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Sam 3,3b-10.19 “Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta”
Sal 39/40 “Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà”
1 Cor 6,13c-15a.17-20 “I vostri corpi sono membra di Cristo”
Gv 1,35-42 “Videro dove abitava e si fermarono presso di lui”
La liturgia
odierna è costruita su un nucleo centrale che potrebbe ridursi
alla necessità dell’evangelizzazione. In sintesi, l’insegnamento
della Parola oggi intende affermare che nessuno può giungere
a una conoscenza autentica di Dio, se non c’è qualcuno
che lo annunzia. Altrimenti detto: la fede si sviluppa in proporzione
del nutrimento della Parola. Le letture odierne sono infatti molto
chiare su questo punto: il primo brano mostra come Samuele non sarebbe
facilmente arrivato a capire chi era Colui che lo chiamava nella
notte, se fosse stato solo e privo del consiglio di Eli. Il vangelo
presenta il Battista nell’atto di indicare Cristo presente
nel mondo; allora i due discepoli lo seguono. La seconda lettura
è un brano esortativo, che interpreta la vita cristiana come
un sacrificio spirituale compiuto con la propria vita. La prima
lettura e il vangelo pongono un evidente rapporto di corrispondenza
parallela tra la figura di Eli e quella di Giovanni battista. Entrambi
agiscono sulla coscienza dei loro discepoli, mettendoli in grado
di avvicinarsi al mistero di Dio e di dialogare con Lui. In un certo
senso, il cammino dei discepoli (sia di Eli che del Battista) verso
il Signore, e verso la scoperta della propria vocazione, è
velocizzato dalla guida dei loro maestri umani. Il brano che ritrae
la rivelazione notturna a Samuele – che è per lui al
tempo stesso il primo incontro con Dio e la scoperta della propria
vocazione profetica – è indicativo del valore determinante
rappresentato dall’accompagnamento di un maestro di spirito.
Di fatto, Samuele riesce a mettersi in relazione autentica con quella
“voce” che risuona nella sua coscienza, solo dopo i
consigli del suo maestro. A quel punto giunge rapidamente alla conoscenza
di Dio e alla scoperta della propria vocazione. La vocazione profetica
di Samuele, poi, è di fondamentale importanza per la storia
di Israele e il suo passaggio dalla confederazione delle tribù
alla monarchia. Insomma, il ritardo della risposta di Samuele a
Dio, avrebbe comportato gravi conseguenze per l’intero popolo
eletto. Lo stesso si può dire per la vocazione di ciascun
cristiano: il non aver capito la missione a cui Dio ci destina nella
Chiesa, ha grosse conseguenze non solo per il singolo battezzato
ma, senza esagerazione, per tutta la Chiesa. Non dissimile è
il rapporto tra il Battista e i suoi discepoli, descritto dal brano
evangelico di Giovanni. Due di essi diventano discepoli di Cristo,
dopo che il Battista lo ha indicato come “l’Agnello
di Dio”. Da soli non sarebbero arrivati così presto
alla conoscenza di Cristo e alla scoperta della loro personale vocazione:
uno di loro due era infatti Andrea, fratello di Pietro (entrambi
faranno parte dei Dodici). A partire dal gesto indicatore del Battista,
insomma, si innesca una reazione a catena che porterà alla
formazione del gruppo apostolico. E’ significativo anche il
fatto che i due discepoli del Battista, dopo la sua indicazione,
acquistano essi stessi una conoscenza diretta del Cristo. Una conoscenza
esperienziale su cui si fonderà interamente il loro futuro
discepolato. La seconda lettura slitta verso una tematica più
generale che presenta la vita cristiana come il prolungamento della
eucarestia che si celebra in chiesa. La nostra vita offerta quotidianamente
è l’eucarestia che Dio s’attende da noi.Il testo
della prima lettura odierna è denso di insegnamenti sulla
teologia del venire alla fede ai vv. 4-10, teologia, che poi verrà
ulteriormente sviluppata e confermata ampiamente nel NT. Il processo
