Dt
18,15-20 “Susciterò un profeta e gli porrò
in bocca le mie parole”
Sal 94/95 “Fa’ che ascoltiamo, Signore, la tua voce”
1 Cor 7,32-35 “La vergine si preoccupa delle cose del
Signore, per essere santa”
Mc 1,21-28 “Insegnava loro come uno che ha autorità”
La tematica
principale della liturgia odierna riguarda i criteri per distinguere
i veri profeti dai falsi profeti. Più precisamente, l’inescusabilità
dei contemporanei di Cristo i quali, pur consapevoli delle indicazioni
bibliche, non hanno saputo riconoscere nella Persona di Gesù,
il Messia atteso. La prima lettura contiene la promessa divina
di inviare a Israele un profeta dello stesso calibro di Mosè.
Il vangelo presenta i segni di credibilità che accompagnano
il suo ministero, mentre la seconda lettura contiene il consiglio
molto pratico, per chi fosse chiamato al servizio del vangelo
a tempo pieno (l’esercizio della profezia battesimale
è infatti l’evangelizzazione), di non sposarsi.
La tematica della profezia attraversa questa domenica tutte
le letture della liturgia. Nella prima lettura viene promesso
un profeta come Mosè; nel brano evangelico il Profeta
promesso è presente ed è in azione, e la sua autorità
di insegnamento è confermata da segni inconfondibili;
nella seconda lettura è in questione ancora una volta
la profezia: tutti i cristiani sono profeti in quanto testimoni
di Cristo. Il testo del Deuteronomio riportato dalla prima lettura
è un brano cruciale dell’AT a proposito dell’attesa
messianica, da un lato, e della proliferazione della falsa profezia,
dall’altro. Purtroppo i liturgisti hanno lasciato fuori
alcuni versetti importanti del medesimo cap. 18, in cui si dice
che al profeta autentico occorre dare ascolto, ma va saputo
distinguere dal falso profeta, che di solito somiglia in tutto
a un vero profeta. Il criterio per distinguere il falso profeta
è la non corrispondenza tra le sue parole e la realtà.
E ciò va preso sia nel senso che non si realizza la parola
da lui annunciata, sia nel senso che la sua parola è
inefficace perché egli stesso non la vive. Il vero profeta,
in sostanza, vive ciò che annuncia, ed è questa
corrispondenza tra la parola e la vita che rende efficace il
suo annuncio presso coloro che hanno la coscienza retta. Questo
criterio vale soprattutto per il Profeta degli ultimi tempi,
cioè Cristo, e i cristiani che prolungano nel tempo la
sua missione profetica. Il vangelo entra infatti nel vivo di
un problema di difficile soluzione: Israele non riconosce il
suo Messia. Eppure nel ministero di Gesù si è
verificata una corrispondenza perfetta tra la sua Parola e la
realtà: il suo insegnamento era continuamente avvalorato
dalla efficacia della sua Parola verso la natura, le malattie
e verso gli spiriti maligni. Per questo tutti, nella sinagoga,
sono presi da stupore; l’insegnamento di Cristo è
molto diverso da quello degli scribi, le cui parole non sono
capaci di produrre un’esperienza di salvezza. La dottrina
annunciata da Gesù è una forza di liberazione
per coloro che la accolgono nella fede. Il Deuteronomio intendeva
dire questo nel fornire i criteri per distinguere i veri dai
falsi profeti. Il tema della profezia viene ripreso, estendendolo
ai cristiani, dalla riflessione dell’Apostolo Paolo. Purtroppo
anche in questo testo i liturgisti hanno lasciato fuori (naturalmente
per ragioni di spazio) dei versetti importanti per non fraintendere
il testo. Dall’insieme del discorso si comprende che l’Apostolo
consiglia di non sposarsi, perché solo chi non si sposa
ha una disponibilità di tempo totale per il servizio
dell’evangelizzazione. E’ naturale che chi ha famiglia
può offrire un tempo limitato al servizio ecclesiale.
Paolo intende dire solo questo. E’ perciò falso
interpretare queste parole dell’Apostolo come una forma
di svalutazione del sacramento del matrimonio, di cui lui stesso
dice che è “un grande mistero” (cfr. Ef 5,32).Il
brano odierno del Deuteronomio viene unanimemente considerato
dalla esegesi odierna come un testo che annuncia il Messia venturo
nella promessa di un profeta pari a Mosè (cfr. v. 15).
