"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 1-2
L'incontro col cieco nato avviene fuori dall'area del Tempio, in mezzo alla strada, mentre Cristo sta passando. Non viene precisato il tempo; successivamente si dirà che è un Sabato. I discepoli pongono a Gesù una domanda sulla causa della malattia di quell'uomo. Ma non è per questo che Egli si ferma proprio per lui. L'evangelista mette in evidenza, fin dalle prime battute, che il cieco nato è guardato da Gesù, prima ancora che i discepoli lo interroghino: "Passando vide un uomo cieco dalla nascita". Lo sguardo di Gesù si posa sul cieco nato per propria iniziativa, non perché qualcuno glielo mostra, ma perché Egli lo sceglie come segno della sua opera di salvezza. La domanda dei discepoli è solo un elemento integrativo, colto da Gesù come occasione per un insegnamento che Egli avrebbe dato in ogni caso: l'annuncio della luce, che è venuta nel mondo, per illuminare ogni uomo e liberarlo dal regime della tenebra. La domanda dei discepoli riflette una mentalità a loro contemporanea e abbastanza diffusa nel giudaismo: alcuni rabbini pensavano che il bambino potesse peccare nel seno della madre, e quindi nascere malato, altri invece sostenevano l'idea che le malattie congenite avessero la loro causa nei peccati dei genitori. Da questi presupposti nasce la domanda dei discepoli: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?".
v. 3
La risposta di Gesù cambia sostanzialmente le prospettive del pensiero tradizionale: "Né lui ha peccato né i suoi genitori". La relazione tra il peccato e la malattia, sebbene sia un fatto innegabilmente reale, tuttavia si realizza secondo un intreccio profondo e complesso che non è adeguatamente rispecchiato dalle concezioni rabbiniche tradizionali. Cristo non intende affermare che la malattia non abbia alcuna relazione col peccato. Questo estremismo sarebbe altrettanto falso come quello di coloro che vedono nella malattia una conseguenza diretta del peccato. Il Creatore non aveva previsto alcuna malattia nell'organismo dell'uomo: il male fisico è estraneo all'intenzione originaria di Dio. Il disordine introdotto nel mondo dal peccato originale ha prodotto anche questo male. Ciò però non significa affatto che ogni singolo peccato possa produrre una malattia. Cristo lascia insomma intendere ai suoi discepoli che il collegamento tra il peccato e la malattia non è così semplice né così diretto come può sembrare a uno sguardo superficiale. In più c'è un elemento nuovo e determinante: la Presenza personale di Cristo dà alla malattia dell'uomo un significato totalmente nuovo: "…è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio". Da questo momento in poi, la malattia, realtà non prevista dal disegno di Dio, può diventare una manifestazione dell'opera di Dio, perché in Cristo il dolore dell'uomo entra in contatto con le energie di vita che scaturiscono dal mistero pasquale. Si può dire perciò che, in Cristo, la malattia è solo circoscritta al disagio fisico, mentre la persona entra in contatto con la forza vivificante della croce. Dio stesso opera, anche attraverso la malattia, per formare la nuova creatura. Talvolta, quando la salute non danneggia la vita spirituale, viene donata anche la guarigione. Può sembrare paradossale, ma è un fatto testimoniato dall'esperienza di molti: vi sono certe guarigioni interiori derivanti dall'avere sopportato la sofferenza esteriore. L'esperienza della malattia spesso libera la persona da meschinità e attaccamenti banali, che si ridimensionano sotto i colpi del dolore. Avviene pure che la percezione della debolezza e della fragilità del proprio corpo, infonda nel cuore la virtù dell'umiltà, che ci risana dal veleno dell'orgoglio. Per questo Dio permette la malattia, anche se essa non fa parte del suo disegno, perché quando noi soffriamo con pazienza esternamente, interiormente acquistiamo la virtù: "…è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio".
In particolare, la figura del cieco nato si inserisce nel discorso giovanneo del Cristo che dona la luce al mondo. La cecità ha quindi un significato simbolico, come si vede nelle battute conclusive del capitolo, ai vv. 40-41: "I farisei gli dissero: Siamo forse ciechi anche noi? Gesù rispose loro: Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane". L'uomo malato rappresenta quindi la condizione di oppressione del popolo, guidato nella direzione sbagliata da una classe dirigente che crede di essere illuminata ma in realtà cammina anch'essa nelle tenebre.
v. 4
Cristo si presenta qui come liberatore dell'uomo dal regime della tenebra e vuole esplicitamente che anche i suoi discepoli si uniscano a Lui come collaboratori nell'opera di Dio. Il plurale utilizzato da Gesù al v. 4 è inequivocabile da questo punto di vista: "Dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato". "Dobbiamo…": Egli associa a Sé la comunità cristiana nell'opera stupenda di liberazione dell'uomo, che si realizza nella comunicazione della luce vera, "quella che illumina ogni uomo" (1,9). La comunità cristiana deve considerare questa opera come la sua attività prioritaria. In essa, e mediante essa, Cristo stesso porterà avanti nei secoli la sua azione liberatrice. L'opera di Cristo, a cui i suoi discepoli devono associarsi, si situa con confini ben precisi nello spazio e nel tempo: "Dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato, finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare". L'opera terrena di Cristo - come quella dei suoi discepoli - deve fermarsi a un preciso confine: finché è giorno. Verrà infatti una notte che impedirà ogni attività in favore della luce. Queste espressioni alludono velatamente al racconto della Passione. Il mondo entra nel buio della notte, quando la Luce viene soffocata nel rifiuto di Gesù e nella morte di croce. Il tempo terreno dell'azione del Messia è quindi limitato; perciò, prima che venga la notte, non è lecito sciupare il tempo che si ha a disposizione. Cristo sente l'urgenza di valorizzare in pieno il "suo giorno" e suggerisce ai suoi discepoli di fare altrettanto. Anche per i suoi discepoli, presenti e futuri, il tempo favorevole per servire Dio non dura all'infinito: "Dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato, finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare". Questo enunciato ha anche un'altra conseguenza: senza la luce non è possibile operare, vale a dire: senza Cristo non è possibile servire Dio realizzando la liberazione dell'uomo. La notte indica infatti l'assenza di Gesù, come nella pesca notturna narrata al capitolo 21, dove le reti restano vuote. Senza Cristo, i discepoli lavorano invano. All'alba Cristo compare sulla riva e dà un comando: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (21,6). La Presenza di Gesù, e l'ubbidienza a questa sua Parola, rendono fruttuosa la fatica dei suoi discepoli.

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