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Gb 7,1-4.6-7 “Notti di dolore mi sono state assegnate”
Sal 146/147 “Risanaci, Signore, Dio della vita”
1 Cor 9,16-19.22-23 “Guai a me, se non predicassi il vangelo”
Mc 1,29-39 “Guarì molti che erano afflitti da varie malattie”
La liturgia odierna affronta la questione della malattia e della sofferenza da un punto di vista particolare, che è quello comune a tutta la Bibbia: la malattia e la guarigione sono fenomeni che non riguardano una parte del corpo umano, ma sono realtà inerenti alla persona stessa. Quando un organo del corpo è malato, è malata tutta la persona. In questo senso si può dire senz’altro che per la Bibbia, persona sana è chi è capace di vivere una vita pienamente armonizzata, internamente ed esternamente. Salute piena è il recupero dell’armonia personale in tre direzioni: il rapporto con Dio, col prossimo e con se stessi. La prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, pone il problema della malattia e della sofferenza come tappe obbligate della vita di ogni essere umano. Tenendo presente la narrazione di questo libro, al di là del breve brano che apre la liturgia odierna, si può dire che questa esperienza di dolore e di malattia in Giobbe non è sganciata dal rapporto religioso con Dio. La sofferenza di Giobbe ha un senso che supera le sue cause immediate (perdita dei beni, dei figli, della salute): l’uomo giusto viene messo alla prova perché risalga da essa con una statura morale ancora più splendida. Si può dire perciò che Giobbe non è mai così sano come quando si ammala, appunto perché la salute, per la Bibbia, non coincide con l’assenza materiale della malattia, ma con l’armonia delle relazioni personali con Dio, col prossimo e con se stessi. Satana, colpendo Giobbe, voleva dimostrare che la sua prosperità e la sua felicità terrena gli rendevano facile la lode e l’osservanza religiosa; la prova del dolore porta alla luce una grande verità: la giustizia di Giobbe rimane anche dopo aver perduto i suoi beni. Qui si conosce chi era veramente Giobbe. Il vangelo ritorna sul tema della malattia e della salute, ampliandolo con le vessazioni diaboliche subite dagli indemoniati. Di nuovo il concetto di salute e di malattia appaiono legati alla sanità delle relazioni personali, che hanno origine nel cuore, più che a quella degli organi del corpo. Anche gli indemoniati, pur non soffrendo di un male fisico, sono associati a quell’insieme di fenomeni dolorosi che diminuiscono la pienezza di vita di un essere umano. Gesù si presenta qui come il Medico e la medicina per ogni genere di malattia, fisica, morale o diabolica; infatti, nel momento in cui Cristo rimette la persona nell’equilibrio dei rapporti con Dio, col prossimo e con se stessa, quello è il momento in cui viene recuperata la piena salute. Sarebbe perciò illusorio guarire un organo malato, se poi la persona non guarisce dai suoi squilibri fondamentali, che sono la sorgente interiore di ogni possibile malattia. L’epistola di Paolo ai Corinzi riguarda la forma più radicale di guarigione che Dio vuole offrire ai suoi figli: la salvezza eterna. La malattia mortale che conduce l’individuo alla perdizione può convivere anche con la migliore salute fisica, senza che per questo si possa dire che la persona sia sana. Ecco perché l’Apostolo è disposto a farsi “tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (v. 22). In fondo il carisma di guarigione che restituisce la salute fisica non è che un segno del fatto che Dio vuole tutti in buona salute, cioè ricolmi di grazia e di Spirito Santo. Nella prospettiva narrativa del nostro autore, Giobbe è un uomo giusto, oppresso dal dolore. L’enigma, a cui il libro vuole dare una risposta, è infatti quello della sofferenza del giusto. Giobbe è descritto nell’atto di desiderare la morte come una liberazione dal suo stato infelice. La vita dell’uomo gli appare come un’attesa della fine, simboleggiata dal salario di chi lavora solo per essere pagato: “i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario? […] come il mercenario aspetta il suo salario” (vv. 1-2). A questo riguardo, nel suo soliloquio, la brevità