"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Dinanzi alla guarigione inspiegabile del cieco nato, la classe dirigente sente vacillare le basi della propria autorità. La disputa è interamente incentrata sulla provenienza del potere di Gesù, come si vede da due versetti chiave posti rispettivamente all'inizio e alla fine della pericope: "quest'uomo non viene da Dio" (v. 16) e "se questi non fosse da Dio" (v. 33). La classe dirigente non ha argomentazioni contro l'operato di Gesù, perciò non può fare altro che negarne gratuitamente l'origine divina. Questa soluzione appare tanto più meschina, quanto più l'uomo guarito risponde alle loro domande con la sicurezza derivante dall'esperienza personale, cioè con quella sapienza che egli ha ricevuto nell'unzione messianica. Il risultato dell'interrogatorio è la sua espulsione dalla sinagoga. Ancora una volta, non potendo controbattere con la forza delle argoentazioni, che essi non hanno, ricorrono alla forza bruta e alla soppressione dell'interlocutore, mediante un esercizio di autoritarismo. Questo dimostra che la loro autorità non è posta al servizio della dignità della persona, ma al servizio della loro autoaffermazione sul popolo. La divina autorità del Messia per loro è quindi un rivale, un antagonista che contende loro lo scettro del comando. Non pensano affatto che la loro autorità è solo un riflesso di quella di Cristo, un'ombra rispetto alla realtà.
vv. 16-17
Al v. 16 sono menzionati solo i farisei, perché essi rappresentano la fascia del sinedrio che effettivamente esercitava sul popolo un controllo autoritativo. Il capo di accusa è costituito dal giorno in cui ha avuto luogo il miracolo: il Sabato. La violazione del riposo sabbatico è ai loro occhi una motivazione risolutiva per negare a Gesù qualunque collegamento col Dio di Israele. Ma a Cristo importa poco dei giorni: il maggior bene della persona umana è un'urgenza senza tempo, né la legge può condizionare la guarigione, perché, dal punto di vista di Gesù, la legge esiste perché l'uomo viv meglio, non perché abbia dei limiti alla propria più autentica felicità. I farisei sconoscono questo primato della persona annunciato da Cristo; e ciò si vede anche dal tenore dell'interrogatorio dell'uomo guarito: non si rallegrano per il dono della guarigione, che lo rende ormai un uomo libero e indipendente; le loro domande si muovono su un circuito eminentemente giuridico: a loro interessa chiarire la modalità della guarigione, perché in essa possono scoprire elementi di trasgressione per mettere sotto accusa ulteriormente l'agire di Gesù. La trasgressione del Sabato è già per loro comunque sufficiente a sentenziare che Cristo non può essere un uomo di Dio. In questo modo essi invertono stranamente i valori umani più basilari: la guarigione di un uomo per essi è un male, perché compiuta fuori dai loro schemi mentali. Tuttavia, il gruppo dei farisei rimane diviso al suo interno, perché rimane da spiegare come possa un peccatore compiere una guarigione così straordinaria, neppure testimoniata dall'AT, e quindi di portata superiore a all'autorità carismatica dei grandi profeti di Israele. Questi hanno operato guarigioni restituendo una salute perduta, ma non hanno mai risanato un organo difettoso dalla nascita. Questa è infatti opera specifica del Creatore. Un problema analogo si porrà con la risurrezione di Lazzaro: i profeti avevano richiamato il soffio vitale in defunti i cui organi erano ancora intatti, mentre Lazzaro è già in stato avanzato di putrefazione. Il potere personale di Gesù è, insomma, identico a quello del Creatore, e perciò ha una portata di gran lunga superiore ai gesti carismatici dei profeti del passato. I farisei lo percepiscono chiaramente e intuiscono che non si potrebbe attribuire neppure al demonio una guarigione di tale genere, perché il potere di rifare la materia è esclusivo del Creatore. L'uomo guarito, dal canto suo, alla richiesta di esporre la sua opinione, afferma: "E' un profeta" (v. 17). Con questa definizione si vede come l'uomo guarito non ha colto interamente l'identità di Gesù, ma una cosa gli è certamente chiara, anche se non è un teologo di professione: Gesù non essere né estraneo a Dio, né nemico di Dio. Questo primo riconoscimento di Gesù come profeta, in modo analogo alla donna samaritana, è un passo importante verso la scoperta piena dell'identità di Gesù, che avverrà nella professione di fede diretta verso il Figlio dell'uomo (vv. 35-38), una professione di fede che si collocherà - esattamente come per la samaritana - al punto terminale di un cammino graduale di conoscenza di Cristo e di rivelazione della sua identità, partendo dall'uomo sconosciuto, per poi passare a riconoscere in Lui il profeta, e finalmente il Messia a cui consegnare la propria fede e la propria adesione.
