"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Gio 3,1-5.10 “I niniviti si convertirono dalla loro condotta malvagia”
Sal 24/25 “Fammi conoscere, Signore, le tue vie”
1 Cor 7,29-31 “Passa la scena di questo mondo”
Mc 1,14-20 “Convertitevi e credete al vangelo”
La tematica centrale dell’insegnamento odierno è la pietà di Dio, suscitata dal pentimento dell’uomo. La prima lettura descrive l’esperienza vocazionale, carica di significati, del profeta Giona; viene mandato a Ninive, città corrotta, per annunciare un castigo che poi non si verifica, perché i niniviti hanno creduto alla predicazione di Giona e si sono convertiti. Dio si lascia commuovere dunque dal loro pentimento. La medesima idea giace implicitamente sotto il brano evangelico. Infatti, il testo di Marco ritrae il momento culminante della commozione di Dio sulle sventure dell’umanità, ossia l’inizio del ministero pubblico di Gesù: l’annuncio della vicinanza del Regno e la chiamata dei discepoli. La seconda lettura è un commento all’atteggiamento cristiano dell’attesa della fine: ciascuno viva come se non fosse più su questa terra, con libertà interiore e distacco. Il regno di Dio infatti è vicino. La prima lettura e il vangelo mettono sulla scena i canali attraverso cui Dio fa appello alle coscienze degli uomini. Questi canali non sono costituiti né da prodigi particolari né da fulmini o tuoni, o chissà che cosa. Le vie della comunicazione della Verità di Dio sono umili e dimesse. Dio parla agli uomini, innanzitutto attraverso altri uomini. Per richiamare la grande città di Ninive alla giustizia sociale (ricordiamo, per inciso, che Ninive era una città assira e che non sapeva niente della legge mosaica; la condanna doveva essere perciò legata non a una trasgressione religiosa, ma alla mancanza di giustizia sociale), Dio si serve di un uomo qualunque, a cui si poteva prestare fede come pure rifiutargliela. Nell’atto di rivelarsi e di far conoscere la propria volontà, il Signore usa sempre canali che non hanno una forza persuasiva assoluta, in modo che l’obbedienza della fede sia veramente libera, e non costretta da una qualche evidenza. In sostanza: la rivelazione di Dio e il suo appello alle nostre coscienze, lascia sempre un margine di penombra, in cui possiamo esercitare tutta la nostra libertà. Solo dopo aver creduto, il Signore ci concede le prove della sua Paternità. Ai niniviti succede proprio così: avendo creduto alla parola di un pover’uomo, che diceva di parlare nel nome di Dio, ottengono misericordia dal Signore che l’aveva inviato. Per questa ragione, Dio usa sempre dei “segni” umili per rendersi visibile, lasciando intatto il valore della nostra libera adesione. Il tema degli umili messaggeri del Regno ritorna con insistenza nel vangelo odierno: Gesù non va al Tempio a chiamare i sacerdoti, che per la loro stessa posizione sarebbero stati creduti dal popolo sulla parola, ma si reca in riva al lago, dove si svolge la fatica quotidiana di chi non ha nel mondo ruoli di autorità. Proprio alcuni pescatori vengono eletti da Cristo a essere suoi testimoni, dopo una istruzione di circa tre anni e la vita comune col Maestro. Il dono dello Spirito avrebbe fatto il resto. L’annuncio della vicinanza del Regno implica che il tempo umano ormai volge al termine. Di fatto, con la nascita di Cristo siamo entrati negli ultimi tempi: non aspettiamo cioè alcuna altra rivelazione pubblica, ma solo il ritorno di Cristo, che farà nuove tutte le cose. Allora, l’Apostolo Paolo indica ai cristiani di Corinto che l’atteggiamento più saggio, stando così le cose, consiste in uno stile di vita capace di usare ogni cosa senza appropriarsi di nulla; vale a dire: vivere la vita quotidiana nella fedeltà ai propri doveri, ma liberi e distaccati da tutto.Il testo di Giona descrive la conversione di un’intera città dopo l’annuncio che il profeta ha compiuto, percorrendo le strade della città di Ninive. Il versetto di apertura è già portatore di un messaggio su cui vorremmo soffermarci: “Fu rivolta a Giona