"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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vv. 35-38
Questa sezione può considerarsi come l'epilogo dell'incontro tra Gesù e il cieco nato: dopo essere stato toccato dall'unzione messianica e avere aperto gli occhi sullo splendore dell'opera di Dio in favore dell'uomo, egli deve attraversare la prova del confronto con le strutture mosse dal potere delle tenebre. La classe dirigente funge da vaglio necessario per l'uomo chiamato a compiere il suo esodo di liberazione dietro a Cristo, nuovo e definitivo liberatore. Prima di compiere la propria professione di fede, che lo incorpora al nuovo popolo di Dio incamminato verso la patria celeste, deve confermare se stesso nella fedeltà a Cristo, e ciò si verifica nella fedeltà alla verità che l'uomo guarito difende, pagando di persona, durante tutto l'interrogatorio dei farisei. Con una fede purificata dalla prova, egli è chiamato a farne esplicita professione dinanzi al suo liberatore. Cristo stesso va a cercarlo, per propria iniziativa, dopo l'episodio della scomunica dalla sinagoga. Tutti coloro che affrontano tentazioni e prove, e nonostante tutto gli rimangono fedeli, ottengono da Gesù una particolare grazia di consolazione. Egli stesso prende l'iniziativa di andare loro incontro, visitandoli per sollevarli dalla spossatezza del combattimento. La grazia di consolazione reca con sé un dono di conferma ulteriore nell'unione divina, vale a dire: la persona cresce verso un gardo superiore di carità. A ogni prova superata corrisponde infatti un grado più alto di santità ricevuto da Dio; così a ogni caduta nel peccato corrisponde un passo indietro sul cammino di perfezione. Anche l'uomo guarito, superata la prova, è condotto da Cristo verso un livello superiore di adesione a Lui, mediante una nuova autorivelazione. Egli si era già rivelato quando l'uomo era infermo, ottenendo da lui una adesione, manifestata nella decisione di ubbidire alla sua ingiunzione di andare a lavarsi alla piscina di Siloe. Il risultato è stato una duplice libertà: la libertà del movimento, avendo riacquistato la vista, e la libertà dal potere di inganno della classe dirigente, che in nome di Mosè spadroneggia sulle coscienze e non le conduce a Dio ma a se stessa. Il loro obiettivo era infatti quello di attirare a sé, in una lotta contro Dio, l'uomo guarito, usando l'autorità di Mosè. Ma l'uomo guarito da Gesù, non ci casca, anzi dimostra di avere un discernimento più acuto di quello dei teologi di professione. Egli è libero anche dallo strapotere dei farisei. Adesso, dopo la guarigione e la prova superata della sua fedeltà, Cristo gli chiede un'adesione più personale e più diretta, con la domanda: "Credi tu nel figlio dell'uomo?" (v. 35). Il cieco nato lo aveva riconosciuto in un primo momento come profeta (cfr. v. 17), ora deve conoscerlo nella sua vera identità messianica. Si ripresentano qui le medesime tappe rivelative già riscontrate nell'incontro con la samaritana, perfino con una terminologia analoga; alla donna di Samaria, Cristo aveva detto: "Sono Io che ti parlo" (4,16), e all'uomo guarito: "Colui che parla con te" (v. 37). Il Messia, insomma, è Colui che ti rivolge la sua Parola. La vera fede che salva consiste nell'aderire personalmente a Lui. L'uomo guarito, alla domanda di Gesù, risponde: "E chi è, Signore, perché io creda in Lui?" (v. 36), parole che lasciano intravedere una adesione di fede già interiormente data allo sconosciuto profeta, ma una adesione bisognosa di nuova luce che può essere data solo in un incontro diretto e personale. L'uomo è infatti in attesa che questo incontro si verifichi, per formulare la propria professione di fede nel Messia di Isarele in modo pieno e definitivo. Cristo presenta se stesso al suo interlocutore come oggetto della sua fede, e lo fa in riferimento alla luce che gli ha donato: "Tu l'hai visto; Colui che parla con te è proprio Lui" (v. 37). La luce che permette di vedere il Messia è appunto la fede, donata da Lui stesso a coloro che sanno di esserne bisognosi.L'autodefinizione usata qui da Gesù è "Figlio dell'uomo". Si tratta di un'espressione polivalente. Essa allude intanto alla chenosi del Verbo, alla sua umiliazione fino alla morte, come si è notato in particolare nel dialogo con Natanaele (cfr. 1,51), dove alla concezione di un messianismo glorioso, Cristo oppone il messianismo della croce. Tale autodefinizione, "Figlio dell'uomo", possiede anche una certa valenza universalistica connessa alla parola "uomo". In questo senso, l'azione salvifica di Cristo non si racchiude dentro i confini etnici di Israele, ma si estende all'umanità senza alcuna forma di restrizione. In questo il nuovo esodo, sotto la guida di Cristo, differisce