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55,1-11 “Venite all’acqua: ascoltate e vivrete”
Sal (Is 12,2.4-6) “Attingeremo con gioia alle sorgenti della
salvezza”
1 Gv 5,1-9 “Lo Spirito, l’acqua e il sangue”
Mc 1,7-11 “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto
La liturgia
della Parola odierna si apre con un testo altamente poetico del profeta
Isaia, dove la parola di Dio è paragonata a un cibo che nutre
e sazia davvero e senza spesa, in contrasto con il cibo costoso che
non sazia; ma è anche rappresentata dall’acqua che scende
dal cielo e irrora la terra, fecondandola, e non torna al cielo senza
avere compiuto la sua opera benefica. Si tratta senz’altro di
similitudini molto forti. La seconda lettura e il vangelo assumono
le immagini dell’acqua e dello Spirito nel contesto dell’annuncio
della rinascita battesimale. La prima lettura traccia un quadro teologico
di vaste proporzioni: essa prende le mosse dal mistero di quella profondità
del cuore umano che lo rende insaziabile e incolmabile se non dall’Infinito,
che è Dio stesso. A questo mistero se ne aggiunge un altro
non meno incomprensibile: l’uomo sembra spesso incapace di individuare
il proprio vero bene, e così gli accade di correre sollecito
verso la propria rovina e di essere indolente e pigro in ciò
da cui avrebbe la Vita. Per questo il profeta deplora l’atteggiamento
di chi spende il proprio patrimonio per acquistare ciò che
non sazia. Dall’altro lato, il Signore porge all’uomo
un invito per aiutarlo a prendere coscienza dei suoi veri bisogni:
ciò che potrà saziarlo davvero è la parola di
Dio: “Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi
succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”
(vv. 2-3). L’insistenza sull’ascolto è fortemente
espressiva di un bisogno umano a cui nessuna cosa creata potrà
rispondere adeguatamente. Inoltre, il contrasto tra il cibo che sazia
e quello che non sazia è acuito dal fatto che il cibo che sazia,
ossia la parola di Dio, è offerto gratuitamente ed esige solo
l’ascolto, mentre quello che non sazia, richiede molti inutili
sacrifici ed esige la spesa di un patrimonio. Con l’invito all’ascolto
il profeta annuncia anche la durata di un tempo di grazia, che non
è illimitato: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare”
(v. 6). Dio, in sostanza, ha indicato ciò che veramente giova
all’uomo e ha stabilito anche un periodo favorevole per farsi
trovare da Lui. Questo periodo favorevole è il tempo messianico
che ha inizio, appunto, col battesimo di Cristo. Il tema dell’ascolto
della parola di Dio, che è sorgente di salvezza per l’uomo,
viene ripreso dalla seconda lettura sotto l’aspetto della fede
teologale: la Parola si svela nelle sue energie di salvezza solo a
chi l’ascolta con fede. L’Apostolo Giovanni precisa che
l’ascolto della fede include necessariamente l’atteggiamento
della fiducia, ossia il coinvolgimento personale nelle esigenze della
Parola: “In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare
i suoi comandamenti” (v. 3). La fede non potrebbe consistere,
infatti, in un assenso puramente mentale, e perciò il binomio
fede-fiducia risulta assolutamente inscindibile. Nell’unità
di questo binomio sta la forza che vince il mondo (cfr. v. 4). Nel
brano evangelico l’insistenza è sul battesimo nello Spirito,
che Giovanni Battista era incapace di amministrare, ma che sarà
amministrato da Cristo per la remissione dei peccati nel tempo stabilito.Il
primo versetto chiave del testo isaiano è quello di apertura:
“O voi tutti assetati” (v. 1). Va notato come l’invito
di Isaia e la sua particolare destinazione non siano rivolti a chi
si ritiene appagato dalle proprie personali risorse o non sia alla
ricerca di un’acqua che disseta e di un cibo che nutre. Il presupposto
fondamentale di ogni dono di Dio è il desiderio di riceverlo;
pertanto l’oracolo, prima della promessa di un’acqua che
disseta e di .un cibo che nutre, rivolge un invito a coloro che sanno
di non avere un cibo capace di saziarli: “O voi tutti assetati”.