questa parola del Signore” (v. 1). Ricordiamo che Giona aveva ricevuto una prima chiamata e l’aveva soffocata, anziché divenirne strumento docile e messaggero, era fuggito nella direzione opposta. Ma Dio, che gli aveva rivolto la sua parola una prima volta, lo fa di nuovo una seconda volta, con il medesimo contenuto. Infatti, il Signore non si lascia mai scoraggiare dalla nostra durezza, dalla nostra indifferenza o dalla nostra indisponibilità ad accogliere le sue proposte. Dinanzi al nostro rifiuto, Dio torna a parlare una seconda volta, e non si chiude nel silenzio per il semplice fatto che in noi ha trovato un orecchio disattento. Qui c’è la chiave di comprensione della mancanza di crescita, o della lentezza, che talvolta appesantisce i nostri cammini. Dobbiamo riconoscere che è proprio la nostra indisponibilità all’ascolto ciò che impedisce a Dio di comunicarci una sapienza maggiore, una luce maggiore, un insegnamento più completo. Può succedere, anche per molti anni, che Dio sia costretto a ripetere la stessa lezione, senza poterci condurre a maggiori profondità nel mistero cristiano, perché non è solito farci la seconda lezione, se non abbiamo assimilato la prima. A Giona succede appunto così: Dio gli parla una seconda volta, ma l’insegnamento è lo stesso della prima.Il secondo versetto chiave è il contenuto stesso della parola di Dio che gli viene rivolta, una parola che offre delle coordinate per una teologia della evangelizzazione. Il Signore gli dice dunque così: “Alzati, va’ a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico” (v. 2). Questa frase che il Signore pronunzia, rivolgendosi a Giona, contiene due elementi che stanno alla base di ogni autentica evangelizzazione: c’è un luogo preciso con dei destinatari precisi, rappresentato da Ninive, e c’è un contenuto che deve essere annunciato. C’è anche un predicatore: Giona. Nondimeno, non è lui che sceglie la città nella quale annunciare la parola di Dio, né è in suo potere la scelta del messaggio da comunicare: è il Signore che stabilisce l’una e l’altra cosa. Così, anche nel libro degli Atti degli Apostoli, dove si narra la corsa della Parola nel mondo, si può sistematicamente osservare come gli Apostoli non decidano da se stessi dove andare ad annunciare il vangelo, ma è l’interiore direzione dello Spirito Santo che li guida, e certe volte perfino impedisce loro di andare dove vorrebbero (cfr. 16,7). Insomma, l’evangelizzazione non è un’opera umana, anche se è affidata materialmente all’uomo. Dio, con un solo atto, compie due elezioni simultanee: l’elezione di chi annuncia e l’elezione di chi ascolta. Cosicché non è un dono di grazia solo la possibilità di annunciare il vangelo, ma è un dono altrettanto grande essere scelti da Dio come destinatari e ascoltatori della sua Parola. Il v. 3 entra in merito alla questione dei tempi di grazia, che Dio stabilisce per noi. Il tempo di grazia non è mai di una durata indefinita: ha un inizio e un termine. Gesù, infatti, viene descritto dal vangelo di Luca nell’atto di piangere su Gerusalemme, quando, scaduto il tempo di grazia che le era stato offerto per convertirsi, rimane chiusa nel suo rifiuto della parola di Dio venuta tra le sue mura per visitarla (cfr. 19,41-44). Il versetto chiave è il seguente: “Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: ‘Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta’” (v. 3). Il tempo di grazia, che è il tempo favorevole alla conversione, viene indicato dalla misura del numero quaranta. L’indicazione di quaranta giorni, che nella Bibbia ricorre numerose volte, è in riferimento all’occasione che Dio ci dà di convertirci e di ritornare a Lui, purificandoci dalle nostre iniquità. La conversione non è un favore che noi facciamo a Dio, riconoscendolo come nostro Signore. Contrariamente a quanto si può credere, la conversione non è una decisione dettata in primo luogo dalla nostra buona volontà, ma è il risultato di una risposta docile e ubbidiente al Signore, nei tempi particolari in cui, per