della vita umana viene menzionata come un’attesa di liberazione, rappresentata dall’ombra che lo schiavo, oppresso dalla fatica, desidera intensamente e dal salario, atteso dall’operaio alla fine della sua giornata (cfr. vv. 1-2); la breve durata, di fatto, è capace di smorzare l’intensità di qualunque dramma. La speranza di Giobbe è, insomma, animata dalla consapevolezza che il dolore, per quanto possa essere intenso, è comunque destinato a finire presto, come trascinato via dalla corrente del rapido trascorrere dei giorni: “I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricordati che un soffio è la mia vita” (vv. 6-7). Il brano odierno del libro di Giobbe, si apre con una domanda retorica: “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra?” (v. 1). Qui l’idea del duro servizio, che l’uomo svolge sulla terra, non sembra inteso soltanto nei termini della necessità della fatica, a cui ciascuno si deve sottoporre, per guadagnarsi da vivere; la prospettiva non è utilitaristica, ma esistenziale: l’essere uomini è già un duro lavoro. La capacità di affrontare le sfide del mondo e l’elasticità necessaria, per superare le fasi evolutive della vita umana, è veramente un lavoro faticoso, al quale non sempre, e non tutti, si riesce a tenere testa. La fatica dell’essere uomini si può dunque definire come la capacità di attraversare l’esperienza della disillusione e del dolore, rimanendo saldi nella fede. È inoltre un duro lavoro imparare a distinguere, e poi ad afferrare, solo ciò che realmente conta, lasciando cadere nel vuoto ogni inutile zavorra. Il libro di Giobbe descrive la vita in termini drammatici, attraverso le riflessioni del suo protagonista, che incarna l’ideale dell’uomo giusto, più esposto e più sensibile alla sofferenza proprio a causa della sua giustizia: “a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno” (v. 3); egli, tuttavia, non approda ad alcuna soluzione teologica, se non alla saggezza di abbandonarsi al mistero della volontà di Dio. Non un abbandono rassegnato, o fatalista, ma un abbandono creaturale, che accetta serenamente i limiti della propria intelligenza; anzi, la sua sapienza sta tutta nel riconoscere che non tutti i decreti di Dio sono chiari agli uomini, né gli sono manifesti i criteri del governo del mondo. Per avere una risposta definitiva sul senso del dolore, occorrerà giungere all’insegnamento del Cristo Maestro, che rivive personalmente tutti gli aspetti della fatica dell’essere uomini e indica nel chicco di grano che muore, il mistero della fecondità segreta del soffrire e del morire del giusto. L’Apostolo Paolo, nel testo della seconda lettura odierna, fa alcune affermazioni in parte di ordine teologico e in parte di ordine pratico. Ci soffermeremo su di esse, mettendo in evidenza i versetti chiave del brano.La prima affermazione è riconducibile alla teologia della predicazione: “Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato” (vv. 16-17). Nessuno annuncia il vangelo per iniziativa personale o per impresa autogestita, derivante dal semplice desiderio o da qualunque genere di velleità di diventare testimoni del vangelo. Infatti, l’iniziativa personale è condannata dalla Bibbia, non soltanto dal NT, ma anche dall’AT. Possiamo ricordare ad esempio il Salmo 127: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (v. 1). L’autentica predicazione, da cui nasce la Chiesa, corrisponde ad una chiamata precisa e all’affidamento di un incarico da parte di Dio. Infatti, è sempre possibile desiderare delle cose buone, o ideare delle iniziative utili, ma rimane l’obbligo, per la coscienza cristiana, di discernere se queste cose buone e queste iniziative utili siano richieste da Dio, oppure si tratti di movimenti e spinte personali e soggettive. Con l’espressione: “se non lo faccio di mia iniziativa”, Paolo allude chiaramente alla sua autocoscienza di Apostolo, consapevole di essere tale per vocazione e non per iniziativa personale, ma in forza di un dono di grazia; pertanto, egli ha la consapevolezza del fatto che l’essere stato chiamato ad annunciare il vangelo è un dono gratuito, dunque non un merito personale: “annunciare