La seconda parte del v. 1 sottolinea l’assoluta insufficienza
del merito umano rispetto al dono di Dio: “voi che non avete
denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro,
senza pagare, vino e latte”. Vino e latte sono due elementi
di chiaro riferimento messianico: il latte scorre nella terra promessa
e il vino è il simbolo dell’amore che il Messia restaura
tra l’umanità e Dio. L’espressione “senza
pagare” rafforza l’idea che il merito dell’uomo
è totalmente escluso, in quanto non può raggiungere
né pagare il dono di Dio. Il v. 2 pone una domanda che, trasferita
all’esperienza pastorale e alla conoscenza dei cammini di fede,
acquista un particolare significato. Dietro l’interrogativo:
“Perché spendete denaro per ciò che non è
pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?”, ci
sembra di percepire il paradosso vissuto da molti, i quali sono disposti
a fare sacrifici enormi per ciò che non è sostanziale;
o di chi, disposto ad affrontare combattimenti per conseguire obiettivi
umani, si rivela misteriosamente incapace di un piccolo sacrificio
per raggiungere il dono di Dio che, per quanto gratuito, richiede
sempre da parte dell’uomo uno schieramento preciso. All’interno
del medesimo versetto cogliamo lo strano accostamento di due sensi:
l’udito e il gusto, umanamente privi di collegamento tra loro:
“Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti”.
A livello umano questa frase non presenta alcuna coerenza, ma nell’ordine
della grazia il significato è molto profondo: la Parola ed
il Pane non sono due cose diverse né è possibile nutrirsi
del Pane senza cibarsi della Parola. Degna di nota è la priorità
dell’ascolto sul gusto: “ascoltatemi e mangerete”.
Il mistero dell’Eucaristia si presenta in queste parole nella
sua realtà più completa: quella stessa Parola annunciata
in forma di linguaggio si muta, per il potere dello Spirito Santo,
in Pane che tuttavia non avrebbe la possibilità di saziare,
se prima non avesse nutrito lo spirito sotto forma di insegnamento
sapienziale. Inoltre all’interno del v. 2 si coglie un’altra
verità. L’ascolto è il fondamento della nutrizione
eucaristica, che va a vuoto qualora il nutrimento sapienziale non
si accompagnasse nella medesima proporzione al nutrimento eucaristico:
“ascoltatemi e mangerete”. Sono in errore coloro i quali
fanno consistere la loro vita cristiana più nella comunione
quotidiana che nella meditazione quotidiana della Parola. Tale insistenza
ritorna al v. 3 dove per ben tre volte il profeta riafferma il primato
dell’ascolto: “Porgete l’orecchio […] ascoltate
e vivrete”. L’ascolto, però, ha tante gradazioni
e diverse modalità, come avviene per il nutrimento fisico:
così come i bambini hanno bisogno di apprendere come ci si
nutre, perché non basta che essi abbiano il cibo, qualcosa
di simile accade nelle dimensioni del discepolato, dove il cibo offerto
dal Signore è sovrabbondante, ma occorre sapere come nutrirsi.
