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3,1-5.10 “I niniviti si convertirono dalla loro condotta
malvagia”
Sal 24/25 “Fammi conoscere, Signore, le tue vie”
1 Cor 7,29-31 “Passa la scena di questo mondo”
Mc 1,14-20 “Convertitevi e credete al vangelo”
La tematica
centrale dell’insegnamento odierno è la pietà
di Dio, suscitata dal pentimento dell’uomo. La prima lettura
descrive l’esperienza vocazionale, carica di significati,
del profeta Giona; viene mandato a Ninive, città corrotta,
per annunciare un castigo che poi non si verifica, perché
i niniviti hanno creduto alla predicazione di Giona e si sono
convertiti. Dio si lascia commuovere dunque dal loro pentimento.
La medesima idea giace implicitamente sotto il brano evangelico.
Infatti, il testo di Marco ritrae il momento culminante della
commozione di Dio sulle sventure dell’umanità, ossia
l’inizio del ministero pubblico di Gesù: l’annuncio
della vicinanza del Regno e la chiamata dei discepoli. La seconda
lettura è un commento all’atteggiamento cristiano
dell’attesa della fine: ciascuno viva come se non fosse
più su questa terra, con libertà interiore e distacco.
Il regno di Dio infatti è vicino. La prima lettura e il
vangelo mettono sulla scena i canali attraverso cui Dio fa appello
alle coscienze degli uomini. Questi canali non sono costituiti
né da prodigi particolari né da fulmini o tuoni,
o chissà che cosa. Le vie della comunicazione della Verità
di Dio sono umili e dimesse. Dio parla agli uomini, innanzitutto
attraverso altri uomini. Per richiamare la grande città
di Ninive alla giustizia sociale (ricordiamo, per inciso, che
Ninive era una città assira e che non sapeva niente della
legge mosaica; la condanna doveva essere perciò legata
non a una trasgressione religiosa, ma alla mancanza di giustizia
sociale), Dio si serve di un uomo qualunque, a cui si poteva prestare
fede come pure rifiutargliela. Nell’atto di rivelarsi e
di far conoscere la propria volontà, il Signore usa sempre
canali che non hanno una forza persuasiva assoluta, in modo che
l’obbedienza della fede sia veramente libera, e non costretta
da una qualche evidenza. In sostanza: la rivelazione di Dio e
il suo appello alle nostre coscienze, lascia sempre un margine
di penombra, in cui possiamo esercitare tutta la nostra libertà.
Solo dopo aver creduto, il Signore ci concede le prove della sua
Paternità. Ai niniviti succede proprio così: avendo
creduto alla parola di un pover’uomo, che diceva di parlare
nel nome di Dio, ottengono misericordia dal Signore che l’aveva
inviato. Per questa ragione, Dio usa sempre dei “segni”
umili per rendersi visibile, lasciando intatto il valore della
nostra libera adesione. Il tema degli umili messaggeri del Regno
ritorna con insistenza nel vangelo odierno: Gesù non va
al Tempio a chiamare i sacerdoti, che per la loro stessa posizione
sarebbero stati creduti dal popolo sulla parola, ma si reca in
riva al lago, dove si svolge la fatica quotidiana di chi non ha
nel mondo ruoli di autorità. Proprio alcuni pescatori vengono
eletti da Cristo a essere suoi testimoni, dopo una istruzione
di circa tre anni e la vita comune col Maestro. Il dono dello
Spirito avrebbe fatto il resto. L’annuncio della vicinanza
del Regno implica che il tempo umano ormai volge al termine. Di
fatto, con la nascita di Cristo siamo entrati negli ultimi tempi:
non aspettiamo cioè alcuna altra rivelazione pubblica,
ma solo il ritorno di Cristo, che farà nuove tutte le cose.