sua iniziativa, ci dà l’occasione di conoscerlo e di aderire a Lui; e solo dentro questo tempo favorevole ci è dato di esercitare la nostra libertà. Ma quando questo tempo scade si chiude ogni altra possibilità di salvezza. I tempi di grazia iniziano e finiscono, non durano mai indefinitamente. Infatti, alla città di Ninive è dato questo tempo di grazia, ma con una scadenza: quaranta giorni. Naturalmente, al sopraggiungere della morte, concluso il tempo del pellegrinaggio terreno, scade per sempre ogni tempo di misericordia e subentra quello della retribuzione.Proseguendo nella lettura del testo, fa impressione la risposta pronta che i Niniviti danno all’annuncio di Giona. La città di Ninive non aspetta che il tempo indicato dal profeta trascorra interamente. I cittadini di Ninive non si comportano come coloro i quali rimandano finché possono il tempo della loro conversione, pensando erroneamente che a loro giovi. Alla predicazione di Giona essi si convertono al primo giorno: su un tempo complessivo di quaranta giorni, cioè dal momento in cui inizia il tempo di grazia, i Niniviti immediatamente afferrano tale dono e lo valorizzano per la loro salvezza. La loro risposta alla Parola che viene loro incontro è ancora più significativa ed eloquente, se si pensa che gli abitanti di Ninive sono dei pagani che non conoscono il Dio di Giona, che tuttavia si prende cura anche di loro; non conoscono le promesse dei patriarchi, non sanno dell’intercessione di Abramo e della salvezza possibile di Sodoma e Gomorra. Essi prendono sul serio gli avvertimenti di Giona, pur non conoscendo né lui né il suo Dio. La minaccia del castigo dà loro la percezione del male e della corruzione che albergano nella loro città. Inoltre, va notata un’espressione del narratore, che si mette dal punto di vista degli ascoltatori del profeta, quando dice: “I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno” (v. 5). I destinatari dell’annuncio hanno visto e sentito soltanto un uomo che li chiamava a conversione alzando la voce nelle loro contrade. Hanno visto e sentito soltanto un uomo, ma il narratore dice che “credettero a Dio”. Il senso di queste parole va ancora ricercato nella teologia della predicazione: nell’annuncio della Parola, è un uomo che parla, ma è Dio che va creduto. È umano il linguaggio, ma non è umana la Parola. Nel vangelo, Cristo esprimerà questo concetto con una frase lapidaria rivolta ai suoi discepoli: “Chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10,16). I Niniviti, insomma, hanno saputo guardare al di là delle apparenze, e sono riusciti ad ascoltare Dio attraverso il linguaggio umano del profeta. A maggior ragione nell’esperienza cristiana e nella vita della Chiesa, bisogna saper guardare oltre i segni sacramentali, per scorgere, al di là di essi, la presenza del Risorto. Invece, tutti coloro che accolgono la Parola della Chiesa come un discorso semplicemente utile o buono, su temi nobili e interessanti, ma senza giungere alla percezione della parola di Dio come divina, è difficile che siano toccati nell’intimo. In questi casi, il cristianesimo si risolve in un’esperienza filantropica o in un insieme di buone maniere e di buone azioni. Ma il cristianesimo non intende creare persone “buone” o bravi cittadini; il cristianesimo intende creare i cittadini della Gerusalemme celeste, i santi del secolo futuro, e a ciò non si arriva senza una profonda immersione nella Parola.La città di Ninive, dunque, si converte semplicemente venendo a sapere che il suo stile di vita è disapprovato da Dio. Questo è sufficiente perché tutta la città cambi rotta; a questo punto, nel momento in cui i cittadini retrocedono dai loro cattivi comportamenti, il perdono di Dio è immediato: “Dio vide le loro opere […] si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece” (v. 10). Così come i cittadini di Ninive immediatamente credono e aderiscono alle parole del profeta, anche Dio, non con minore rapidità, fa grazia a tutti, si impietosisce e perdona le loro colpe.
