"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 5-7
"Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo". Questo enunciato è collegato direttamente a 8,12: "Io sono la luce del mondo; chi segue Me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita". La missione di Gesù coincide con la comunicazione della luce che rende liberi, così come preannunciato da Is 42,6 e 49,6: il Servo di Yahweh deve portare la luce alle nazioni. La luce è appunto la condizione di libertà promessa da Cristo.
Dopo ciò, Cristo fa un gesto descritto dal v. 6: "Sputò per terra, fece del fango, spalmò il fango sugli occhi del cieco". Il gesto di Gesù è dettato dalla sua libera iniziativa. L'uomo non viene neppure consultato prima di essere guarito, a differenza del paralitico della piscina di Betesdà. Ciò non significa, tuttavia, che Cristo gli imponga la guarigione. Egli ha rispettato la libertà dell'infermo della piscina, chiedendogli: "Vuoi guarire?" (5,6); ed è sempre per lo stesso rispetto della libertà personale che Cristo agisce sul cieco nella maniera opposta, cioè senza consultarlo. Infatti, il paralitico di Betesdà è in grado di scegliere liberamente tra la salute e la malattia, avendole sperimentate entrambe. Ma il cieco nato non ha mai visto la luce, e perciò Cristo gli mostra la luce prima di chiedergli una opzione in favore della luce. La luce del mondo fisico, donata da Gesù, gli darà una percezione della libertà che si ottiene nella signoria di Cristo e potrà finalmente rispondere alla domanda che conclude l'episodio: "Tu credi nel figlio dell'uomo?" (v. 35). La possibilità di vedere il mondo fisico è un segno della libertà derivante dalla grazia: Cristo gli dà la possibilità di scegliere il dono di Dio avendolo pregustato. Sarebbe infatti impossibile scegliere ciò che si ignora del tutto. La pedagogia di Cristo segue sempre questa logica: all'inizio del cammino di conversione ci fa pregustare molte dolcezze, ma poi attende che noi scegliamo Lui e non i doni che ci elargisce. Anche in questo caso, prima gli fa gustare la luce e poi gli chiede un'adesione alla sua divina Persona: "Tu credi nel figlio dell'uomo?" (v. 35). La libertà del cieco nato rimane però intatta fin dall'inizio: è vero che Cristo prende l'iniziativa di spalmare del fango sui suoi occhi, ma la decisione di andarsi a lavare alla piscina per ottenere la vista è unicamente sua. Qui si descrive la sequenza dei gesti di Gesù, per donare la guarigione al cieco nato. L'azione di Gesù si fonda sulla sua iniziativa personale, vale a dire: il cieco non viene consultato né manifesta alcuna esplicita volontà di guarire. Tuttavia, la sua libertà non viene intaccata minimamente. L'iniziativa di Gesù è perfettamente armonizzata col rispetto della volontà dell'infermo, come si vede al versetto successivo: il cieco guarirà non per il gesto di Gesù, ma per la sua decisione di percorrere un certo tragitto fino alla fontana di Siloe per lavarsi. La materia usata per la guarigione è duplice: saliva e polvere, da cui deriva il fango. Con questo gesto, il Maestro si cala nella mentalità del suo tempo. Era infatti convinzione comune che la saliva contenesse l'energia vitale della persona. La materia che allude a un gesto di nuova creazione risulta quindi formata da due elementi: la polvere del suolo e la saliva di Gesù. Nel contesto del racconto giovanneo si comprende che la nuova creazione, inaugurata dal Messia, risulta dall'effusione dello Spirito di Cristo, divina energia significata dalla saliva, e dalla materia preesistente già creata, la polvere del suolo, ovvero l'uomo che porta l'immagine di Adamo. Lo Spirito che si effonderà nell'ultimo respiro del Messia crocifisso, porterà a compimento la creazione del sesto giorno, e l'uomo sarà condotto dall'immagine di Adamo, uomo terrestre, a quella di Cristo, uomo celeste.Il fango che Cristo mette sugli occhi dell'infermo ricorda in modo diretto il racconto di Gen 2,7, dove il Creatore plasma dalla polvere della terra il primo