Allora, l’Apostolo Paolo indica ai cristiani di Corinto
che l’atteggiamento più saggio, stando così
le cose, consiste in uno stile di vita capace di usare ogni cosa
senza appropriarsi di nulla; vale a dire: vivere la vita quotidiana
nella fedeltà ai propri doveri, ma liberi e distaccati
da tutto.Il testo di Giona descrive la conversione di un’intera
città dopo l’annuncio che il profeta ha compiuto,
percorrendo le strade della città di Ninive. Il versetto
di apertura è già portatore di un messaggio su cui
vorremmo soffermarci: “Fu rivolta a Giona questa parola
del Signore” (v. 1). Ricordiamo che Giona aveva ricevuto
una prima chiamata e l’aveva soffocata, anziché divenirne
strumento docile e messaggero, era fuggito nella direzione opposta.
Ma Dio, che gli aveva rivolto la sua parola una prima volta, lo
fa di nuovo una seconda volta, con il medesimo contenuto. Infatti,
il Signore non si lascia mai scoraggiare dalla nostra durezza,
dalla nostra indifferenza o dalla nostra indisponibilità
ad accogliere le sue proposte. Dinanzi al nostro rifiuto, Dio
torna a parlare una seconda volta, e non si chiude nel silenzio
per il semplice fatto che in noi ha trovato un orecchio disattento.
Qui c’è la chiave di comprensione della mancanza
di crescita, o della lentezza, che talvolta appesantisce i nostri
cammini. Dobbiamo riconoscere che è proprio la nostra indisponibilità
all’ascolto ciò che impedisce a Dio di comunicarci
una sapienza maggiore, una luce maggiore, un insegnamento più
completo. Può succedere, anche per molti anni, che Dio
sia costretto a ripetere la stessa lezione, senza poterci condurre
a maggiori profondità nel mistero cristiano, perché
non è solito farci la seconda lezione, se non abbiamo assimilato
la prima. A Giona succede appunto così: Dio gli parla una
seconda volta, ma l’insegnamento è lo stesso della
prima.Il secondo versetto chiave è il contenuto stesso
della parola di Dio che gli viene rivolta, una parola che offre
delle coordinate per una teologia della evangelizzazione. Il Signore
gli dice dunque così: “Alzati, va’ a Ninive,
la grande città, e annuncia loro quanto ti dico”
(v. 2). Questa frase che il Signore pronunzia, rivolgendosi a
Giona, contiene due elementi che stanno alla base di ogni autentica
evangelizzazione: c’è un luogo preciso con dei destinatari
precisi, rappresentato da Ninive, e c’è un contenuto
che deve essere annunciato. C’è anche un predicatore:
Giona. Nondimeno, non è lui che sceglie la città
nella quale annunciare la parola di Dio, né è in
suo potere la scelta del messaggio da comunicare: è il
Signore che stabilisce l’una e l’altra cosa. Così,
anche nel libro degli Atti degli Apostoli, dove si narra la corsa
della Parola nel mondo, si può sistematicamente osservare
come gli Apostoli non decidano da se stessi dove andare ad annunciare
il vangelo, ma è l’interiore direzione dello Spirito
Santo che li guida, e certe volte perfino impedisce loro di andare
dove vorrebbero (cfr. 16,7). Insomma, l’evangelizzazione
non è un’opera umana, anche se è affidata
materialmente all’uomo. Dio, con un solo atto, compie due
elezioni simultanee: l’elezione di chi annuncia e l’elezione
di chi ascolta. Cosicché non è un dono di grazia
solo la possibilità di annunciare il vangelo, ma è
un dono altrettanto grande essere scelti da Dio come destinatari
e ascoltatori della sua Parola. Il v. 3 entra in merito alla questione
dei tempi di grazia, che Dio stabilisce per noi. Il tempo di grazia
non è mai di una durata indefinita: ha un inizio e un termine.