Il testo della seconda lettura tratta il tema della verginità, cosa di assoluta novità sia per l’ebraismo e le sue tradizioni, sia per il paganesimo – fatta eccezione per le vestali –, e si inquadra solo all’interno della prospettiva neotestamentaria, dove il cammino della santità cristiana imbocca due possibili strade: quella del matrimonio e quella della verginità per il Regno. Entrambi i temi sono presenti nel capitolo sette della prima lettera ai Corinzi, ma i vv. 25-31 si occupano specificamente della verginità cristiana.La frase chiave di riferimento è la seguente: “il tempo si è fatto breve” (v. 29), espressione che inquadra il tema della verginità nella sua prospettiva propria: la speranza escatologica. La vocazione verginale fa la sua comparsa nell’orizzonte dell’Alleanza, all’inizio degli ultimi tempi. Con la nascita di Cristo siamo infatti entrati negli ultimi tempi, e l’Apostolo Paolo, con tutta la sua generazione, attendeva il ritorno di Cristo nel giro di pochi anni, come traspare abbastanza chiaramente dal v. 29. Se le cose stanno così, l’unica scelta sensata sarebbe quella di annunciare il vangelo a tempo pieno nell’attesa del suo ritorno. Proprio questa è la convinzione e la scelta personale di Paolo, per il quale la verginità è sinonimo della libertà del missionario che, senza legami familiari, si muove facilmente ovunque e in ogni tempo, ubbidendo al soffio dello Spirito.Ai tempi finali l’Apostolo allude appunto con le parole: “il tempo si è fatto breve” (v. 29). La speranza escatologica è l’ambito in cui la scelta della verginità acquista il suo vero senso, divenendo, per la Chiesa, il segno di quella condizione finale in cui non prenderanno né moglie, né marito. Così Cristo afferma nel suo dialogo con i sadducei (cfr. Mt 22,30). Mentre il matrimonio come sacramento è il segno delle nozze di Cristo con la Chiesa, la verginità è invece segno del futuro ultimo e di ciò che l’umanità sarà dopo la risurrezione della carne. Quando la natura umana, ricomposta e rinnovata ad immagine del corpo glorioso di Cristo, risorgerà nell’ultimo giorno, essa sarà sempre un’umanità maschile e femminile nella sua nuova corporeità, ma non esisterà più per essa la vita di coppia, conosciuta nell’esperienza terrena. Per questo, il fatto di vivere la verginità nel tempo della Chiesa, acquista il valore di un segno profetico, che indica visibilmente a tutta la Chiesa lo stato finale di ogni essere umano.Il testo odierno, però, non è completo, e bisognerebbe leggere l’intero capitolo per capire meglio il pensiero dell’Apostolo, soprattutto nella parte in cui Paolo dice: “ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo chi in un altro” (v. 7). Questa duplice realizzazione del dono allude al fatto che alcuni sono chiamati da Dio al matrimonio e altri alla verginità. Così Paolo traccia due vie di santità nella Chiesa, perché tanto il matrimonio quanto la verginità attingono a un dono di grazia e perciò entrambi si presentano come una “divina vocazione”. Nelle espressioni finali del testo l’Apostolo passa, quasi impercettibilmente, dal tema della verginità a quello della povertà, in qualche modo congiunto alla verginità: “il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; […] quelli che comprano, come se non possedessero…” (vv. 29-30). Questa sezione finale indica il fatto che gli ultimi tempi impongono al credente un atteggiamento adeguato, in quanto l’umanità non vive più nella fase dell’attesa, ma in quella del compimento. Il cristiano aspetta soltanto che Cristo ritorni nella sua gloria per compiere il giudizio e ripristinare tutte le armonie del cosmo in cieli nuovi e terra nuova. Il continuo ripetersi come un ritornello della locuzione come se non, rappresenta il motivo dominante di quell’atteggiamento di distacco interiore che Paolo suggerisce a tutti i cristiani, e non soltanto a chi è chiamato allo stato di vita verginale. Anche per coloro che si sposano non è più il tempo di godere, possedere e piangere, ma è il tempo di vivere tutte le cose terrene come se non (cfr. vv. 29-31), ovvero con una libertà interiore che permetta di attraversare tutte queste esperienze, senza rimanerne vincolati ed essere pronti ad accogliere lo Sposo quando arriva e bussa. Occorre comprendere che l’insegnamento paolino sul matrimonio non intende stabilire una scala di valori, in cui il matrimonio debba essere giudicato a confronto con la vita consacrata, come se quest’ultima fosse migliore. Paolo è lontano dall’atteggiamento di coloro che dinanzi alle vocazioni cristiane si chiedono quale sia la migliore. Sarebbe indegno dei doni di Dio, ragionare così, e si replicherebbe l’episodio degli Apostoli che discutevano tra loro su chi fosse il più grande in seno al gruppo dei Dodici (cfr. Mc 9,33-37). Le