Tale promessa messianica, realizzatasi nel ministero pubblico
di Cristo, si può riscontrare nei testi dell’Antico
e del Nuovo Testamento come un motivo che ne attraversa tutta
l’estensione. Nel vangelo di Giovanni, ad esempio, più
volte si fa riferimento esplicitamente a questo profeta –
promesso al tempo di Mosè - che deve venire nel mondo
(cfr. 6,14; 7,40; 11,27), come una speranza attuale dei contemporanei
di Gesù, al punto da portare la folla a chiedersi se
questo profeta non fosse proprio Lui. Va innanzitutto compresa
la formulazione della promessa di un profeta venturo, che apre
la pericope della prima lettura: “Il Signore, tuo Dio,
susciterà per te […] un profeta pari a me”
(v. 15). La grandezza del profeta atteso nel futuro, è
misurata su una scala in cui la figura di Mosè costituisce
l’unità di misura basilare. L’espressione
“pari a me”, infatti, non intende suggerire che
il profeta futuro sarà una replica di Mosè, né
il suo doppione. Mosè è appunto un’unità
di misura, come lo è il profeta Elia per Giovanni battista
(cfr. Lc 1,17; Mt 17,12). Tra i personaggi dell’Antico
Testamento, Mosè è una figura di riferimento (anche
se non l’unica) per la comprensione della realtà
della promessa messianica. Il Messia della Bibbia, insomma,
presenta alcune caratteristiche già riscontrabili nel
ruolo e nel carisma di Mosè. Egli è infatti l’unico
profeta dell’AT a essere definito da Dio stesso “uomo
di fiducia in tutta la mia casa” (Nm 12,7), ed è
ancora liberatore del popolo, mediatore di un’alleanza
formidabile, a cui è legato il destino di Israele. Analogamente,
il Messia sarà liberatore dell’uomo - e non solo
del popolo di Israele -, e sarà mediatore di un’alleanza
nuova, definitiva, preannunciata dai profeti maggiori (cfr.
Ger 31,31-34; Ez 36,26-27). Il profeta annunciato da Mosè
pronuncerà le parole di Dio in modo fedele e corrispondente
all’autentico pensiero di Dio, e lo farà con l’autorità
conferitagli dal suo mandato divino: “gli porrò
in bocca le mie parole” (v. 18). La rivelazione realizzata
dal Messia, in definitiva, non somiglia alla testimonianza di
coloro che parlano di Dio per aver letto di Lui, o per sentito
dire; le sue parole dovranno essere accolte, come se parlasse
Dio stesso sulle sue labbra. Da qui l’esortazione all’ascolto
ubbidiente: “A lui darete ascolto” (v. 15), a cui
farà eco, nel contesto della trasfigurazione, un’analoga
esortazione (cfr. Mt 17,5). Lo scopo di far sorgere questo profeta,
corrisponde alla necessità di favorire un incontro tra
Dio e l’uomo, senza che l’umanità venga annientata
dalla gloria di Dio. Tutto l’Antico Testamento è
pervaso da una sorta di sacro terrore, per il quale l’incontro
con Dio è temuto, perché l’uomo non può
incontrare Dio e restare vivo. Vale a dire: non può reggere
la divina presenza, perché essa soverchia infinitamente
le forze creaturali. Questa idea è esplicitamente menzionata
anche nel nostro testo: “Avrai così quanto hai
chiesto al Signore, tuo Dio […]: Che io non oda più
la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande
fuoco, perché non muoia” (v. 16). Israele spera
insomma che il ministero di Mosè, che riparava il popolo
dall’insostenibile gloria di Dio, parlando lui stesso
con Dio e riportando il suo messaggio, possa essere preso da
qualcun altro dopo di lui, perché Dio possa continuare
a parlare al suo popolo, senza farlo tremare con la sua voce
di tuono (cfr. Es 19,19). L’incarnazione del Verbo ha
prodotto proprio questo miracolo atteso fin da allora: l’umanità
di Gesù è uno schermo protettivo che Egli ha messo
intorno alla sua gloria insostenibile, per potere avvicinarsi
a noi, ed essere avvicinato da noi, senza annientarci.L’ascolto
o la disubbidienza nei confronti dell’insegnamento del
Messia è qualcosa di cruciale: “Se qualcuno non
ascolterà le parole che egli dirà in mio nome,