Gesù, infatti, viene descritto dal vangelo di Luca nell’atto
di piangere su Gerusalemme, quando, scaduto il tempo di grazia
che le era stato offerto per convertirsi, rimane chiusa nel suo
rifiuto della parola di Dio venuta tra le sue mura per visitarla
(cfr. 19,41-44). Il versetto chiave è il seguente: “Giona
cominciò a percorrere la città per un giorno di
cammino e predicava: ‘Ancora quaranta giorni e Ninive sarà
distrutta’” (v. 3). Il tempo di grazia, che è
il tempo favorevole alla conversione, viene indicato dalla misura
del numero quaranta. L’indicazione di quaranta giorni, che
nella Bibbia ricorre numerose volte, è in riferimento all’occasione
che Dio ci dà di convertirci e di ritornare a Lui, purificandoci
dalle nostre iniquità. La conversione non è un favore
che noi facciamo a Dio, riconoscendolo come nostro Signore. Contrariamente
a quanto si può credere, la conversione non è una
decisione dettata in primo luogo dalla nostra buona volontà,
ma è il risultato di una risposta docile e ubbidiente al
Signore, nei tempi particolari in cui, per sua iniziativa, ci
dà l’occasione di conoscerlo e di aderire a Lui;
e solo dentro questo tempo favorevole ci è dato di esercitare
la nostra libertà. Ma quando questo tempo scade si chiude
ogni altra possibilità di salvezza. I tempi di grazia iniziano
e finiscono, non durano mai indefinitamente. Infatti, alla città
di Ninive è dato questo tempo di grazia, ma con una scadenza:
quaranta giorni. Naturalmente, al sopraggiungere della morte,
concluso il tempo del pellegrinaggio terreno, scade per sempre
ogni tempo di misericordia e subentra quello della retribuzione.Proseguendo
nella lettura del testo, fa impressione la risposta pronta che
i Niniviti danno all’annuncio di Giona. La città
di Ninive non aspetta che il tempo indicato dal profeta trascorra
interamente. I cittadini di Ninive non si comportano come coloro
i quali rimandano finché possono il tempo della loro conversione,
pensando erroneamente che a loro giovi. Alla predicazione di Giona
essi si convertono al primo giorno: su un tempo complessivo di
quaranta giorni, cioè dal momento in cui inizia il tempo
di grazia, i Niniviti immediatamente afferrano tale dono e lo
valorizzano per la loro salvezza. La loro risposta alla Parola
che viene loro incontro è ancora più significativa
ed eloquente, se si pensa che gli abitanti di Ninive sono dei
pagani che non conoscono il Dio di Giona, che tuttavia si prende
cura anche di loro; non conoscono le promesse dei patriarchi,
non sanno dell’intercessione di Abramo e della salvezza
possibile di Sodoma e Gomorra. Essi prendono sul serio gli avvertimenti
di Giona, pur non conoscendo né lui né il suo Dio.
La minaccia del castigo dà loro la percezione del male
e della corruzione che albergano nella loro città. Inoltre,
va notata un’espressione del narratore, che si mette dal
punto di vista degli ascoltatori del profeta, quando dice: “I
cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno”
(v. 5). I destinatari dell’annuncio hanno visto e sentito
soltanto un uomo che li chiamava a conversione alzando la voce
nelle loro contrade. Hanno visto e sentito soltanto un uomo, ma
il narratore dice che “credettero a Dio”. Il senso
di queste parole va ancora ricercato nella teologia della predicazione:
nell’annuncio della Parola, è un uomo che parla,
ma è Dio che va creduto. È umano il linguaggio,
ma non è umana la Parola. Nel vangelo, Cristo esprimerà
questo concetto con una frase lapidaria rivolta ai suoi discepoli:
“Chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10,16). I Niniviti,
insomma, hanno saputo guardare al di là delle apparenze,
e sono riusciti ad ascoltare Dio attraverso il linguaggio umano
del profeta. A maggior ragione nell’esperienza cristiana
e nella vita della Chiesa, bisogna saper guardare oltre i segni
sacramentali, per scorgere, al di là di essi, la presenza
del Risorto. Invece, tutti coloro che accolgono la Parola della
Chiesa come un discorso semplicemente utile o buono, su temi nobili
e interessanti, ma senza giungere alla percezione della parola
di Dio come divina, è difficile che siano toccati nell’intimo.