parole dell’Apostolo Paolo vanno intese certamente in altro senso: se egli preferisce la condizione verginale, ciò è solo perché è convinto che “il tempo si è fatto breve” e Cristo tornerà tra pochi anni; non è il caso quindi di mettere su famiglia. Conviene piuttosto dedicarsi all’evangelizzazione a tempo pieno, per preparare le coscienze all’incontro col Cristo che torna nella gloria. La storia della Chiesa ha dimostrato che la prima generazione si era sbagliata su questo punto, e Paolo di Tarso con essa.Nel brano evangelico la missione di Giovanni battista appare strettamente congiunta a quella di Gesù, nei termini di un annuncio immediatamente preparatorio, formando così come un confine tra i due Testamenti. La liturgia della Chiesa proclama acutamente del Battista che “solo fra tutti i profeti, indicò al mondo l’Agnello del nostro riscatto” . Egli è dunque un profeta che chiude la serie di coloro che hanno annunciato la venuta del Messia, ovvero, l’ultimo profeta dell’AT; l’unica differenza consiste nel fatto che gli altri profeti, venuti prima di lui, hanno annunciato il Cristo da lontano. Il Battista, invece, lo annuncia al mondo mentre si trova già a pochi metri di distanza. Il primo annuncio di Gesù, coincide nella prima parte con quello del suo precursore: “convertitevi e credete nel Vangelo” (v. 15), quasi alludendo al fatto che la propria predicazione ha inizio in concomitanza con la fine di quella del Battista. All’appello della conversione, Gesù aggiunge un particolare che il Battista non poteva inserire: la conversione e la fede hanno un oggetto preciso: il vangelo. Solo Gesù poteva dire per primo queste parole, invitando a credere al vangelo, in quanto il contenuto del vangelo è Lui stesso, costituendo così il gioioso annuncio di liberazione. Questo è il vangelo di Gesù, a cui seguirà, dopo la Pentecoste, il vangelo su Gesù, ossia il vangelo predicato dalla Chiesa. La parola “conversione” va intesa come un riorientamento della propria vita, vale a dire: un cambiamento dell’agire determinato da un cambiamento di mentalità. La conversione richiesta dal vangelo, infatti, non consiste nel migliorare i propri comportamenti, ma nel pensare in un modo nuovo, ispirato dall’amore . Dalla novità del pensare nasce, a sua volta, il rinnovamento dei comportamenti e dell’approccio con la vita. L’altro aspetto dell’annuncio di Gesù, che il Battista non poteva proclamare, suona così: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (v. 15). Il compimento del tempo non è un semplice trascorrere di giorni, bensì è il compimento della volontà di Dio nel tempo. Il disegno di salvezza si evolve incessantemente e si sviluppa lungo il trascorrere del tempo umano, finché giunge alla sua piena realizzazione. Solo il Messia può annunciare l’avvicinarsi delle tappe della salvezza, perché esse si realizzano in Lui. In modo particolare, nel primo annuncio di Gesù, il compimento del tempo significa che l’Antica Alleanza ha completato il suo ruolo. L’aurora del Nuovo Testamento è contrassegnata dall’annuncio della vicinanza del Regno, che si può accogliere solo mediante la fede e la conversione: “convertitevi e credete nel Vangelo”. L’inizio del ministero pubblico di Gesù coincide con la nascita del discepolato, che sboccia sull’invito di Gesù ai pescatori di Galilea: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini” (v. 17). La Chiesa nascerà poggiando sul ministero apostolico e la sua indole sarà quella di una comunità radunata intorno alla Parola, appunto una comunità di discepoli. Gesù è descritto nell’atto di passare: “Passando lungo il mare […] Andando un poco oltre” (vv. 16.19). Il Cristo del vangelo non si ferma mai, se non quando ritorna al Padre. Il discepolo non può pretendere perciò di fermare il Cristo e di riposare in una sola fase del proprio cammino; come Cristo è sempre in movimento, così anche il discepolo è chiamato a progredire senza soste sulle vie del Regno. Il Cristo continuamente in movimento allude anche al fatto che la grazia va afferrata nell’attimo stesso del suo passaggio. La vigilanza e la prontezza di spirito appaiono perciò come le disposizioni più fondamentali del discepolato, che non può cedere alla superficialità né alle dissipazioni, col rischio di non cogliere, al suo passaggio, il momento favorevole della grazia. I primi discepoli sembrano caratterizzati da una acuta prontezza di spirito: “E subito lasciarono le reti e lo seguirono […] Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui” (vv. 18.20). Non avanzano dubbi o perplessità, né pongono condizioni alla loro risposta; si fidano del Maestro e non si lasciano afferrare dalle incertezze del domani.Significativamente l’annuncio della vicinanza del regno di Dio precede la vocazione degli Apostoli (cfr. vv. 