del “venire alla fede” si configura come la convergenza
di una chiamata e di una risposta. Il primo significato di questa
“chiamata e risposta” fa leva sul primato di Dio: c’è
un momento in cui Dio agisce, prende l’iniziativa per scuotere
la persona e aprire i suoi occhi sul mistero dell’Alleanza,
in modo che non avvenga come ad Eli, di vivere cioè in intimità
con le cose di Dio, ma non con Dio. Samuele, nel momento stesso
in cui si sente chiamare, giunge a quel bivio che gli permette di
passare dalla familiarità con le cose di Dio, alla familiarità
con Dio. La prima spinta verso questo salto qualitativo deriva infatti
dall’iniziativa di Dio, che nel momento stabilito da Lui,
pronuncia una parola che raggiunge Samuele, anche se egli non la
capisce immediatamente, perché ancora non conosce il linguaggio
di Dio, né il suo modo di esprimersi. Dall’altro lato,
non bisogna pensare che l’iniziativa di Dio possa essere sufficiente
da sola, senza una qualche mediazione umana. Beninteso, non perché
Dio non possa fare tutto da solo, ma perché Egli non vuole
fare tutto da solo. Ne consegue che, ordinariamente, nessuno può
venire alla fede solo con l’iniziativa della grazia, in quanto
la mediazione della Chiesa è assolutamente necessaria nel
nostro cammino verso la luce della fede. Infatti: chi di noi può
ascoltare l’annuncio del vangelo senza la Chiesa? E chi può
ricevere il battesimo senza la Chiesa? Dio ha stabilito che la fede
deriva dalla predicazione, ma non può esserci predicazione
se qualcuno non ne riceve il mandato (cfr. Rm 10,14-15).Nell’economia
generale del racconto, Eli può ben rappresentare la comunità
cristiana, e non è un caso che sia proprio la figura di Eli,
in fondo negativa, ad essere assunta come il simbolo della mediazione
umana, necessaria per accompagnare il processo del venire alla fede:
Samuele può dare la sua risposta al Signore che lo chiama,
grazie al consiglio di quell’Eli che, pur vivendo nel Tempio,
non conosce veramente Dio; eppure, senza di lui, il piccolo Samuele
non avrebbe potuto riconoscere la voce di Dio. La comunità
cristiana assolve sempre e comunque a questo compito, anche quando
non vive bene la sua fede, almeno relativamente al primo annuncio
ed ai fondamenti del nostro essere cristiani. Intendiamo dire con
questo che dalla comunità cristiana - la quale è sempre
al tempo stesso santa e peccatrice - chi è alla ricerca sincera
di Dio riceve tutti i presupposti e tutto l’equipaggiamento
necessario per incamminarsi verso Cristo sotto la guida dello Spirito
di Dio. Infatti, Samuele si metterà in cammino verso Dio,
crescerà nello Spirito e il suo itinerario procederà
sulla base della Parola che il Signore gli rivolgerà: una
Parola che egli non lascerà andare mai andare a vuoto. Samuele,
da questo punto di vista, è certamente una delle personificazioni
più complete del discepolato.L’incontro con Dio e la
comunione che si stabilisce con Lui nell’ascolto della sua
Parola, è una realtà che l’Antico Testamento
già prefigura in alcuni punti: “Venne il Signore, stette
accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: ‘Samuele,
Samuele!’. Samuele rispose subito: ‘Parla, perché
il tuo servo ti ascolta’” (vv. 10.19). Samuele si pone
dinanzi a Dio in un atteggiamento di ascolto, con un orecchio da
iniziati. Il testo, in maniera significativa, pone l’atteggiamento
di Samuele in una linea evolutiva, dalla incapacità di ascolto
indicato dal fraintendimento, fino alla capacità di ascoltare
una Parola non umana e coglierne l’autentico significato.
Nel primo incontro con la parola di Dio, Samuele fraintende la chiamata
del Signore, non pensa che la risposta sia quella dell’ascolto,
ma sia quella di un’opera: “Samuele dormiva nel tempio
del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore
chiamò: ‘Samuele!’ ed egli rispose: ‘Eccomi’,
poi corse da Eli e gli disse: ‘Mi hai chiamato, eccomi!’”