Infatti, l’ascolto può essere collocato su tanti livelli:
esiste un ascolto di pura curiosità, di interesse intellettuale,
o ancora quello distratto in cui tanti pensieri coesistono con altre
cose mescolandosi alla parola di Dio. Ma la condizione imprescindibile
perché la Parola penetri e nutra è la verginità
mentale, aurora del discepolato. In tale disposizione la Parola udita
con le orecchie verrà riascoltata con il cuore e lo Spirito
Paraclito svelerà i suoi significati autentici alla luce della
storia personale di ciascuno e del suo livello di maturazione. La
sezione dei vv. 3-5 ha un sapore squisitamente messianico nella linea
davidica. Viene menzionata un’alleanza eterna diversa da quella
stabilita con Mosè sul Sinai. Diversa perché è
presentata come futura: “Io stabilirò per voi un’alleanza
eterna” (v. 3) e poi perché intende realizzare una promessa
rivolta particolarmente a Davide: “i favori assicurati a Davide”
(v. 3). La figura di Davide, tuttavia, non corrisponde alla personalità
storica del sovrano, attribuendogli delle prerogative superiori a
quelle presentate dai libri storici. Più precisamente, la monarchia
davidica viene qui descritta in termini universalistici, che non si
adattano né al Davide storico né ad alcuno dei suoi
discendenti: “Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli,
principe e sovrano sulle nazioni. […] accorreranno a te nazioni
che non ti conoscevano” (vv. 4-5). Appare chiaro da questo che
l’alleanza eterna, a cui il profeta si riferisce, riguarda il
Messia davidico che eserciterà il potere non soltanto su Israele,
ma anche sulle altre nazioni, che volentieri gli presteranno ubbidienza,
riconoscendolo come Messia venuto nel nome di Dio: “accorreranno
a te nazioni che non ti conoscevano a causa del Signore, tuo Dio”
(v. 5). L’invito alla conversione nel nostro testo si presenta
come una ricerca del Signore e come un incontro con Lui a metà
strada, dal momento che anche Dio si muove verso chi si incammina
alla sua ricerca. La conversione viene descritta soprattutto come
una grazia derivante dal primato di Dio che fonda la possibilità
stessa di cercarlo. Se la conversione consiste nella ricerca di Dio,
a sua volta essa non è il risultato di una decisione umana,
ma è la conseguenza di una risposta positiva dell’uomo
ad un invito precedente. Il profeta inizia il discorso sulla conversione
a partire dall’alto, cioè dalla decisione del Signore
di farsi trovare, che si concretizza storicamente in una attrazione
del cuore umano verso l’incontro e il dialogo con Lui. Il v.
6 è estremamente eloquente sotto questo punto di vista: “Cercate
il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”
(v. 6). Si tratta di un parallelismo sinonimico, in cui le due frasi
con diverse parole esprimono la stessa verità: l’invito
a cercare il Signore e ad invocarlo, valorizzando positivamente i
tempi di grazia che non sono in potere dell’uomo, ma si alternano
secondo principi e ritmi orchestrati unicamente dal Signore. L’invito
a cercarlo mentre si fa trovare, presuppone che potrebbe non essere
più possibile trovarlo qualora uno lo desiderasse fuori da
quei tempi previsti da Dio per l’incontro salvifico con Lui.
Questa verità è ampiamente confermata dal NT e in particolare
dall’insegnamento di Gesù. Possiamo ricordare il pianto
di Cristo su Gerusalemme, incapace di riconoscere il tempo della visita
di Dio (cfr. Lc 19,44). Il lettore attento del vangelo si chiede come
mai il Maestro pianga su Gerusalemme pur essendo Egli ancora presente.
Sarebbe più logico piangere sulla città santa se Cristo
dovesse partire per una terra lontana: ormai fisicamente lontano e
distante non potrebbe più beneficare. C’è dunque
una sola ragione in grado di giustificare questo pianto: il Padre
ha stabilito per Gerusalemme un tempo di grazia che ha un inizio e
una fine, e Israele deve valorizzarlo prima che sia troppo tardi.
I tempi di grazia nella vita di un uomo, come pure nella vita di una
comunità, si alternano, iniziano e finiscono, pur rimanendo
l’Eucaristia sempre uguale a se stessa. In questo senso l’invito
del profeta Isaia risuona come uno degli avvertimenti più importanti
e più profondi della Bibbia. L’uomo non può pensare
di cercare Dio e di trovarlo solo in forza di una iniziativa personale.