15-17) in quanto essi non sono i portatori di un messaggio autonomo, ma gli strumenti eletti attraverso i quali si prolunga nella storia quello stesso annuncio personalmente compiuto da Cristo. Per questo motivo la profezia del NT differisce da quella dell’Antico. Infatti, mentre il profeta Giona, come ogni profeta dell’AT, reca il messaggio di Dio, ma non porta Dio con sé, l’apostolo invece non porta un messaggio di Dio, ma Dio stesso, che attraverso di lui parla e agisce. Nella Chiesa è Cristo stesso che, attraverso l’annunciatore del vangelo, parla al suo popolo. Del resto proprio questo Gesù intendeva dire ai suoi Apostoli con le parole: “Chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10,16).Il secondo aspetto del discepolato è la libertà dalle cose e dai vincoli degli affetti umani. Il testo non dice che essi lasciarono solo le reti e la barca, ma anche il loro padre, Zebedeo. Le reti e la barca rappresentano le sicurezze derivanti dalle risorse personali e familiari, il patrimonio e il lavoro quotidiano. Realtà che ci fanno sentire le spalle coperte dinanzi alle sorprese della vita. Il discepolo che vi si appoggia si indebolisce inesorabilmente nella sua risposta a Dio. Al contrario, affrancarsi da esse equivale a confermare se stessi nell’attesa dell’aiuto divino. Così anche la figura del padre Zebedeo allude alla necessità di un secondo tipo di libertà, quella degli affetti. Si tratta di un secondo ambito di sicurezze che ci fanno sentire le spalle coperte da ciò che non è Dio. I discepoli si svincolano da entrambe le cose, amando tutto e tutti con intensità, ma senza dipendere da nulla e senza ritenere alcunché necessario per se stessi, né cose né persone. Senza questa libertà, che nel discorso della montagna viene definita come “povertà di spirito”, si hanno troppi vincoli per poter servire Dio.Un altro aspetto fondamentale del discepolato è il suo carattere comunitario e il suo innesto nella vita fraterna. Fin dai primi atti del suo ministero pubblico, Gesù si mette in relazione con il “noi” della comunità cristiana, prima ancora che coi suoi singoli membri. Anche il vangelo di Giovanni, al pari dei sinottici, descrive il Cristo storico nel medesimo atteggiamento: i primi discepoli sono due, e gli altri vengono chiamati a catena a partire da essi. In tal modo si sottolinea un dato teologico duplice: il vangelo è credibile se annunciato da una comunità che vive l’amore; la fede della Chiesa precede la fede del singolo battezzato. Il fatto che Cristo chiami i suoi discepoli a due a due intende affermare l’esperienza comunitaria come sorgente dell’incontro personale col Risorto. Ciascuno di noi incontra Cristo grazie alla mediazione della Chiesa. Ciascuno di noi crede in Cristo sostenuto dalla fede della Chiesa. Inoltre, solo chi è capace di comunione e di vita fraterna può annunciare il vangelo ed essere creduto. Per questa ragione, nel momento in cui essi vengono mandati a preparare la venuta del Maestro, partono a due a due. Il numero due è insomma la cifra dell’esperienza d’amore e di comunione personale, senza cui il vangelo non può essere creduto.I primi discepoli vengono chiamati nel contesto del loro lavoro e della loro quotidianità. Cristo discende dunque nella nostra vita quotidiana, Lui stesso ci viene a cercare. Pensa a noi, quando ancora noi non pensiamo a Lui. Prepara per noi un dono di santità e lo propone, attendendo la nostra risposta libera. E’ comunque sempre Lui che si muove per primo verso di noi, come verso i primi discepoli. Il resto è una conseguenza. L’incontro con Lui si ha nelle circostanze della quotidianità, in tutti quegli eventi piccoli o grandi che rappresentano un appello a vivere una determinata virtù evangelica. Occasioni troppo spesso sciupate a causa della prevalenza della impulsività o del dominio delle passioni. Avviene così che diventa occasione di ira quella circostanza in cui potevo perdonare un nemico, oppure mi getta nella tristezza della delusione un fatto che poteva darmi l’occasione di ubbidire a Dio, sottomettendomi a una sua disposizione sgradevole alla mia natura o alle mie aspettative.All’attento discepolo non deve sfuggire la modalità della chiamata: “Passando lungo il mare di Galilea, vide […] Andando un poco oltre, vide” (vv. 16.19). E’ molto significativo che la chiamata al discepolato avvenga attraverso uno sguardo, senza manifestazioni rumorose. Il Signore non chiama i suoi servi gridando alle orecchie: la sua chiamata è delicata come lo è l’appello di uno sguardo, non colto da chi vive distrattamente o in continua agitazione. Per sentire la chiamata al discepolato, occorre una sensibilità acuta, una capacità di concentrazione, un animo teso verso le realtà spirituali.

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