(vv. 3-5). La prima disposizione di Samuele nei confronti della
Parola non è l’ascolto, ma è l’azione,
la prontezza operativa. Questo dimostra che egli non ha ancora l’orecchio
da iniziati. Il vangelo di Luca, attraverso il quadro delle due
sorelle Marta e Maria, descrive quale discepolato Cristo si attende
(cfr. 10,38-42). Marta non è entrata pienamente nel discepolato,
è ancora condizionata da una risposta che ritiene di dover
dare a Dio facendo qualcosa. Avviene per Samuele la stessa cosa.
Il profeta transita da una disposizione di attività e di
servizio pratico, alla scoperta dell’orecchio da iniziati,
unica cosa che Dio gli chiede. Nella seconda chiamata: “il
Signore chiamò di nuovo: ‘Samuele!’; Samuele
si alzò e corse da Eli dicendo: ‘Mi hai chiamato, eccomi!’”
(v. 6), e nella terza chiamata (cfr. v. 8), Samuele risponde nella
stessa maniera sbagliata, non solo fraintendendo la persona che
lo sta chiamando ma soprattutto ponendosi dinanzi alla persona che
lo chiama in un atteggiamento attivo e non in un atteggiamento di
ascolto. Soltanto la quarta volta il testo descrive l’esatto
atteggiamento dell’orecchio da iniziati. Questo è molto
significativo. Il discepolato non nasce così facilmente,
occorre un itinerario che da una disposizione di ascolto puramente
umano, come quello di Marta, giunge a scoprire che la massima attività,
la più feconda, che si estende in un raggio incomprensibile
e ha ripercussioni enormi su tutta la vita della Chiesa è
la contemplazione che si realizza con l’orecchio da iniziati.
Infatti, da questo momento in poi si dice che “Samuele crebbe
e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto
una sola delle sue parole” (v. 19). Samuele, giunto all’orecchio
da iniziati, percepisce la Parola che Dio gli rivolge come la forza
direttiva della sua vita, la comprende negli autentici significati
e nello stesso tempo la vive, senza sciupare la grazia che quella
Parola rappresenta. Questo ascolto conferisce a Samuele una maestà,
una autorità che è tipica dei principi del secolo
futuro “né lasciò andare a vuoto una sola delle
sue parole”: ogni parola ha trovato riscontro nella carne
umana di Samuele. In questo senso Cristo dice che al discepolo basta
essere come il suo Maestro. E’ un traguardo altissimo quello
che Cristo offre ai suoi discepoli: essere come Lui, ossia incarnare
Lui nella propria vita. Il discepolo, che si pone nell’atteggiamento
di pronta traduzione della Parola, entra nella logica mariana dell’incarnazione
del Verbo. Così come Cristo prende carne nella carne umana
di Maria, la Parola che risuona nella predicazione apostolica prende
carne nella carne del discepolo. Il discepolo in sostanza si cala
dentro il ruolo di Maria e offre al Verbo la propria carne facendolo
rivivere in se stesso. La seconda lettura odierna è costituita
da una breve sezione paolina dedicata al tema squisitamente cristiano
della castità, trattato dall’Apostolo in risposta alla
mentalità pagana dei Corinzi, che sconosceva la castità
come virtù. L’Apostolo descrive un rapporto con il
proprio corpo, e con il corpo altrui, diverso rispetto alle consuetudini
pagane. Questa visuale, nuova per i Corinzi, prevede la castità
del corpo intesa come la rinuncia all’uso strumentale della
sessualità. La castità suggerita da Paolo non ha l’aspetto
di una rinuncia di carattere ascetico o moralistico, come la soggezione
ad un certo codice di comportamento. Le motivazioni della castità
si basano piuttosto sulla nuova dignità del corpo, acquisita
in seguito al battesimo. Questo evento sacramentale ha trasformato
il corpo umano in un luogo sacro, un tempio dove dimora lo Spirito
Santo: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello
Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e che
non appartenete a voi stessi” (v. 19). Il corpo, dunque, non
è più semplicemente la dimora della personalità
umana, ma la dimora del mistero trinitario. Inoltre il tempio del
nostro corpo, in quanto tale, è una proprietà di Dio.