vv. 18-23
I farisei vengono definiti adesso con l'appellativo più generico di "giudei", per sottolineare l'intera classe dirigente nella sua essenziale ostilità all'attività di Gesù. Essi sono accomunati dalla medesima visione del potere a sistema chiuso, senza alcuna relazione con la divina autorità da cui discende ogni potere terreno, anche se professano esternamente di essere al servizio del Dio di Israele, e usano il suo Nome per esercitare il loro potere. I genitori dell'uomo guarito, chiamati per essere interrogati, rispondono con paura alle loro domande, segno della sottomissione servile a cui hanno ridotto i figli del popolo eletto. Il riferimento all'età adulta del loro figlio è indicativo della loro paura di affrontare la prepotenza della classe dirigente. Dall'altro lato, riferendosi alla capacità del loro figlio di rendere conto da se stesso dei fatti che lo riguardano, esprimono, senza saperlo, la nuova identità di unto, che Cristo gli ha conferito, liberandolo dal potere delle tenebre. Vale a dire: lo statuto dell'uomo libero, affrancato da ogni situazione umiliante, costituito in una nuova dignità dinanzi alla meschinità del potere terreno, che non accetta di perdere sudditi e pur di conservare se stesso preferisce che essi rimangano in uno stato di infermità e di miseria, piuttosto che farli crescere verso la dignità di uomini liberi. Cristo condanna apertamente questa concezione del potere.
vv. 24-25
L'esito dell'interrogatorio dei genitori e dell'uomo guarito non dimostra, come i farisei segretamente speravano, che la guarigione sia stata una frode. I genitori confermano che il loro figlio è nato cieco. L'unica soluzione per i farisei è quella di chiedere all'uomo guarito una professione di fedeltà al loro potere, misconoscendo il segnale divino della guarigione: "Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore". Insomma, gli chiedono di riconoscere che la loro interpretazione dell'evento è esatta. Dovrebbe, insomma, ammettere che rimanere malato sarebbe stato meglio, mentre egli sperimenta personalmente che la salute è migliore della malattia. L'uomo che era stato cieco non solo ha ricevuto la vista da Gesù, ma ha anche ottenuto una vista spirituale che lo rende più acuto nel discernimento e più saggio di coloro che si definiscono guide e maestri di Israele.