Infatti, l’incontro con il Signore è il risultato di
una divina elezione, nella quale Dio concede all’uomo la possibilità
di trovarlo. La motivazione di questa verità è facilmente
comprensibile: Dio rimane sempre e comunque un mistero irraggiungibile
per ogni intelletto creato. Di conseguenza, conoscerlo e incontrarlo
non può che essere un dono di grazia. Il Cristo del vangelo
è continuamente in movimento ed entrano nell’ordine della
salvezza coloro che riescono ad afferrarlo al suo passaggio, come
il pubblicano Zaccheo (cfr. Lc 19,1ss) e il cieco Bartimeo (cfr. Mc
10,46). La chiamata a collaborare con Dio nella sua opera di salvezza
è un evento che si realizza nel tempo, trasformando il tempo
umano in tempo di grazia. Tale tempo di grazia viene affidato alla
nostra responsabilità: “Cercate il Signore, mentre si
fa trovare, invocatelo, mentre è vicino” (v. 6). Nessuno
di noi ha la certezza costante di potere avere la benedizione di Dio
presso di sé. Il tempo di grazia costituito dalla sua chiamata
va valorizzato fino in fondo, oppure si rischia di sciuparlo. Da questo
punto di vista la vita cristiana è gravida di drammaticità
e non è senza conseguenze la qualità del nostro incontro
con la sua persona di Maestro e di Pastore. Le parole di Isaia: “ritorni
al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che
largamente perdona” (v. 7) rimbalzeranno nel libro dell’Apocalisse,
dove ancora una volta in un invito accorato il Signore risorto tornerà
a dire: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la
mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò
con lui ed egli con me” (3,20). Se il Signore si fa vicino e
si lascia trovare, di conseguenza diventa possibile all’empio
abbandonare la sua via e all’uomo iniquo i suoi pensieri (cfr.
v. 7). Diversamente non è possibile. Nessun uomo può
vincere il male se Dio non lo attira verso la libertà. Non
si tratta quindi di compiere opere specifiche, ma di non elaborare
pensieri iniqui in grado di esercitare una forza di dominio sulla
persona umana. Allora è possibile sperimentare il perdono di
Dio: “ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona” (v. 7). Anche qui il
perdono divino è un’offerta libera e anticipata rispetto
al pentimento dell’uomo, così come nella parabola del
figliol prodigo l’abbraccio del Padre precede la confessione
del figlio (cfr. Lc 15,11-32). Il perdono di Dio è sempre anteriore
al pentimento dell’uomo secondo una logica incomprensibile e,
in un certo senso, anche scandalosa. Per questa ragione i vv. 8 e
9 descrivono i pensieri di Dio come distanti e le sue vie come lontane
dalle nostre: “Quanto il cielo sovrasta la terra”. Il
perdono di Dio è incomprensibile e scandaloso in quanto il
buon senso umano richiederebbe la vendetta e il castigo degli empi
in modo immediato. La misericordia divina è sempre una misericordia
crocifissa per la sua stessa natura: il tempo dato all’empio
è uno scandalo di debolezza, ma è anche una manifestazione
d’amore che supera tutte le aspettative dell’uomo al punto
da disorientarlo. In particolare proprio alla sua misericordia viene
attribuita la metafora della infinita distanza tra il pensiero umano
e quello divino, in quanto il perdono di Dio costituisce l’inciampo
allorché si presenta sotto la forma della croce. Sarà
un inciampo non soltanto per i cittadini di Gerusalemme e per gli
abitanti della Giudea e della Galilea, ma soprattutto per i suoi stessi
discepoli, i quali troveranno nella croce l’ultimo esame rigorosissimo
dinanzi al quale pochi potranno superarlo per giungere ai piedi della
croce insieme alla Vergine Maria (cfr. Gv 19,25-26). Nel testo isaiano
possiamo cogliere ancora un suggerimento relativo all’autenticità
della preghiera, paragonata al movimento di discesa e di risalita
della pioggia. Tale duplice movimento è precisamente quello
della parola di Dio, che replica il cammino della pioggia e della
neve: scende dal cielo e poi vi ritorna dopo avere fecondato il mondo.
Notiamo un elemento che distingue la preghiera autentica da quella
falsificata: la preghiera autentica è sempre una preghiera
di risposta, che risulta dalla parola di Dio udita, creduta, assimilata
nella meditazione e poi tradotta in parola di lode, di ringraziamento,
in richiesta di perdono e in intercessione. Il nostro parlare a Dio
è un’eco della Parola; diversamente si rischia di parlare
al Signore in modo sconveniente. La Chiesa, infatti, non si rivolge
mai a Dio con parole proprie; la liturgia della Chiesa non è
che Parola pregata. E’ questo il senso fondamentale del paragone
tra la Parola e la pioggia: la pioggia sale quando evapora l’acqua,
ma prima deve cadere dal cielo. La preghiera dell’uomo è
autentica quando è la risposta a Dio che ha parlato, quando
è ascolto profondo, quando è dialogo e non monologo
di pensieri umani che girano intorno a se stessi. Altrimenti rischia
di scadere in sentimentalismo, estemporaneità, sterile sfogo.