Da questo presupposto derivano due conseguenze: la prima è
che non può essere adibito ad un uso profano, ciò
che è sacro; la seconda è che una proprietà
di Dio non può essere gestita indipendentemente dalle intenzioni
del suo proprietario. Tale nuova e stupenda visione del corpo getta
le basi di un’etica sessuale, non determinata dai precetti,
ma da una teologia del corpo. L’Apostolo approda successivamente
alla giustificazione teologica della castità cristiana. Il
suo punto di partenza è un’affermazione riguardante
lo stile della vita cristiana in riferimento alla corporeità:
“il corpo non è per l’impurità, ma per
il Signore, e il Signore è per il corpo” (v. 13). L’affermazione
“il corpo è per il Signore” vale per tutti i
cristiani e non soltanto per i battezzati chiamati alla vita consacrata,
dove il corpo è riservato a Dio anche nella sua sessualità.
Di conseguenza, anche la vita matrimoniale deve essere impostata
sullo stesso criterio: il corpo è per il Signore. Infatti,
qui l’Apostolo non sta parlando della verginità, ma
offre un criterio ai pagani divenuti cristiani per comprendere la
ragione profonda del nuovo rapporto da instaurare con la corporeità.La
motivazione è la seguente: la non appartenenza a noi stessi
ingloba non soltanto la volontà e le facoltà interiori
con cui compiamo gli atti di fede o di ubbidienza, ma anche la dimensione
corporea: “il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo”
(v. 19), quindi “non appartenete a voi stessi”. Al v.
20 l’Apostolo allude al prezzo del riscatto: “siete
stati comprati a caro prezzo”. In seguito al peccato originale,
le forze del male esercitano sull’umanità un diritto
di dominio e di possesso. Tale diritto viene frantumato nella consegna
di Cristo sulla croce: attraverso la sua morte fisica, Egli distrugge
l’umanità soggetta al demonio, facendola risorgere
nel proprio corpo ad una vita di libertà. Di conseguenza,
la nostra persona nel corpo e nello spirito è ormai possesso
di Colui che ci ha comprati con il suo Sangue. Nessuno può
pertanto esercitare sul proprio corpo e, in generale sul corpo umano,
un qualunque arbitrio, una qualche autorità discrezionale,
perché esso è essenzialmente riferito a Dio. Da questa
teologia del corpo ne deriva un atteggiamento nei confronti della
sessualità sostanzialmente diverso rispetto all’etica
pagana, dove il corpo umano è considerato proprietà
del soggetto e quindi utilizzato anche per scopi edonistici. È
indicativo da questo punto di vista il v. 18 dove l’Apostolo
dice: “State lontani dall’impurità!”. Il
termine greco utilizzato dall’Apostolo, che noi traduciamo
“impurità”, è porneia che non allude semplicemente
alla sessualità disordinata in senso generale. Il termine
deriva dal verbo porneuo che ha la medesima radice di pernemi. Entrambi
questi verbi esprimono l’idea di un atto di vendita sul mercato
che, in riferimento al corpo, equivarrebbe al vendere se stessi,
equiparando il valore del proprio corpo a quello di una merce. In
questo modo il corpo verrebbe separato dalla persona e suscettibile
di un uso strumentale, con la conseguenza che l’esercizio
della sessualità cesserebbe di essere una comunione d’amore
tra due persone. Separando la persona dal suo corpo, si potrebbe
infatti incontrare il corpo senza incontrare la persona. Questo
è ciò che i cristiani, secondo l’invito di Paolo,
non dovrebbero fare. La strumentalizzazione del corpo è un
peccato contro la propria stessa dignità: “chi si dà
all’impurità, pecca contro il proprio corpo”
(v. 18). Ma c’è di più. Il peccato di porneia
è anche un intervento indebito su una proprietà altrui:
“non appartenete a voi stessi” (v. 19). Dio ne è
dunque proprietario e Cristo vi partecipa col medesimo diritto di
possesso avendo già versato il prezzo del riscatto: “Infatti
siete stati comprati a caro prezzo” (v. 20). Il brano evangelico
descrive la nascita del primo nucleo della comunità di Cristo.
