"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La sezione che adesso prendiamo in esame va da 9,1 a 10,21. Dal punto di vista letterario, si presenta abbastanza unitaria. Si apre con la descrizione di un incontro: "Passando, vide un uomo cieco dalla nascita" (9,1) e si chiude con una osservazione della folla: "può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?" (10,21). In entrambi i versetti, si coglie la tensione e il contrasto tra la luce e la tenebra. L'accostamento di questi due versetti permette di cogliere il tema centrale dell'intera sezione: Cristo libera l'uomo dal regime della tenebra, facendo splendere la sua luce. La guarigione del cieco nato è quindi un gesto dal valore simbolico, orientato a svelare l'opera del Messia come un'opera di illuminazione. Ciò richiama l'enunciato del prologo: "Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (1,9). Qui la luce è comunicazione di libertà, in quanto nelle tenebre non si può operare (cfr. 9,4 e 11,10). Inoltre, si coglie ancora una volta un collegamento implicito con il servo di Yahweh, la cui missione è appunto quella di aprire gli occhi ai ciechi: "Io ti renderò luce delle nazioni" (Is 49,6). Viene spontaneo anche un altro collegamento: la citazione sinagogale di Is 61 in Lc 4,18, che descrive la missione del Messia: "...per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista".In questa sezione si riscontra anche una notevole frequenza del verbo "nascere" (vv. 2,19,20,32,34). Questo particolare collega la figura del cieco a quella di Nicodemo, che appunto affronta il tema della nascita dall'alto, nel suo dialogo notturno col Maestro. L'acqua e lo Spirito sono i principi della rinascita dall'alto; nella guarigione del cieco è l'acqua della piscina di Siloe la forza rigenerante che gli comunica la luce, dono del Messia. L'uomo nato cieco è stato infatti generato dai suoi genitori, nella carne, sotto il regime della tenebra, ma Cristo lo fa rinascere nella luce, conferendogli la dignità di uomo libero. Si tratta in fondo di un messaggio analogo a quello della guarigione del paralitico di Betesdà: anche in quel caso il risultato del gesto di Gesù è il recupero della libertà personale non più mortificata dall'infermità. Quella guarigione, come questa, viene operata da Gesù in un giorno di festa: il riposo sabatico; e questo fatto, agli occhi dei farisei, appare di nuovo come un'imperdonabile trasgressione. Quest'uomo che viene guarito da Gesù è cieco dalla nascita; ciò significa che non ha mai veduto la luce. Fuori di metafora: egli sconosce completamente qual è il disegno di Dio per l'uomo e non sa che la luce della vita è preparata per lui come il più prezioso dono messianico. Sotto questo aspetto il cieco nato differisce dall'infermo della piscina di Betesdà. Quest'ultimo, malato da 38 anni, sapeva cos'era la salute e la libertà, ma il cieco nato non sa nulla di tutto questo. Egli è nell'ignoranza più totale: Gesù, infatti, prende l'iniziativa e non gli chiede neppure "vuoi guarire?", come aveva fatto sotto i portici di Betesdà. Sa bene che il cieco nato non può desiderare ciò che non conosce. Per questo in primo luogo gli dà un'esperienza, un saggio di ciò che l'uomo deve essere secondo il pensiero di Dio, ovvero una creatura libera e padrona di sé. Solo dopo, Gesù gli chiederà un atto decisionale, una lucida opzione: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?" (9,35). Una domanda, a cui segue l'adesione dell'uomo guarito, che in tal modo conferma se stesso nella sfera della luce.

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