuttosto incarnato la logica della morte e si sono resi alleati del potere delle tenebre. In termini giovannei, essi sono divenuti una incarnazione storica dello spirito dell'anticristo. Non hanno rinnegato il loro ruolo e sono rimasti al loro posto, apparentemente al servizio di Dio, ma il loro spirito non è quello giusto. Il risultato dell'infiltrazione dello spirito del male è la creazione di un sistema chiuso, dove Dio diventa un rivale e un antagonista al proprio potere. Esattamente ciò che i vangeli sinottici esprimono con la parabola dei vignaioli omicidi. Il figlio del padrone viene buttato fuori dalla vigna, immagine profetica della morte di Cristo fuori dalle mura di Gerusalemme. Dove penetra lo spirito dell'anticristo non è più possibile che l'io personale e Dio convivano nello stesso spazio. Cristo torna in tal modo a essere ucciso nel cuore di chi ha lo spirito snaturato, snaturamento a cui fa seguito la perdita della figliolanza e l'autonomia del pensiero e del giudizio, sottratti oramai alla luce della divina sapienza. L'aspetto più inquietante dello spirito dell'anticristo, secondo il concetto giovanneo, è che all'esterno tutto rimane apparentemente come prima, mentre nel cuore tutto cambia con la perdita dei sentimenti di Cristo, uccisi insieme a Lui.Il giudizio di Cristo, espresso con divina legittimità, non è compreso dai farisei: "Non capirono che parlava loro del Padre" (v. 27). In una condizione di spirito alterata e soggetta alla potestà delle tenebre, non ci sono parole esterne che possano far luce nell'animo, neppure quelle pronunciate direttamente dal Figlio di Dio. Si alza una fitta tenebra, laddove Satana acquista, per la leggerezza dell'uomo, uno spazio per l'esercizio del suo potere. L'unica forza capace di spezzare questo potere nefasto è la croce: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono" (v. 28). L'innalzamento di Cristo è il termine giovanneo per indicare la crocifissione, ma al tempo stesso anche la glorificazione. Nel crocifiggerlo pensano di sopraffarlo, mentre in realtà lo intronizzano. Da quel momento in poi Cristo cessa di essere il rabbì di Galilea e diventa il Signore dell'universo, Risorto nella potenza dello Spirito, mentre il principe di questo mondo viene definitivamente spodestato. Ma soprattutto, dal suo costato aperto sgorgherà una sorgente di Vita nuova, per la rinascita dell'uomo. Dall'altro lato, a Cristo, che non cerca consensi di alcun genere, basta l'approvazione del Padre anche contro tutto l'odio del mondo: "Colui che mi ha mandato è con Me e non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite" (v. 29).

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