In questi casi, il cristianesimo si risolve in un’esperienza
filantropica o in un insieme di buone maniere e di buone azioni.
Ma il cristianesimo non intende creare persone “buone”
o bravi cittadini; il cristianesimo intende creare i cittadini
della Gerusalemme celeste, i santi del secolo futuro, e a ciò
non si arriva senza una profonda immersione nella Parola.La città
di Ninive, dunque, si converte semplicemente venendo a sapere
che il suo stile di vita è disapprovato da Dio. Questo
è sufficiente perché tutta la città cambi
rotta; a questo punto, nel momento in cui i cittadini retrocedono
dai loro cattivi comportamenti, il perdono di Dio è immediato:
“Dio vide le loro opere […] si ravvide riguardo al
male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece” (v.
10). Così come i cittadini di Ninive immediatamente credono
e aderiscono alle parole del profeta, anche Dio, non con minore
rapidità, fa grazia a tutti, si impietosisce e perdona
le loro colpe.
Il testo della seconda lettura tratta il tema della verginità,
cosa di assoluta novità sia per l’ebraismo e le sue
tradizioni, sia per il paganesimo – fatta eccezione per
le vestali –, e si inquadra solo all’interno della
prospettiva neotestamentaria, dove il cammino della santità
cristiana imbocca due possibili strade: quella del matrimonio
e quella della verginità per il Regno. Entrambi i temi
sono presenti nel capitolo sette della prima lettera ai Corinzi,
ma i vv. 25-31 si occupano specificamente della verginità
cristiana.La frase chiave di riferimento è la seguente:
“il tempo si è fatto breve” (v. 29), espressione
che inquadra il tema della verginità nella sua prospettiva
propria: la speranza escatologica. La vocazione verginale fa la
sua comparsa nell’orizzonte dell’Alleanza, all’inizio
degli ultimi tempi. Con la nascita di Cristo siamo infatti entrati
negli ultimi tempi, e l’Apostolo Paolo, con tutta la sua
generazione, attendeva il ritorno di Cristo nel giro di pochi
anni, come traspare abbastanza chiaramente dal v. 29. Se le cose
stanno così, l’unica scelta sensata sarebbe quella
di annunciare il vangelo a tempo pieno nell’attesa del suo
ritorno. Proprio questa è la convinzione e la scelta personale
di Paolo, per il quale la verginità è sinonimo della
libertà del missionario che, senza legami familiari, si
muove facilmente ovunque e in ogni tempo, ubbidendo al soffio
dello Spirito.Ai tempi finali l’Apostolo allude appunto
con le parole: “il tempo si è fatto breve”
(v. 29). La speranza escatologica è l’ambito in cui
la scelta della verginità acquista il suo vero senso, divenendo,
per la Chiesa, il segno di quella condizione finale in cui non
prenderanno né moglie, né marito. Così Cristo
afferma nel suo dialogo con i sadducei (cfr. Mt 22,30). Mentre
il matrimonio come sacramento è il segno delle nozze di
Cristo con la Chiesa, la verginità è invece segno
del futuro ultimo e di ciò che l’umanità sarà
dopo la risurrezione della carne. Quando la natura umana, ricomposta
e rinnovata ad immagine del corpo glorioso di Cristo, risorgerà
nell’ultimo giorno, essa sarà sempre un’umanità
maschile e femminile nella sua nuova corporeità, ma non
esisterà più per essa la vita di coppia, conosciuta
nell’esperienza terrena. Per questo, il fatto di vivere
la verginità nel tempo della Chiesa, acquista il valore
di un segno profetico, che indica visibilmente a tutta la Chiesa
lo stato finale di ogni essere umano.Il testo odierno, però,