uomo. Va ricordato che il giorno in cui il Messia inizia il suo ministero è il sesto giorno, appunto il giorno in cui il Creatore plasma il primo uomo dalla polvere della terra. Questo fango modellato da Gesù col suo Spirito (significato dalla saliva) esprime il disegno di Dio della creazione nuova. Questo progetto divino Cristo lo pone davanti agli occhi di un uomo che non ha mai veduto nulla. All'umanità dominata dalla tenebra, Cristo mostra il disegno del Padre, perché non potrà desiderarlo senza prima conoscerlo. Dopo, sarà possibile compiere una libera opzione, desiderando quello che Dio ha già deciso di donare. Occorre dunque un secondo tocco, divino perché l'uomo sia liberato dal potere delle tenebre. Ma questo secondo tocco, che corrisponde all'opera della redenzione, ha bisogno - a differenza di quello originario - di una adesione libera da parte del soggetto. Si potrebbe dire: un vero e proprio impegno di cammino. Il cieco nato dovrà infatti raggiungere la piscina di Siloe - che si trovava fuori delle mura della città - per iniziativa sua, superando col suo ingegno e la sua perseveranza tutte le difficoltà del tragitto, che per lui sono maggiori. Cristo non lo accompagna. Neppure qualcuno degli Apostoli si dice che abbia accompagnato. Questo particolare ci sembra rivelativo del fatto che Cristo non è disposto a togliere dal cammino dell'uomo tutti gli impedimenti o gli ostacoli. Egli fa la sua parte svelando lo splendore del progetto del Padre e indicando l'itinerario del pellegrinaggio verso la libertà. Tutti gli altri nodi devono essere sciolti dalla nostra tenacia e dalla nostra ferma volontà di mettere Dio al primo posto, senza pretendere che qualcuno venga a sostituirsi a noi, per scansarci la fatica di essere cristiani.I verbi utilizzati da Giovanni per indicare il gesto di Gesù, che pone del fango sugli occhi del cieco nato, sono due e li possiamo tradurre con: "ungere" e "applicare". Il primo dei due figura in 9,6.11 e il secondo in 9,15. Il primo verbo è un termine chiave che contiene una teologia: esso è chiaramente in relazione con l'appellativo di Gesù: Messia, cioè l'Unto. Egli che è l'Unto, compie il gesto di "ungere" il cieco. In questo si manifesta l'opera di creazione nuova che il Messia realizza sull'uomo: Egli, che è l'Unto, dà vita a un'umanità unta, cristificata, consacrata dal suo Spirito. La volontà del Padre è dunque quella di avere una moltitudine di figli che replichino in se stessi l'immagine del Figlio fatto uomo, anch'essi unti dallo Spirito.Questo progetto di Dio ora è già posto sugli occhi del cieco nato, alla portata diretta della sua conoscenza, ma ciò non produce automaticamente la guarigione. Essa passerà comunque attraverso una scelta libera e un impegno concreto nel raggiungimento delle mete non facili additate all'uomo dal Messia. Tale scelta libera da cui risulta la guarigione, cioè il passaggio dalle tenebre alla luce, si realizza sulla base di una parola, pronunciata da Gesù, che indica un percorso: "Va' a lavarti alla piscina di Siloe". Da questo momento in poi, il cieco nato si gioca la possibilità di guarire sul terreno della fede e dell'ubbidienza, cioè tutto dipenderà dalla sua disponibilità a fidarsi della parola di Cristo. Anche Naaman il siro, diversi secoli prima, dopo avere udito la parola del profeta Eliseo, si stava giocando la possibilità di guarire dalla lebbra, perché poco propenso a credergli e a ubbidirgli (cfr. 2 Re 5,1-14). Nessuno può dubitare che la guarigione di Naaman, per quanto miracolosa, abbia una variabile determinante nell'atteggiamento che il lebbroso assume nei confronti del profeta. Così il cieco nato nei confronti di Gesù: la sua guarigione dipende interamente dalle sue personali decisioni e dalla risposta a una parola, la cui verità non risulta immediatamente dimostrabile. Si può solo crederla e mettersi in cammino: "Va' a lavarti alla piscina di Siloe". Senza questa disponibilità, fatta di fede e di ubbidienza, la guarigione potrebbe non avvenire