io gliene domanderò conto” (v. 19). La parola di
Dio ci lascia totalmente liberi, e dinanzi a essa non vi sono
condizionamenti, che possano determinare una scelta da noi non
voluta, perché nessun condizionamento può cambiare
i valori creduti secondo coscienza; per questo il nostro destino
si gioca sull’opzione successiva all’incontro col
kerygma, ovvero la predicazione apostolica; e di essa siamo
responsabili, perché tale opzione, che si compie nel
profondo del cuore, è veramente nostra e rispecchia la
presa di posizione della nostra coscienza di fronte alle realtà
più essenziali della vita. La breve sezione odierna,
accanto alla promessa messianica, possiede anche un paio di
accentuazioni degne di nota. La prima riguarda la necessità
della mediazione umana nell’incontro con Dio: tra Dio
e Israele c’è sempre un mediatore. Ogni singolo
israelita arriva a incontrare Dio, perché la mediazione
di qualcuno glielo rende possibile. Così, ogni singolo
battezzato arriva a incontrare Dio, perché la mediazione
della Chiesa gli ha dato gli strumenti di collegamento: la Parola
e i Sacramenti. In nessun punto della Bibbia, in sostanza, il
rapporto con Dio è mai definito come un fatto privato,
riguardante soltanto la persona nella sua individualità.
L’incontro con Dio può essere semmai un’esperienza
personale, che ha un destinatario ben preciso, il quale ne diventa
poi testimone; in questo caso, l’esperienza dell’incontro
personale, si distingue – ma al tempo stesso si integra
– da quella dell’incontro comunitario con Dio. L’esperienza
di Dio può quindi essere un fatto personale, ma non privato.
Ciò significa che non è possibile incontrare Dio,
senza che questo fatto coinvolga anche la comunità, o
il “noi” della Chiesa. Più precisamente,
la fede della Chiesa è il presupposto imprescindibile
perché il battezzato possa arrivare, a sua volta, con
un atto veramente personale e maturo, alla fede teologale e
quindi all’esperienza di salvezza che ne deriva. La seconda
accentuazione intende mettere in guardia la comunità
credente dalla minaccia, sempre risorgente nel corso dei secoli,
della falsa profezia: “Ma il profeta che avrà la
presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato
di dire…” (v. 20). Il brano odierno del Deuteronomio
afferma, a chiare lettere, che l’opera dello spirito del
male, nel suo tentativo di falsificare profeti e profezie, non
cesserà neppure dinanzi alla presenza del Messia venturo,
anzi potrà soltanto intensificarsi. Il fenomeno della
falsa profezia accompagna inevitabilmente tutto il cammino storico
della Chiesa, come Cristo ha già preannunciato ai suoi
discepoli (cfr. Mt 24,11.23-24 e par.). Il libro dell’Apocalisse,
poi, specifica che l’aggressione del male nei confronti
della Chiesa avrà un duplice volto: la persecuzione violenta
e la falsificazione della santità, il che equivale alla
falsa profezia (cfr. 13,2.11). Ciò significa che, quando
lo spirito del male non riesce a portare fuori strada i credenti
attraverso la violenza, la persecuzione o la proposta esplicita
del peccato, allora tenta di disorientarli, proponendo loro
di aderire a un bene apparente, nel quale perdano tempo ed energie.
È a questo punto che la luce del discernimento diventa
l’unica possibilità di sottrarsi all’inganno.Il
testo paolino ad una lettura un po’ superficiale potrebbe
indurci a concludere che il matrimonio divide il cuore dell’uomo,
creando due amori in difficile equilibrio: Cristo da un lato
e il proprio partner dall’altro. Così ci si trova
a oscillare continuamente tra questi due termini, e per piacere
al proprio marito (o moglie) si finisce per spiacere a Cristo,
perdendo l’integrità del cuore indiviso. Questa
interpretazione, però, non sembra reggere al confronto
con il messaggio globale e l’unità della Scrittura.