Se c’è un ascolto profondo, la preghiera non è
un monologo, come avviene nella parabola del fariseo che va al Tempio
a pregare con il pubblicano. Non c’è dubbio che il fariseo
stia pregando, ma la sua preghiera non è rivolta a Dio. Essa
è rivolta verso se stesso, con un accumulo di parole e di formule,
che hanno come fulcro l’“io” dell’orante (cfr.
Lc 18,11-12). I primi nove versetti della prima lettera di Giovanni
sono caratterizzati da un notevole spessore teologico e aprono davanti
agli occhi del lettore uno scenario mirabile sul mistero di Dio e
sulla rinascita dei cristiani come suoi figli. Cominciamo a focalizzare
il primo versetto chiave: “Carissimi, chiunque crede che Gesù
è il Cristo, è stato generato da Dio” (v. 1).
Va notato che nell’ottica giovannea nascere da Dio è
una prerogativa del Cristo, ma si verifica anche nella vita cristiana
tutte le volte che si rinasce mediante la fede e si viene generati
dallo Spirito in una maniera simile alla generazione di Cristo dal
Padre nello Spirito. Dalle parole di Giovanni l’uomo si trova
improvvisamente dinanzi all’acquisizione di uno status e di
una dignità straordinariamente grandi, derivanti dall’adozione
filiale. Ma il lettore rimane soprattutto colpito dalla sproporzione
tra il fenomeno della rinascita e la sua causa. La causa della figliolanza
è semplicemente un atto di fede. Non si tratta di accumulare
opere buone al limite dell’eroismo per diventare figli di Dio,
ma di compiere una sola opera: credere in Gesù Cristo come
Figlio di Dio: “E chi è che vince il mondo se non chi
crede che Gesù è il Figlio di Dio?” (v. 5). Chi
accoglie il Cristo come Figlio compie, in forza di questo atto di
fede, un enorme passaggio qualitativo che da semplice creatura lo
trasferisce nella famiglia di Dio con il ruolo di figlio adottivo.
Divenire figli adottivi significa entrare nella comunione trinitaria.
Infatti, chi accoglie Cristo, accoglie anche il Padre e chi accoglie
il Padre, accoglie Cristo. L’Apostolo dice chiaramente che non
è possibile amare Colui che genera ed essere indifferenti,
oppure ostili, verso Colui che è generato: “chi ama colui
che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”
(v. 1). In sostanza l’amore del Padre e del Figlio non può
essere distinto perché le due Persone della Trinità
sono un solo Dio. Il v. 2 offre un criterio di discernimento per comprendere
se il nostro amore è modellato su quello dei figli di Dio:
“In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo
Dio e osserviamo i suoi comandamenti”. Notiamo la priorità
dell’amore di Dio rispetto all’amore del prossimo. Quest’ultimo
è generato e scaturisce dall’amore di Dio, per cui chi
non ama Dio ed è indifferente alla sua Legge potrà essere
un filantropo, un uomo impegnato in attività socialmente utili,
anche un campione di volontariato, ma ciò non costituisce la
persona nella comunione trinitaria, generata cioè dallo Spirito
Santo. L’amore che unisce i figli di Dio è un amore che
viene dall’alto e si attinge amando nella direzione verticale,
ridiscendendo sotto forma di comunione fraterna. Pertanto amare Dio
e ubbidire alla sua volontà è il grande segno di autenticazione
dell’amore fraterno come amore nello Spirito. L’autore
aggiunge: “i suoi comandamenti non sono gravosi” (v. 3),
intendendo dire che chi ubbidisce ai comandamenti di Dio non compie
la fatica dell’ubbidienza, in quanto lascia a Dio di realizzare
la sua volontà nella propria persona. Il protagonista, testimone
per eccellenza del vangelo di Giovanni, nella seconda parte del quarto
vangelo, viene definito “il discepolo che Gesù amava”
(cfr. 19,26; 20,2; 21,20; 21,7). Il discepolo che si lascia amare
è colui che lascia a Dio la libertà di realizzare la
sua volontà su di lui. Se agisce Dio, al discepolo viene richiesta
soltanto la docilità, l’abbandono, l’infinita fiducia
di cui Dio è degno, e non la fatica. Tuttavia le parole di