La figura del Battista si presenta al v. 35 piuttosto statica. Egli
non è mai descritto nell’atto di muoversi, ma è
piuttosto la folla che si muove, andando verso di lui. Ciò
ha un grande significato teologico in riferimento alla natura della
testimonianza cristiana: non si diventa testimoni di Cristo perché
“si fa” qualcosa, ma perché “si è”;
si diventa testimoni di Cristo in forza di quei valori che incarniamo
giorno dopo giorno. Il Battista non va a Gerusalemme ad agitarsi,
perché i cittadini si accorgano di lui e accettino il suo
invito alla conversione. Avviene invece il contrario: sono i cittadini
di Gerusalemme che escono dalla città per andare da lui.
Ogni autentica testimonianza cristiana possiede questo marchio:
non ci si agita, non si fa nulla per essere notati, non ci si scervella
per trovare il modo (o i modi) di rendere testimonianza a Cristo,
eppure un forte messaggio parte ugualmente da noi, dalla nostra
vita e mette gli altri in movimento. La testimonianza cristiana
non è finalizzata a mettere in movimento il testimone, ma
i destinatari della testimonianza. La testimonianza non va intesa
come la produzione di qualcosa (parole, atteggiamenti, gesti…),
ma come una forza misteriosa che parte da una vota autentica e tocca
le coscienze aprendole alla conversione. E questa forza è
tanto più attiva quanto meno ci si agita. La staticità
di Giovanni ha anche un altro risvolto: il Battista rimane lì
finché dura la sua missione; la sua staticità è
il simbolo della fedeltà alla propria chiamata fino al suo
termine. Egli infatti resterà lì, e porterà
avanti la sua missione di precursore fino a quando il Messia inizierà
il proprio ministero. Egli conosce già il Messia, ma i suoi
discepoli non lo hanno ancora scoperto. Quando lo conosceranno,
passeranno dal discepolato veterotestamentario al discepolato cristiano.
Il passaggio dall’uno all’altro discepolato avviene
nel momento in cui il Battista, in presenza dei suoi discepoli,
indica Gesù come l’Agnello di Dio (cfr. v. 36). In
questa definizione si percepisce l’imminenza di una nuova
Pasqua e con essa una nuova esperienza di liberazione. Le parole
del Battista però hanno bisogno di trovare cuori e coscienze
alla ricerca della Verità. Infatti, la passività e
l’indifferenza neutralizzano qualunque opera della Chiesa
a beneficio della comunità dei battezzati. A partire dal
v. 37 l’evangelista descrive i primi incontri di Gesù
con i suoi discepoli. I discepoli del Battista sembrano cogliere
all’istante l’identità di Gesù, che si
cela nelle parole di Giovanni, e subito lo lasciano per “seguire
Gesù”. Questa espressione figura qui per la prima volta
con un significato pregnante di discepolato. “Seguire Gesù”
significa camminare con Lui sullo stesso sentiero, ma dietro di
Lui, in certo senso mettendo i propri piedi sulle sue orme; “seguire
Gesù” significa vivere come Lui, assimilarsi alla sua
vita. Il successivo dialogo tra Gesù e i due discepoli chiarisce
molto bene questi concetti. I discepoli si mettono in cammino verso
Cristo ed Egli si volta verso di loro, interrogandoli: “Che
cosa cercate?” (v. 38). Il senso di questa immagine è
che non c’è atto d’amore che non venga corrisposto
da Dio. Nel momento in cui i due discepoli si volgono verso Cristo
e gli offrono il loro amore, Egli si volge verso di loro. Il movimento
del discepolo verso il Maestro, però, non raggiunge alcun
obiettivo senza l’iniziativa di Gesù: è Lui
che pone la domanda cruciale “che cercate?”, intendendo
dire che il discepolato prende vita sulla base delle sue motivazioni
interiori e orientando così il pensiero dei discepoli fin
dall’inizio verso ciò che veramente conta. La domanda
di Gesù allude anche al fatto che è sempre possibile
seguirlo per una motivazione erronea. L’unica motivazione
ritenuta valida dal Maestro è l’incontro con il Padre
e l’assimilazione della nostra vita alla sua. Cristo infatti
non dà per scontato che i due discepoli lo stiano seguendo
con le motivazioni giuste. Andargli dietro, fino a questo punto,
è stato solo un movimento fisico che ha avuto il fiume Giordano
come tappa iniziale. Per questo Gesù adesso si ferma, si
volge verso di loro e chiede “che cercate?”; in questo
modo il movimento fisico si muta in un movimento di ricerca interiore.