il Vangelo non è per me un vanto”, ma al tempo stesso un dovere, che impegna tutte le sue energie mentali e volitive, un dovere che lo costituisce responsabile dinanzi a Dio: “guai a me se non annuncio il Vangelo” (v. 16). Dunque alla domanda: “Qual è dunque la mia ricompensa?” (v. 18), l’Apostolo non pensa a niente altro che non sia l’esperienza della gratuità, che lo dispone a donare la ricchezza del vangelo, senza cercare per se stesso un qualche genere di gratificazione. La sua ricompensa di Apostolo di Cristo consiste nell’annunciare “gratuitamente il Vangelo, senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo” (v. 18). Il vangelo stesso, annunciato e predicato, riempie di motivazioni la vita dell’Apostolo, al punto tale che egli non desidera alcuna altra immediata remunerazione. Egli attende la sua retribuzione al ritorno di Cristo, quando “ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1 Cor 4,5).Più avanti aggiunge un altro particolare: “Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero” (v. 19). Con queste parole egli indica l’autentico stile dell’annuncio del vangelo, e la qualità dell’incontro tra l’evangelizzatore e gli evangelizzati, un incontro che non si presenta mai come un rapporto da superiore ad inferiore, o come un dono elargito dall’alto, alla maniera dell’insegnamento impartito da chi sa a chi non sa. Il vangelo non si può annunciare stando su un piano diverso da quello dei suoi destinatari e d’altra parte non autorizza nessuno a sollevarsi al di sopra degli altri, assumendo quell’atteggiamento magisteriale di colui che istruisce gli inesperti. Anzi, nella prospettiva cristiana, colui che istruisce sta su un piano più basso di colui che è istruito, perché l’annuncio del vangelo non si compie come un atto di autoritarismo, bensì come un’azione di servizio; infatti l’Apostolo definisce se stesso proprio in questa linea: “mi sono fatto servo di tutti”. L’obiettivo finale dell’evangelizzazione è quello indicato dal v. 23: “tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”. Colui che annuncia il vangelo desidera che la comunione trinitaria si espanda nel mondo, per includere in questa partecipazione di gioia divina chi annuncia e chi ascolta, realizzando la fraternità nello Spirito, dove colui che annuncia ha dinanzi a sé dei fratelli a cui offrire un servizio, e non dei sudditi a cui comandare qualcosa. Anche l’Apostolo Giovanni parla dell’evangelizzazione in termini analoghi: “il Verbo della vita… lo annunziamo a voi, affinché voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo, Gesù Cristo” (1 Gv 1,1-3).Infine, il brano paolino sembra andare al cuore del significato evangelico della guarigione, che consiste nel guarire rimanendo apparentemente malati. Infatti, Cristo non ha vinto la morte scansandola, ma attraversandola e, a partire dalla sua esperienza, ogni discesa nel dolore umano è un incontro con Lui. L’Apostolo Paolo dice: “Mi sono fatto debole per i deboli” (v. 22). Si tratta di una libera adesione alla logica di Colui che è disceso, facendosi debole. Il tema del vangelo odierno riguarda il ministero di guarigione di Gesù. Dopo la chiamata dei primi discepoli, Gesù comincia subito ad insegnare, presentandosi a Israele nella veste di Maestro, ovvero di Rabbì. Al tempo stesso, Egli forma intorno a sé una piccola comunità che condivide in pieno la sua vita. Essere discepoli del Maestro non comporta soltanto l’apprendimento di una dottrina, ma implica necessariamente la disponibilità a vivere con Lui. Questa dimensione comunitaria è sottolineata dall’evangelista nel racconto della guarigione della suocera di Pietro, quando menziona, accanto a quello di Gesù, anche i nomi degli Apostoli: “subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni” (v. 29). Nella casa di Simon Pietro, si verifica un gesto di guarigione che riguarda la suocera di Pietro, che è a letto con la febbre: “subito gli parlarono di lei” (v. 30). L’espressione “gli parlarono” è molto significativa: il gruppo apostolico intercede, presenta a Cristo l’umanità malata e, in forza della preghiera degli Apostoli, Cristo concede la salute e la salvezza di