Giovanni non ci autorizzano a descrivere il discepolato come un cammino
segnato dal riposo. Si tratta di un riposo in Dio e, come tale, di
una straordinaria attività perché l’uomo si trova
coinvolto nelle dinamiche della storia di salvezza. La fatica richiesta
al discepolo riguarda soltanto la disposizione di infinita fiducia
del suo animo anche dinanzi alle smentite della storia. L’atto
di fede con cui si diventa figli permette anche di acquisire una sorta
di signoria sul mondo. La libertà dai condizionamenti del mondo,
il proprio spirito al di sopra delle meschinità e delle piccolezze
costituisce una delle prospettive più belle per il discepolo:
“Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa
è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede”
(v. 4). Ancora una volta il lettore si trova dinanzi ad un passaggio
sproporzionato: l’atto interiore con cui si riconosce che Gesù
Cristo è Figlio di Dio comunica la signoria sul mondo, la vittoria
su tutto ciò che trascorre e pretende di essere assoluto, sulle
correnti di pensiero che si affermano e tramontano con la stessa velocità
lungo gli anni e i secoli. Credere che Gesù Cristo è
il Figlio di Dio significa diventare stranieri in questo mondo e cominciare
a guardare le cose con gli occhi di chi appartiene ad un altro Regno.
Tutto improvvisamente si relativizza, perde la sua forza di condizionamento
e viene sottoposto alla signoria del discepolo. Al v. 6 l’Apostolo
aggiunge un particolare, oggetto di discussioni e di controversie
da parte degli esegeti. Ci atterremo soltanto all’interpretazione
più sicura. Il versetto recita così: “Egli è
colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo;
non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue.
Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché
lo Spirito è la verità”. L’interpretazione
biblica, a proposito dell’acqua e del sangue, non ha colto un
significato univoco. I commenti più attendibili di questa espressione
possono ricondursi principalmente a due. La prima interpretazione
considera l’acqua e il sangue come due avvenimenti della vita
di Cristo e, in questo senso, il battesimo nel Giordano è il
sangue della sua morte. Cristo quindi è venuto sia come Maestro,
iniziando il suo ministero pubblico a partire dal battesimo, sia come
Redentore e Vittima che si offre sulla croce versando il suo sangue.
Quindi Cristo non è venuto soltanto per istruire l’umanità
(acqua), ma anche per offrire Se stesso in sacrificio espiatorio (sangue).
L’affermazione dell’Apostolo in questo senso probabilmente
poteva costituire un elemento polemico contro gli gnostici, i quali
negavano una effettiva sofferenza del Cristo storico attribuendogli
una natura umana apparente, non reale, negando di conseguenza il messianismo
del dolore e rifiutando lo scandalo della croce. La seconda interpretazione
legge le parole “acqua e sangue” come il riferimento ai
sacramenti del Battesimo e della Eucaristia percepibili nel vangelo
di Giovanni nei simbolismi utilizzati dall’autore. Quindi Gesù
Cristo venuto con l’acqua e col sangue esprime la sua presenza
nella Chiesa attraverso i sacramenti e, in particolare, il Battesimo
e l’Eucaristia. Va notato che gli elementi dell’acqua
e del sangue sono posti sullo stesso piano dello Spirito: “Poiché
tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua
e il sangue, e questi tre sono concordi” (vv. 7-8). Lo Spirito,
l’acqua e il sangue danno la stessa testimonianza nel senso
che rendono presente Cristo risorto nella Chiesa mediante l’opera
dello Spirito nei sacramenti. Tale testimonianza è superiore
a qualunque testimonianza umana perché è la risposta
che Dio ha dato al tribunale ingiusto, oscurato dai suoi intenti egoistici
e soggettivi risuscitando suo Figlio dai morti e rendendolo presente
nella Chiesa attraverso lo Spirito: “Se accettiamo la testimonianza
degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore” (v.