In risposta, i discepoli gli pongono una domanda: “dove dimori?”
(v. 38). In questa domanda, posta usando l’appellativo di
Rabbì, essi già riconoscono Cristo come Maestro, ossia:
intuiscono che Egli ha da insegnare loro qualcosa che ancora non
sanno. Il discepolato del Battista era infatti una fase provvisoria,
che doveva necessariamente evolversi e sfociare in qualcosa di nuovo
e di diverso. Cristo appare loro come il definitivo compimento del
loro discepolato, ossia il punto di arrivo del loro pellegrinaggio
interiore verso la Verità. La domanda dei discepoli ha una
valenza particolare in questo senso: chiedere a Gesù “dove
dimori?” è lo stesso che chiedergli su quali valori
e quali mete si regga la sua vita di uomo. Alla domanda dei discepoli
Cristo non dà una risposta né teorica né descrittiva;
l’espressione “Venite e vedrete” (v. 39) suona
più come un invito che come una delucidazione. Al tempo stesso,
ciò svela la vera natura di quel che essi hanno chiesto:
alla loro domanda non si potrà rispondere se non mediante
la vita comune col Maestro. Non è un caso che il primo verbo
sia al presente e il secondo al futuro: la chiamata a seguirlo vivendo
come Lui si verifica adesso, ma la conoscenza effettiva di Lui non
si potrà ottenere nello stesso momento in cui avviene la
chiamata. La conoscenza di Cristo andrà crescendo man mano
che il discepolo accetta di diventare come il Maestro. In questo
modo il discepolo conoscerà il Maestro come in una immagine
rispecchiata dentro la propria stessa vita. La vita del Maestro
si replicherà infatti in quella del suo discepolo, che ne
sarà specchio fedele e darà, non solo a se stesso,
ma anche al mondo esterno, un vivo e credibile segno del Risorto.
Ma per prima cosa il discepolo deve entrare nell’orbita di
Gesù, e ciò non può mai corrispondere ad una
semplice informazione, quanto piuttosto ad una esperienza personale.
Uno dei risultati dell’esperienza diretta dell’ingresso
nell’orbita di Gesù è la possibilità
di compiere un’opzione per Lui. Infatti, l’evangelista
precisa che i due discepoli “Andarono dunque e videro dove
egli dimorava e quel giorno rimasero con lui” (v. 39). La
decisione di rimanere con Lui, nasce dall’avere visto, per
esperienza diretta, la dimora di Cristo. Cioè, dal fatto
di avere preso coscienza cosa comporti il vivere come Lui. Allora
si decide. In questo momento si forma il primo nucleo della comunità
di Cristo, con due discepoli che accettano di fermarsi a vivere
con Lui. L’evangelista annota perfino l’orario: erano
circa le quattro del pomeriggio. Così si intende in termini
moderni la menzione originale dell’ora decima. Questa determinazione
cronologica lascia intravedere la mano del testimone oculare. Non
si spiegherebbe altrimenti: chi scrive era uno dei due discepoli
che quel giorno incontrarono il Signore. La menzione dell’ora
ha però un altro risvolto: per gli ebrei l’inizio del
nuovo giorno coincide col tramonto del giorno precedente. Le quattro
del pomeriggio è un orario non lontano dal tramonto; dunque
l’incontro col Maestro si verifica al confine tra due giorni,
e precisamente in prossimità della fine del giorno. Il distacco
dal discepolato dell’AT e l’ingresso nel discepolato
cristiano ha luogo mentre tramonta un giorno e ne nasce un altro.
Il nuovo giorno li troverà già divenuti discepoli
di Cristo e in essi è rappresentata in nuce la nuova umanità.