tutta la persona. Fin dal nucleo più primitivo della Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù è presentata come il luogo di guarigione, in cui l’uomo recupera la pienezza della vita e della salute. La preghiera della Chiesa ha il potere di sollevare l’umanità dai suoi pesi, o di renderli utili per un bene eterno, qualora non fossero tolti.Il gesto di Gesù è immediato: Egli non pone alcuna condizione tra la preghiera dei suoi discepoli e il suo intervento. Dio accoglie ed esaudisce prontamente la preghiera dell’uomo, quando essa è ispirata dall’amore. Talvolta, però, i suoi tempi potrebbero non coincidere con le aspettative dell’umano buon senso. In ogni caso, la preghiera non va mai perduta. La modalità della guarigione viene raccontata dai tre evangelisti sinottici con piccole variazioni: in Marco, Gesù la prende per mano e la fa alzare (cfr. v. 31); in Matteo, le tocca la mano (cfr. 8,15); in Luca, la guarigione avviene senza contatto, mediante la sola parola: “Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre la lasciò” (Lc 5,39). Teologicamente denso questo modo di raccontare di Luca: Gesù opera la guarigione solo con la parola, una parola potente e creatrice come quella che in Genesi 1 realizza la creazione dell’universo. Ciò significa che il contatto fisico, citato dagli altri due evangelisti, ha soltanto un valore di segno, mentre la forza efficace che comunica la salvezza è la Parola di Dio. Anche l’evangelista Marco racconta questo miracolo di guarigione con un’allusione teologica. Luca collega l’autorità della parola di Gesù a quella del Dio creatore; Marco, invece, lo fa in riferimento al discepolato: la suocera di Pietro guarisce lasciandosi guidare per mano da Gesù: “Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò” (v. 31). Il processo di guarigione si realizza dunque in un cammino verso l’alto, seguendo la direzione verso cui Cristo ci attrae. Si tratta, in sostanza, del cammino di fede e di perfezionamento, che ha inizio con il primo incontro col Cristo Signore. Il gesto di Gesù che solleva la suocera di Pietro, esprime anche il senso più genuino della guarigione evangelica. La persona che si incammina nel discepolato, seguendo il Maestro, guarisce radicalmente da tutti i suoi mali; ciò non significa, però, che tali mali scompaiano sempre. Alcuni di essi scompaiono, ma altri permangono, secondo la divina pedagogia e i misteriosi decreti di Dio. In ogni caso, il discepolo vive comunque nella libertà, anche quando qualcuna delle sue afflizioni gli fosse lasciata. La guarigione evangelica consiste, infatti, nel sollevare l’uomo al di sopra della sua malattia e dei suoi dolori. Se le afflizioni non scompaiono, lo spirito dell’uomo, guidato dalla mano di Gesù, si solleva al di sopra di qualunque dolore e lo signoreggia, unendolo a quello del Cristo crocifisso, per conferirgli un valore incalcolabile di redenzione.Il testo marciano sottolinea ancora che, non appena la febbre la lasciò: “ella li serviva” (v. 31). Anche Luca fa la stessa osservazione (cfr. 4,39), mentre Matteo si esprime al singolare: “essa si alzò e si mise a servirlo” (8,15). Si tratta solo di una sfumatura: per Matteo, destinatario del servizio è solo Cristo, anche quando esso venga rivolto ai suoi discepoli. Marco e Luca includono anche i discepoli. L’idea espressa da Matteo ritornerà alla fine del suo vangelo, nell’immagine del giudizio finale: la voce del Cristo giudice risuona sull’umanità radunata, precisando che ogni gesto d’amore fatto al prossimo è comunque fatto a Lui (cfr. Mt 25,40).Considerando l’esito della guarigione della suocera di Pietro, nasce nel lettore attento una domanda: Come mai non viene riportata alcuna parola di ringraziamento nei confronti di Cristo? La suocera di Pietro sembra passare direttamente dalla malattia alla salute senza fermarsi dinanzi a Colui che l’ha guarita. Pensa che il suo modo di esprimere il ringraziamento sia quello di fare tante cose utili, mettendosi al servizio del gruppo apostolico, mentre Cristo avrebbe preferito un atto di amore verso di Lui piuttosto che molti servizi pratici. Questa esigenza di Gesù è espressa in modo