9). L’atteggiamento di incredulità dinanzi alla testimonianza
del Padre per l’Apostolo è l’equivalente di un’accusa
di menzogna lanciata a Dio (cfr. 5,10). Il brano del vangelo di Marco
descrive il battesimo di Gesù con una introduzione determinata
dalla predicazione del Battista: “In quel tempo, Giovanni proclamava:
‘Viene dopo di me colui che è più forte di me:
io non son degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali’”
(v. 7). La figura del Battista descritta dagli evangelisti viene sempre
ridimensionata in relazione a Cristo che, venuto dopo di lui, tuttavia
è più grande. Giovanni afferma di non essere degno neppure
di servirlo nel gesto banale di sciogliere i lacci dei sandali. Al
versetto successivo si coglie il salto qualitativo tra i due e in
cosa consista il primato di Cristo rispetto al Battista: “Io
vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito
Santo” (v. 8). Cristo ha un primato nei confronti del Battista
in quanto Egli è il datore dello Spirito. Giovanni battista
è in grado soltanto di richiamare alla penitenza e di suscitare
il pentimento, ma non può riconciliare gli uomini con Dio attraverso
l’effusione dello Spirito, autore della rinascita battesimale.
Esteriormente il battesimo con acqua amministrato dal Battista non
differisce da quello compiuto dalla Chiesa, ma in realtà questo
segno non è nulla all’infuori di un semplice gesto rituale.
Invece, il battesimo cristiano si svolge nella potenza dello Spirito
in cui il segno dell’acqua giunge in profondità riconciliando
lo spirito dell’uomo con il Padre mediante la rimozione della
macchia del peccato originale. Al v. 10 Gesù è descritto
nell’atto di scendere nelle acque del Giordano su cui si libra
lo Spirito come una colomba. Il miracolo della rinascita avviene in
virtù della discesa dello Spirito sulle acque. L’immagine
richiama indirettamente al primo libro della Genesi dove l’acqua
e lo Spirito di Dio sono menzionati all’inizio della creazione
(cfr. v. 2). Inoltre nel libro di Genesi il testo ebraico in riferimento
allo Spirito utilizza un termine che descrive il movimento vibratorio
delle ali di un volatile per tenerlo in equilibrio sospeso sulle acque.
Nel contesto del battesimo di Gesù l’acqua e lo Spirito
si ripresentano come l’origine di una nuova creazione. Per la
prima volta lo Spirito Santo entra in contatto con l’acqua nel
momento in cui Cristo entra corporalmente dentro il Giordano e viene
battezzato da Giovanni. A differenza di Matteo (cfr. 3,14), Marco
non fa alcun riferimento alla resistenza iniziale del Battista, meravigliato
del gesto insolito del Messia. Gesù, infatti, non ha alcun
peccato di cui pentirsi, tuttavia si mette nella fila dei battezzandi
assimilandosi all’uomo peccatore e assumendo su di sé
il peccato del mondo con le sue conseguenze, per poterlo poi distruggere
e annullare sul legno della croce. Nell’acqua del Giordano lo
Spirito si libra quando Gesù sta per uscire dall’acqua
ed è Lui stesso a vedere “squarciarsi i cieli e lo Spirito
discendere verso di lui come una colomba” (v. 10). Anche gli
altri evangelisti sottolineano che Gesù vede i cieli aperti
e lo Spirito discendere (cfr. Mt 3,16; Lc 3,21), mentre in riferimento
alla voce si dice che “venne” (v. 11) sottolineando in
tal modo la sua destinazione ai presenti. Marco e Luca comunque esprimono
il contenuto della voce come una rivelazione destinata a Cristo stesso:
“Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio
compiacimento” (v. 11; cfr. Lc 3,22). L’evangelista Matteo
invece allarga ai presenti questa divina testimonianza, presentando
il Messia nell’atto di svelarsi ad Israele nella sua autentica
identità di unto, mandato da Dio (cfr. 3,17). Inoltre l’espressione:
“Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio
compiacimento” è una divina testimonianza analoga a quella
destinata ai tre Apostoli sul monte della Trasfigurazione in cui si
presenta la prospettiva della morte e della risurrezione (cfr. Mt
17,1-13; Mc 9,2-13; Lc 9,28-36). Pertanto il battesimo di Gesù
deve essere collegato all’evento della croce in quanto in esso
Cristo assume su di Sé il peccato del mondo distruggendolo
nella sua morte di croce.
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