E’ questo il preludio di un altro evento che segnerà
in modo irreversibile due fasi storiche: la Risurrezione che apre
il primo giorno della settimana, cioè la settimana della
nuova creazione. Il Sabato ebraico è passato ed è
stato sostituito da un nuovo tempo sacro, memoriale della definitiva
liberazione: la Pasqua di Gesù.Notiamo ancora che i primi
discepoli di Gesù sono due; e sono di nuovo due + due (Simone
e Andrea, Giacomo e Giovanni), sebbene in un contesto diverso, anche
nella prima chiamata secondo i Sinottici. E quando poi li manderà
in missione, li manderà a due a due. Il numero due è,
in sostanza, il simbolo del “noi” della comunità
cristiana. Cristo non si presenta mai come un Maestro isolato di
individui isolati. Al contrario, intorno a Lui si sviluppa un’esperienza
comunitaria, una nuova famiglia, un nuovo popolo. Fin dal primo
incontro coi discepoli è esplicita la sua volontà
di rivolgersi al “noi” dell’umanità radunata
come nuovo popolo di Dio. Dopo avere personalmente incontrato Cristo
si diventa strumenti della sua rivelazione. Di questi due discepoli
che incontrano Gesù in quel tardo pomeriggio solo uno dei
due sono due viene chiamato per nome: “era Andrea, fratello
di Simon Pietro” (v. 40). L’altro rimane anonimo, per
il momento; successivamente sarà conosciuto come “il
discepolo che Gesù amava”. E’ un altro segnale
del testimone oculare e scrittore del IV vangelo, che resta nascosto,
senza mai chiamarsi per nome nelle scene in cui è protagonista.
Egli è anche la personificazione dell’autentico discepolato,
insieme a Maria Maddalena e alla Madre di Gesù. Queste tre
figure rappresentano infatti il cammino completo di un discepolato
che prosegue con Cristo fino alla vetta del monte calvario, dove
giungono al cuore del mistero della croce, dopo che tutti gli altri
sono fuggiti. Egli è il discepolo che si lascia amare, senza
porre a Cristo alcun limite di azione nella propria vita.Il discepolo
chiamato per nome è Andrea, fratello di Simon Pietro. L’incontro
con Gesù provoca in Andrea una singolare reazione: nasce
in lui il bisogno di farlo conoscere agli altri. Il testo dice “incontrò
per primo suo fratello” (v. 41), intendendo dire che Simon
Pietro non è l’unico destinatario della notizia dell’incontro
col Messia. L’espressione utilizzata da Andrea è costruita
significativamente al plurale: “abbiamo trovato il Messia”.
L’esperienza più piena dell’incontro con Cristo
è possibile solo in termini comunitari. Per questo, il primo
incontro con Gesù non è tanto il risultato di una
ricerca isolata, quanto piuttosto di un incontro dalla dimensione
comunitaria. La testimonianza che ne scaturisce non è formulata
al singolare (“ho trovato il Messia”), bensì
al plurale (“abbiamo trovato il Messia”). Simon Pietro
non giunge a Cristo per iniziativa personale, ma lo incontra di
riflesso, dopo che lo ha incontrato suo fratello. Alla notizia di
questo primo incontro col Messia non reagisce positivamente, non
esprime nessun entusiasmo. Gesù però fissa il suo
sguardo su di lui. Qualunque sia il modo o la via per la quale si
è giunti alla conoscenza di Cristo, l’origine vera
di questa attrazione è sempre una chiamata di Lui. Lo sguardo
di Gesù fisso su Pietro dice che quell’incontro non
è casuale, anche se apparentemente avviene mediante Andrea.
Può avvenire infatti mediante chiunque, ma è sempre
Cristo che chiama. Cristo pronuncia innanzitutto il suo nome: “Tu
sei Simone, il figlio di Giovanni” (v. 42). Con questo atteggiamento
Cristo esprime la sua profonda conoscenza di quell’uomo che,
umanamente, lo incontra per la prima volta. Cristo conosce esattamente
il passato di Pietro e la sua storia familiare, rappresentati dal
patronimico “figlio di Giovanni”; ma conosce altrettanto
esattamente il suo futuro e la storia che Dio vuole fare con lui:
“sarai chiamato Cefa, che significa Pietro” (v. 42).
Il suo nome anagrafico terrestre viene sostituito dal nome nuovo
della Gerusalemme celeste che si porta dentro la novità del
futuro e l’affrancamento dal passato. Ormai dinanzi a Pietro,
così come dinanzi ad ogni autentico discepolo, c’è
solo il futuro.
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