chiaro a Betania, dove il Maestro accoglie il servizio pratico di Marta, ma esprime il suo desiderio di ricevere un tributo più prezioso, un atto d’amore rivolto verso di Lui, che consiste nell’ascolto profondo della sua Parola (cfr. Lc 10,38-42). Ogni atto di servizio deve fondarsi in un atto d’amore compiuto verso di Lui, e radicato non nel sentimento, bensì nell’ascolto della sua Parola. Così nella scelta dei Dodici, essi sono in primo luogo chiamati non a servire la Chiesa, ma ad amare Lui; la prima destinazione degli Apostoli è Cristo stesso (cfr. Mc 3,14). Va notato come la suocera di Pietro si metta al servizio di Gesù, solo dopo essere stata guarita. Nessuno di noi, infatti, può mettersi al servizio di Cristo, finché le malattie dello spirito continuano ad appesantire il nostro cammino. Se invece si guarisce, si diventa idonei a servirlo. Tale guarigione, come già si è visto, si raggiunge attraverso un incontro personale con Cristo, lasciandosi sollevare, cioè guidare da Lui verso l’alto.Compiuta la guarigione in casa di Simone, verso sera Cristo si trova assediato da una folla di gente sofferente e oppressa: indemoniati e infermi. Il testo di Marco dice che “Guarì molti” (v. 34). Matteo, nel brano parallelo, dice che “guarì tutti i malati” (8,16). Luca non insiste sulle quantità, limitandosi a dire che Gesù li guariva, “imponendo su ciascuno le mani” (4,40). Nel racconto lucano, insomma, non ci è dato di sapere se guarì molti oppure tutti. Ciò che è notevole è il rapporto personale che Luca – ricordiamo qui che egli era un medico - sottolinea tra il Cristo guaritore e i malati. Egli impone le mani “su ciascuno”, e questo implica una relazione diretta, umana, in cui il malato è accolto dal medico nella sua dignità di persona e non come un oggetto guasto o una macchina a cui sostituire un ingranaggio. Gesù guarisce molti o tutti? Sappiamo bene che in ebraico l’aggettivo “molti” può significare anche tutti, e ciò può accadere anche nel greco del Nuovo Testamento. Tendiamo a credere che il senso sia quello più generale: quella sera a Cafarnao, Cristo guarì tutti. In ogni caso, l’espressione di Marco merita una certa attenzione: “Guarì molti”. Al di là di quello che sia accaduto quella sera, essa si adatta meglio al ministero di guarigione di Gesù, che non ha avuto l’obiettivo di guarire tutti. Il caso di Lazzaro di Betania, da questo punto di vista, è fortemente emblematico. Cristo, che guariva anche i pagani estranei, non ha voluto guarire l’amico. Così l’Apostolo Paolo, il cui fazzoletto bastava a guarire i malati (cfr. At 19,11-12), ha dovuto sopportare su se stesso gravi infermità (Gal 4,13-14 e 2 Cor 12,9-10). In altre parole, il ministero di guarigione non va banalizzato. In realtà, il disegno misterioso di Dio a volte sembra fare distinzione di persone, stabilendo per ciascuno il suo irripetibile itinerario non confrontabile con quello degli altri. Per alcuni, in certi particolari casi, la malattia è migliore della salute in vista di una guarigione più preziosa, quella interiore.Al v. 34 del brano di Marco, ritorna la strategia del maligno di porre Cristo e i suoi servi sulla ribalta, per farne fenomeni da baraccone e per incuriosire. Ma Gesù “Non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano”. Cristo impedisce al maligno di catapultarlo sul palcoscenico, perché la sua opera deve svolgersi nel nascondimento e nella gradualità della rivelazione del regno di Dio, che cresce lentamente e senza rumore. Le opere di Satana, invece, sono tutte rumorose.Il brano si conclude con un’affermazione di Cristo che suona come un invito rivolto ai suoi discepoli: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!” (v. 38). Cafarnao è ormai conquistata dal potere di Gesù e i suoi discepoli ne godono con Lui, ma Cristo non permette loro di fossilizzarsi in una situazione gradevole e piena di vantaggi. Vivere il discepolato significa infatti lasciarsi spingere dall’amore, che fa rinunciare alle proprie gratificazioni personali, purché giunga a tutti la Parola che salva e che non può essere mai frenata dal nostro egoismo.

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