mai. L'evangelista Giovanni traduce dall'aramaico il nome della piscina (aram. shiloah), che originariamente si riferisce all'invio dell'acqua, mentre la traduzione giovannea applica a Cristo l'idea dell'invio: l'inviato, insomma, è Cristo, non l'acqua della piscina. Il cieco nato è quindi invitato da Cristo a compiere un pellegrinaggio, cioè a mettersi in cammino verso di Lui, il vero inviato, per ottenere la definiva liberazione dalla potestà delle tenebre. L'acqua della piscina di Siloe diventa, di conseguenza, il simbolo del dono dello Spirito, che porta a compimento la creazione dell'uomo. La piscina di Siloe diventa così l'immagine del fonte battesimale cristiano e insieme al gesto dell'unzione descrive simbolicamente i riti di iniziazione. Inoltre, è la seconda piscina che viene menzionata nel vangelo di Giovanni: la prima è la piscina di Betesdà, con cinque portici, che si trovava all'interno delle mura della città, e rappresentava le speranze dell'AT, oramai sorpassate e totalmente sostituite dalla presenza personale di Cristo (cfr. lectio sul cap. 5). La seconda è questa di Siloe, che però si trova fuori le mura di Gerusalemme, come la sorgente di vita che si aprirà nel corpo del Cristo crocifisso, fuori le mura di Gerusalemme.Il cieco nato decide di fidarsi di Gesù e si avvia verso la piscina di Siloe, dove ottiene la vista, e ritorna totalmente guarito, dopo essersi lavato. L'atto di lavarsi, infatti, in questo contesto, equivale all'accoglienza del dono dello Spirito per entrare nella novità di Cristo. La luce degli occhi diventa, a sua volta, segno della luce della sapienza divina, per la quale l'uomo può discernere ciò che è prezioso e separarlo da ciò che è vile. Questo discernimento non si acquista tanto mediante la comunicazione di una dottrina, quanto piuttosto mediante l'unzione di Cristo, un'esperienza personale del progetto meraviglioso di Dio che, una volta gustato, rende tutti gli altri beni senza sapore. Al cieco nato, infatti, non è stata comunicata una dottrina, bensì un'unzione che ha comunicato la luce ai suoi occhi, in virtù della sua risposta positiva.
vv. 8-12
La guarigione del cieco nato suscita opinioni diverse e molta perplessità. Questo fatto si comprende bene, perché nell'AT non è riportato nessun caso di guarigione di cecità congenita. In sostanza, è uno di quei miracoli che non hanno riscontro nell'esperienza carismatica dell'antica alleanza, come la maternità verginale di Maria, la Madre di Gesù. Anche Lei rimane un po' perplessa alle parole dell'angelo, perché appunto nella storia sacra non c'era mai stata una cosa simile: l'AT conosce soltanto delle donne sterili che diventano madri. Il caso del cieco nato suscita, dicevamo, molte perplessità per il suo carattere singolare. Tra queste diversità di opinioni che dividono la folla, si colloca l'affermazione dell'uomo guarito, che certifica la propria identità con una formula che fa pensare: "Sono io" (v. 9). Questa espressione, nel vangelo di Giovanni, è usata esclusivamente da Gesù per affermare la propria identità messianica, ed è di solito evitata dall'evangelista in contesti e soggetti diversi. In questo caso è una formula pronunciata da un altro. Questa eccezione non può essere senza una ragione notevole: Inoltre, questa autodefinizione è pronunciata dall'uomo guarito tra due riferimenti all'unzione (cfr. vv. 6 e 11). Si tratta quindi di una affermazione che allude all'identità nuova che quell'uomo ha ricevuto mediante l'unzione messianica che lo ha guarito; più precisamente: lo ha creato una seconda volta. Alla domanda della gente su dove Gesù sia andato, dopo averlo guarito, l'uomo risponde di non saperlo. Anche in questo caso, l'azione salvifica di Cristo è compiuta con umile potenza, senza apparati che attirino lo sguardo e con un fondamentale nascondimento. Egli agisce, infatti, per restituire alla persona la sua piena dignità, non creare intorno a Sé un movimento entusiastico.

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