da quello antico: il nuovo liberatore chiama tutta l'umanità a incamminarsi verso la liberazione. Si tratta però di una liberazione di livello superiore, non politica né territoriale, ma escatologica, come suggerisce parimenti il titolo cristologico di "Figlio dell'uomo". I libro di Daniele, da cui Gesù lo desume, definisce infatti, con questa espressione, il Messia come uomo celeste (e al tempo stesso il popolo messianico destinato alla gloria ultraterrena). Solo chi si affranca dalla dipendenza psicologica verso la città dell'uomo, può capire fino in fondo il valore dell'esodo escatologico proposto da Gesù a coloro che aderiscono alla sua Parola. La classe dirigente che si oppone a Gesù è troppo perfettamente integrata nell'aldiqua, per avere un barlume di comprensione del nuovo esodo che Dio sta preparando al suo popolo. Per essi l'unico esodo comprensibile è quello mosaico, un esodo terreno, da una zona geografica a un'altra, da un ordinamento politico a un altro.L'uomo guarito, superata la prova della fede, aderisce con una nuova consapevolezza al Messia, conosciuto per esperienza personale. Nel descrivere la professione di fede dinanzi a Cristo, l'evangelista utilizza un verbo degno di attenzione: "E gli si prostrò innanzi" (v. 38). Il verbo "prostrarsi" è lo stesso utilizzato nel contesto della rivelazione del culto in Spirito e Verità, lì tradotto in italiano con "adorare" (cfr. 4,20). L'adesione piena a Cristo, porta l'uomo guarito alla scoperta di una adorazione svincolata dal Tempio di Gerusalemme. Un'adorazione nuova, che riconosce nell'umanità di Gesù il vero Tempio nel quale rendere culto al Padre. L'uomo espulso dalla sinagoga, viene ora accolto nel vero luogo di culto, che la samaritana ha conosciuto prima di lui, ma solo come promessa. Lui, invece, ci entra.
vv. 39-41
La frase di apertura di questa sezione finale esprime la missione integrale di Gesù: Egli si è rivelato come liberatore, ma il suo ruolo non finisce qui. Lo scopo della sua venuta nel mondo prevede anche un atto di giudizio: "Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono diventino ciechi" (v. 39). Inevitabilmente, mentre la sua presenza e la sua attività offrono guarigione e liberazione agli oppressi, al tempo stesso Egli rappresenta un rimprovero continuo nei confronti del sistema perverso del potere, su cui pronucia il giudizio di Dio. L'invito a camminare verso la libertà, infatti, equivale sempre alla condanna di ciò che determina lo stato di schiavitù. La missione di Gesù è quella di aprire un processo contro le strutture di questo mondo, per dichiararle sorpassate e prossime a tramontare. Questo processo sarà portato avanti dall'opera del Paraclito, che inizierà la sua missione dopo che il Cristo storico avrà terminato la propria. Egli "convincerà il mondo quanto al peccato, quanto alla giustizia, quanto al giudizio" (16,8). Riaprendo quel processo tra Gesù e le strutture del mondo, che era terminato storicamente con la prevalenza di quest'ultimo, convincerà le coscienze che è Cristo il giudice universale dinanzi a cui dovranno presentarsi gli uomini di tutte le generazioni. Coloro che si schiereranno però dalla parte delle strutture del mondo e, nell'opzione tra il potere e il bene della persona, sceglieranno il potere, questi rimarranno nel buio della loro cecità, rimanendo privi dell'unzione messianica: "quelli che vedono diventino ciechi" (v. 39). Dinanzi a questa dichiarazione di Gesù, essi reagiscono con una domanda carica di ironia: "Siamo forse ciechi anche noi?" (v. 40). La risposta di Gesù è lucida e senza risentimento: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma poiché dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane" (v. 41). Il vero problema non è essere ciechi, cioè privi della luce della verità, ma avere la pretesa di costruire una verità personale, imponendola come assoluta. Questa è infatti la manifestazione della tenebra, il peccato del mondo, oppure, ancora in termini giovannei, lo spirito dell'anticristo: non riconoscere il Cristo venuto nella carne, perché non ci si ritiene affatto bisognosi di un Salvatore che viene nel mondo. I farisei affermano la loro verità come assoluta, "sappiamo bene" (v. 24), senza un margine di possibile correzione del loro pensiero. In questo senso essi dimostrano di essere privi di discernimento sulle cose di Dio, pur essendo teologi e guide del popolo, mentre l'uomo guarito, del tutto ignorante, smonta le loro tesi con disarmante semplicità, grazie all'unzione che ha ricevuto dal Messia, e che lo rende acuto nel vedere non solo la creazione visibile, ma anche la nuova creazione, meta del nuovo esodo, da cui i farisei scelgono di rimanere estranei.

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