Se il matrimonio dividesse il cuore dell’uomo, invece
di potenziare il suo cammino di santità, non solo cesserebbe
di essere un sacramento, ma bisognerebbe negare anche la sua
divina istituzione. Sentiamo perciò il bisogno di analizzare
meglio la questione. La domanda che noi ci poniamo è
la seguente: a cosa si sta effettivamente riferendo l’Apostolo,
al matrimonio come sacramento, oppure alla sua possibile degenerazione?
Se il matrimonio dovesse produrre nell’uomo e nella donna
un “cuore diviso”, potrebbe ancora il matrimonio
essere considerato un sacramento?Andiamo con ordine. L’AT
ci mostra un Dio geloso, che non è disposto a dividere
il cuore dell’uomo con altri amori. Il testo più
fondamentale è quello del Decalogo: “Non ti farai
idolo […] non ti prostrerai e non li servirai, perché
io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso” (Es 20,4-5).
Questo tema ritorna nella letteratura profetica: “Un Dio
geloso è il Signore” (Na 1,2); “Sono ingelosito
per Sion di gelosia grande” (Zc 1,14). E’ naturale
che la Scrittura con questa immagine della gelosia divina intende
condannare i culti idolatrici, ma nel medesimo tempo si condanna
anche qualunque amore verso una creatura che possa soverchiare
l’amore dovuto a Dio, dividendo così il cuore del
credente. Se la conseguenza della vita di coppia dovesse essere
la divisione del cuore dell’uomo, allora non sarebbe eccessivamente
diversa dall’idolatria. Per questo poniamo la domanda:
a queste condizioni potrebbe il sacramento esistere? Non possiamo
sfuggire a questo dilemma; delle due cose probabilmente se ne
può ammettere solo una: o il matrimonio è un sacramento,
e come tale esige che il partner sia amato in Dio senza alcuna
divisione del cuore, oppure sposarsi è lo stesso che
entrare in conflitto con Dio, creando l’antitesi di due
amori. Ci sembra ragionevole pensare che l’Apostolo abbia
voluto riferirsi alle possibili disfunzioni della vita di coppia
che mettono il sacramento del matrimonio nel rischio di snaturarsi.
Egli parla infatti del matrimonio come sacramento quando dice
che “chi ama la propria moglie ama se stesso” (Ef
5,28). Ma se uno che ama la propria moglie, ama se stesso, come
può essere diviso? Se il sacramento del matrimonio implica
un’esperienza di unità e di comunione interpersonale,
allora la divisione del cuore è una malattia e non la
condizione normale. Semmai Paolo sta mettendo in guardia le
coppie cristiane a non cadere in questa forma degenerativa per
la quale, amando il proprio partner più di Dio (ossia
dividendo il cuore), si scivola nell’idolatria. E’
ovvio che se qualcuno ponesse al proprio partner una sorta di
ultimatum come questo: “o me o Dio”, per ciò
stesso tradirebbe l’essenza del matrimonio come sacramento,
che presuppone un amore verso il proprio partner che non sia
in antagonismo con l’amore che è dovuto a Dio.
In sostanza, il sacramento del matrimonio presuppone - e potremmo
dire: abilita all’amore indiviso col suo dono di grazia
- la capacità di un amore indiviso, così che i
due amino Dio come un solo essere, altrimenti si dovrà
parlare di amore umano e non di sacramento. Inoltre, abbiamo
buone ragioni per ritenere che Paolo stesso non pensava al matrimonio
come una condizione di divisione del cuore. Non solo sulla base
di Ef 5,28, testo già citato, ma anche nella sequenza
interna al discorso della prima ai Corinzi: la fine del capitolo
sesto è infatti dedicata al tema della castità
con riferimenti diretti alla vita di coppia. L’enunciato
di base che motiva teologicamente la castità è
che “il corpo non è per l’impudicizia, ma
per il Signore, e il Signore è per il corpo” (6,13).
In modo particolare, nella vita di coppia “i due saranno,
è detto, un solo corpo” (v. 16). Questo corpo unico
e indivisibile, che sono i coniugi cristiani, è chiamato
a unirsi al Signore per formare con Lui un solo spirito (cfr.
v. 17). In tal modo, i due sono la sposa e il Signore è
lo Sposo. Nel momento in cui i due si uniscono a Lui, diventano
un solo spirito con Lui, e quindi, per conseguenza logica, diventano
anche un solo spirito l’uno rispetto all’altra.