vv. 26-34
La loro insistenza, nonostante l'evidenza dei fatti, dimostra come essi vogliano affermare a tutti i costi la loro verità, e quando si accorgono di non poterlo fare, passano all'ultima strategia che rimane: la soppressione violenta di colui che è testimone di una verità superiore alla loro. Prima lo insultano, poi lo buttano fuori dalla sinagoga. Si professano discepoli di Mosè (v. 28), svelando così i veri termini del problema: si tratta di scegliere tra due cammini di discepolato. L'opzione è quindi da compiersi tra la Legge e l'amore; tra Mosè e Cristo. Essi scelgono chiaramente la Legge senza l'amore. Fanno della Legge mosaica un assoluto, e perciò non colgono la rivelazione del suo perfezionamento, costituita dalla scelta del bene maggiore della persona umana. Il primato della persona umana sui precetti, però, non è codificabile, non può essere presentata in forma precettistica, perché l'amore ispira i singoli gesti nella complessa trama della vita quotidiana. Nessun codice sarebbe mai in grado di esaurirne la casistica. Per questo, tra il discepolato mosaico e il discepolato cristiano si scava una voragine incolmabile, anche se il primo è la necessaria preparazione del secondo. I farisei rifiutano comunque di transitare verso il secondo, e prendono come un'intollerabile offesa, una proposta che invece li salverebbe dalla rovina spirituale: "Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?" (v. 27). Perciò lo coprono di insulti. Nel compiere il confronto tra Mosè e Gesù, essi evitano di pronunciare il suo nome: "Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia" (v. 29). Costui non sappiamo. Negano in tutti i modi a Cristo qualunque forma di rispetto. Ma c'è anche un altro motivo per cui essi non pronunciano il suo nome: il nome di Gesù è un nome che ricorda il successore di Mosè, Giosuè (in ebraico joshua), che significa "Dio salva". Giosué introduce il popolo nella Terra promessa, a differenza di Mosè che lo conduce solo fino ai suoi confini. L'assolutismo del discepolato mosaico implica anche una radicale negazione del bisogno di essere visitati da un nuovo liberatore. La loro eccessiva sicurezza riposta in Mosè entra in contraddizione, senza che essi se ne avvedano, con l'insegnamento stesso di Mosè, che aveva annunciato per il futuro la venuta di un profeta pari a lui: "Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto Io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, Io gliene domanderò conto" (Dt 18,18-19). Contraddicendo quel Mosè, di cui essi si dichiarano fedeli, escludono la necessità dell'attesa di un secondo liberatore, anche perché essi non capiscono da che cosa abbiano bisogno di essere liberati. Infatti, sono essi stessi gli oppressori del popolo, su cui esercitano un potere che li tiene soggetti. Nel vangelo di Matteo, Cristo li rimprovera apertamente di porre sulle spalle della gente pesanti fardelli, ma senza essere disposti a toccarli, esercitando così un'autorità di insegnamento apparentemente legittima in nome di Mosè (cfr. Mt 23,1-4), ma non in favore del popolo. La classe dirigente è talmente dominata dalla logica del potere, che non si rende conto che proprio questa è la schiavitù peggiore, dalla quale Cristo intende liberarli, ricevendo la risposta già analizzata al cap. 8: "Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?" (v. 33). La coscienza di essere dominati da qualcosa si ha sempre, quando questo dominio ha un carattere parziale. Ma quando la forza che ci domina, ci possiede totalmente, allora scompare anche la percezione di essere posseduti e si vive piuttosto sotto la cappa di una illusoria libertà. Questa è forse la rivincita più astuta che il nemico del genere umano talvolta si prende nella sua lotta perenne contro Dio: catturare l'uomo nelle sue trappole sottili, dandogli, al tempo stesso, la sensazione ingannevole di essere un vincitore, al punto da portarlo a vantarsi della sua schiavitù, per ridere malignamente alle sue spalle e farsi beffe del suo stupido servo.La negazione della santità di Gesù appare un assurdo anche all'uomo guarito, pur nella sua ignoranza teologica. Insieme alla vista degli occhi, egli ha ricevuto un'unzione messianica che gli permette di vedere la verità delle cose, laddove i farisei, uomini molto più colti di lui e conoscitori delle Scritture, brancolano nel buio. Il suo ragionamento è così lineare e solido, che i suoi interlocutori non possono controbatterlo, possono solo cacciarlo fuori per farlo tacere: "Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, Egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla" (vv. 31-33). Ricorrono perciò alle uniche argomentazioni che rimangono sempre a disposizione di chi non ha dalla sua parte la forza della verità: l'insulto e la violenza. Così lo buttano fuori e lo scomunicano dalla sinagoga, essendo colpevole di non essersi sottomesso alla loro autorità, schierandosi contro il suo salvatore.

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