L’Apostolo, in sostanza, intende affermare che gli sposi
cristiani non formano soltanto un solo corpo, come i coniugi
di un matrimonio naturale, ma diventano perfino un solo spirito,
realizzando in pieno, cioè, la similitudine interiore
dell’origine (cfr. Gen 2,18), nel momento in cui sono
capaci di unirsi al Signore come un solo essere, come la sposa
di Cristo, che si unisce a Lui per formare un solo spirito.
Dobbiamo allora concludere che, se il matrimonio può
produrre nel cuore umano una qualche esperienza di divisione,
ciò è dovuto al peccato dell’uomo e non
alla natura della vita di coppia, meno che mai alla natura del
sacramento nuziale.Il testo evangelico odierno narra un esorcismo
avvenuto nella sinagoga di Cafarnao in giorno di sabato. Si
tratta di un episodio omesso dall’evangelista Matteo e
riportato solo da Marco e da Luca. Il brano contiene degli insegnamenti
che cercheremo di cogliere nei relativi versetti chiave.Va notato
innanzitutto il tempo in cui si colloca l’evento: “entrato
di sabato nella sinagoga, insegnava” (v. 21). La liberazione
dell’uomo indemoniato si verifica dunque di sabato. Il
sabato rappresenta il tempo sacro, il tempo favorevole al passaggio
di Dio nella vita dell’uomo, orientato sempre alla nostra
liberazione. Si tratta allora di entrare nel tempo sacro per
essere guariti, e nel tempo sacro si entra mediante la conversione
personale. La nostra vita quotidiana diventa essa stessa un
ininterrotto “tempo sacro”, dal momento in cui ci
sottomettiamo alla signoria di Gesù Cristo, perché
ogni nostro gesto è una liturgia di lode per la sua gloria.
Nello stesso tempo, la liberazione dell’indemoniato avviene
nell’ambito spazio-temporale del culto del popolo di Dio.
Ciò significa che la nostra partecipazione personale
alla liturgia della Chiesa è già un’esperienza
di guarigione interiore, se si compie nella fede. Diversamente,
anche la più impeccabile osservanza dei tempi sacri potrebbe
non portare frutti di risanamento spirituale. Non a caso, l’uomo
guarito da Gesù è un pio israelita, osservante
del riposo sabbatico, come si vede dalla sua presenza nella
sinagoga. È significativo che quest’uomo si trovi
nella sinagoga e tuttavia si trovi sotto l’azione dello
spirito del male: nonostante la partecipazione alla preghiera
ebraica, il potere del male domina su di lui. Ci si può
legittimamente chiedere con quale animo quest’uomo partecipasse
alla preghiera sinagogale, se l’ascolto della Parola,
di sabato in sabato, non lo aveva ancora guarito. Trasferendoci
dalla Sinagoga alla Chiesa, diciamo che la partecipazione alla
preghiera liturgica della comunità cristiana, l’ascolto
della Parola e la partecipazione ai Sacramenti, non garantiscono
l’immunità dalla sottile penetrazione dello spirito
del male, se tale partecipazione non è accompagnata da
una piena sottomissione alla volontà di Dio e dalla fedeltà
alla Parola. Ciò che garantisce l’immunità
dalla potenza di Satana è, infatti, lo schieramento radicale
della propria volontà, espresso nelle rinunce battesimali
con tutta la potenza del triplice “Rinuncio” e del
triplice “Credo”. La partecipazione meccanica al
culto e l’esperienza della preghiera senza la fede, non
guariscono lo spirito umano. Quest’uomo aveva per tanto
tempo partecipato al culto sinagogale, ma in esso non aveva
mai incontrato Dio. La sua malattia spirituale viene alla luce
solo quando egli si incontra personalmente con Cristo. Soltanto
un’autentica esperienza di preghiera, che ci porta a incontrare
Dio e a dialogare con Lui nella verità, può portare
alla luce le nostre malattie nascoste e i nodi problematici
della nostra vita interiore; se tali cose vengono portate alla
luce davanti a Dio, e depositate ai piedi della croce, possono
finalmente guarire. Ma non bisogna temere di mettere a nudo
il proprio cuore nella sincerità e nell’onestà
della preghiera. Molti sono frenati nella preghiera da questa
paura, quella cioè di guardarsi dentro per conoscersi
nella luce di Dio, non comprendendo che questa fuga da se stessi,
e dalla propria personale verità, è già
una malattia.Lo spirito del male si rivolge a Gesù, parlando
per bocca dell’ossesso: “Ed ecco, nella loro sinagoga
vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò
a gridare, dicendo: ‘Che vuoi da noi, Gesù nazareno?
Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’”
(v. 24). Da questa scena sembrano emergere con evidenza alcune
caratteristiche della strategia di combattimento messa in atto
dal demonio. La prima di esse è senza dubbio l’effetto
sorpresa. In una situazione ordinaria e tranquilla, improvvisamente,
senza che nessuno se lo aspetti, accade qualcosa che coglie
di sorpresa e colpisce la sensibilità e le emozioni dei
presenti: “cominciò a gridare”. L’evangelista
Luca precisa ulteriormente: “cominciò a gridare
forte” (4,33). L’evento satanico ha un carattere
inaspettato e rumoroso, crea scompiglio e paura. Il vantaggio
che egli trae dall’effetto sorpresa è determinato
dal fatto che noi siamo portati per natura ad agire impulsivamente
dinanzi agli eventi improvvisi. E il suggerimento dell’impulsività
è quasi sempre un errore, un passo falso che offre al
demonio l’occasione buona per colpirci una seconda volta.
Infatti, Gesù affronta questa prima strategia rimanendo
imperturbabile e perfettamente padrone di sé, senza mosse
scomposte e impulsive, mentre dell’assemblea si dice che
“Tutti furono presi da timore” (v. 36). L’effetto
sorpresa si vince così: rimanendo fermi e tranquilli,
per agire solo dopo avere riflettuto. Il secondo aspetto della
strategia del male consiste nel prendere in prestito la voce
dell’uomo, o nel trovare un uomo che sia disposto a prestargliela,
per diffondere e pubblicizzare nel mondo i suoi pensieri e le
sue filosofie fuorvianti. L’opera di scristianizzazione
della cultura, a cui in occidente si assiste da alcuni secoli
a questa parte, non consiste in una persecuzione che imponga
altre fedi con la minaccia delle armi; si tratta piuttosto di
una voce umana, quella di molti intellettuali, prestata a dottrine
non evangeliche, a filosofie estranee, e a una antropologia
diversa da quella biblica. Il pensiero anticristiano si diffonde
perciò nella misura in cui i suoi sostenitori gli prestano
la loro voce. Gesù, infatti, gli impone innanzitutto
il silenzio: “Taci! Esci da lui!” (v. 25). La sequenza
di comandi di Gesù è riportata da Luca nel medesimo
ordine, prima il comando di tacere e poi quello di andare via:
“Taci, esci da costui” (4,35). Ciò significa
che la vittoria sullo spirito del male passa necessariamente
attraverso la capacità di ridurre al silenzio la sua
voce, cioè la libertà dalla seduzione del suo
linguaggio suadente, e la prontezza di spezzare sul nascere
i suggerimenti delle sue tentazioni, sia che risuonino nelle
parole umane dell’ambiente esterno, sia che risuonino
direttamente nei processi interiori del nostro pensiero, che
egli è in grado di suggestionare coi suoi magnetismi
a noi sconosciuti, perché fanno parte delle proprietà
della natura angelica.Il terzo aspetto della strategia maligna
si desume dal contenuto delle parole che il diavolo pronuncia
per bocca dell’ossesso: “Che vuoi da noi, Gesù
nazareno? Sei venuto a rovinarci?” (v. 24). Questa domanda
retorica rivela una strategia ben precisa dello spirito del
male: quella di condurre l’uomo all’estraneità
nei confronti di Cristo, fino all’estremo limite di condurre
la persona a considerare Cristo come una rovina e un nemico
della propria felicità. Il risultato di questa strategia
è quell’estraneità osservabile non di rado
anche nella nostra vita cristiana, quando, ad esempio, la Messa
domenicale non ha alcun influsso sulla settimana e il sacrificio
celebrato liturgicamente nel luogo sacro non si prolunga nella
fatica del lavoro di ogni giorno. Oppure, un’altra forma
di estraneità è quella che si verifica nel contesto
stesso della liturgia cristiana, quando, in certe celebrazioni
di Matrimoni o di Battesimi, si ha l’impressione di partecipare
a un insieme di riti che si svolgono meccanicamente, come se
fossero fatti con l’attenzione rivolta altrove, senza
concentrarsi sulla presenza reale di Cristo. Le sfaccettature
dell’estraneità sono comunque tante, e ciascuno
potrà individuare per se stesso in quali momenti dell’esperienza
cristiana possa accadere anche a noi di lasciare fuori Gesù,
chiedendogli: “Che vuoi da noi?”.Un’altra
strategia che Satana mette in atto per alterare la vita cristiana
e allontanarla dalla sua genuinità è la tentazione
della ribalta, che si coglie nelle parole che seguono: “‘Io
so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù gli ordinò
severamente: ‘Taci! Esci da lui!’” (vv. 24-25).
Proclamandolo “il santo di Dio” dinanzi all’assemblea
sinagogale, il demonio tenta di esporre Cristo sulla piazza,
creando intorno a Lui un entusiasmo messianico che snaturerebbe
la sua missione. In modo analogo, Satana cerca di portare i
servi di Dio verso la ribalta, suscitando verso di loro la curiosità
del mondo, specie quando la santità è accompagnata
da carismi o doni particolari. Il risultato è quello
di snaturare l’approccio con la santità, trasformandolo
da appello alla conversione a puro fenomeno spettacolare. In
tal modo egli costruisce anche la base per ogni sorta di tentazioni
di vanagloria e di superbia spirituale. Satana pronuncia queste
parole con forza, gridando, perché Cristo sia sotto gli
occhi di tutti, e l’assemblea diriga l’attenzione
incuriosita su di Lui, come su un oggetto di spettacolo, creando
al tempo stesso attese di liberazione politica, danneggiando
così la sua missione. A questo punto, Gesù gli
intima di tacere.Lo spirito del male ubbidisce a Cristo, ma
chiede anche una contropartita: “E lo spirito impuro,
straziandolo e gridando forte, uscì da lui” (v.
26). Satana se ne va, ma prima tormenta la sua vittima, e si
porta così un gruzzolo di sofferenza, non potendo ottenere
di più. Vale a dire: chi a causa del peccato cade sotto
il potere di Satana, deve sapere che la sua liberazione passerà
attraverso la sofferenza, perché il maligno tortura la
sua preda, prima di lasciarla andare. La liberazione dal potere
di Satana si svolge sempre così: da un lato l’autorità
di Cristo, senza la quale nessuno può sottrarsi alla
potestà delle tenebre; dall’altro, il combattimento
personale contro lo spirito del male, cioè l’ascesi,
la rinuncia energica, la fiducia incondizionata nella divina
Misericordia: in sostanza, il comando di Gesù, che impone
al demonio di lasciare la sua preda, ha bisogno sempre di un
tributo di sofferenza, da parte nostra, necessario per la liberazione.
A liberazione compiuta, un senso di timore si impadronisce dei
presenti: “Tutti furono presi da timore, tanto che si
chiedevano a vicenda: ‘Che è mai questo? Un insegnamento
nuovo dato con autorità. Comanda persino agli spiriti
impuri e gli obbediscono!’” (v. 27). Ritorna in
questo versetto il tema dell’autorità della parola
di Gesù, tema che era stato annunciato all’inizio
della pericope (cfr. v. 22). La stessa caratteristica si riscontra
anche nell’episodio lucano (cfr. 4,32.36). L’autorità
dell’insegnamento di Gesù, in quanto si distingue
da quello degli altri maestri di Israele, non consiste soltanto
nella verità delle cose insegnate, ma soprattutto nel
fatto che la sua parola è capace di mutare la realtà,
cioè è una dottrina capace di cambiare le strutture
del mondo, orientandole verso la bellezza di una creazione nuova,
finalmente libera da tutto ciò che mortifica la persona
umana fatta a immagine di Dio.
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