non è completo, e bisognerebbe leggere l’intero capitolo
per capire meglio il pensiero dell’Apostolo, soprattutto
nella parte in cui Paolo dice: “ciascuno ha il proprio dono
da Dio, chi in un modo chi in un altro” (v. 7). Questa duplice
realizzazione del dono allude al fatto che alcuni sono chiamati
da Dio al matrimonio e altri alla verginità. Così
Paolo traccia due vie di santità nella Chiesa, perché
tanto il matrimonio quanto la verginità attingono a un
dono di grazia e perciò entrambi si presentano come una
“divina vocazione”. Nelle espressioni finali del testo
l’Apostolo passa, quasi impercettibilmente, dal tema della
verginità a quello della povertà, in qualche modo
congiunto alla verginità: “il tempo si è fatto
breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come
se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero;
[…] quelli che comprano, come se non possedessero…”
(vv. 29-30). Questa sezione finale indica il fatto che gli ultimi
tempi impongono al credente un atteggiamento adeguato, in quanto
l’umanità non vive più nella fase dell’attesa,
ma in quella del compimento. Il cristiano aspetta soltanto che
Cristo ritorni nella sua gloria per compiere il giudizio e ripristinare
tutte le armonie del cosmo in cieli nuovi e terra nuova. Il continuo
ripetersi come un ritornello della locuzione come se non, rappresenta
il motivo dominante di quell’atteggiamento di distacco interiore
che Paolo suggerisce a tutti i cristiani, e non soltanto a chi
è chiamato allo stato di vita verginale. Anche per coloro
che si sposano non è più il tempo di godere, possedere
e piangere, ma è il tempo di vivere tutte le cose terrene
come se non (cfr. vv. 29-31), ovvero con una libertà interiore
che permetta di attraversare tutte queste esperienze, senza rimanerne
vincolati ed essere pronti ad accogliere lo Sposo quando arriva
e bussa. Occorre comprendere che l’insegnamento paolino
sul matrimonio non intende stabilire una scala di valori, in cui
il matrimonio debba essere giudicato a confronto con la vita consacrata,
come se quest’ultima fosse migliore. Paolo è lontano
dall’atteggiamento di coloro che dinanzi alle vocazioni
cristiane si chiedono quale sia la migliore. Sarebbe indegno dei
doni di Dio, ragionare così, e si replicherebbe l’episodio
degli Apostoli che discutevano tra loro su chi fosse il più
grande in seno al gruppo dei Dodici (cfr. Mc 9,33-37). Le parole
dell’Apostolo Paolo vanno intese certamente in altro senso:
se egli preferisce la condizione verginale, ciò è
solo perché è convinto che “il tempo si è
fatto breve” e Cristo tornerà tra pochi anni; non
è il caso quindi di mettere su famiglia. Conviene piuttosto
dedicarsi all’evangelizzazione a tempo pieno, per preparare
le coscienze all’incontro col Cristo che torna nella gloria.
La storia della Chiesa ha dimostrato che la prima generazione
si era sbagliata su questo punto, e Paolo di Tarso con essa.Nel
brano evangelico la missione di Giovanni battista appare strettamente
congiunta a quella di Gesù, nei termini di un annuncio
immediatamente preparatorio, formando così come un confine
tra i due Testamenti. La liturgia della Chiesa proclama acutamente
del Battista che “solo fra tutti i profeti, indicò
al mondo l’Agnello del nostro riscatto” . Egli è
dunque un profeta che chiude la serie di coloro che hanno annunciato
la venuta del Messia, ovvero, l’ultimo profeta dell’AT;
l’unica differenza consiste nel fatto che gli altri profeti,
venuti prima di lui, hanno annunciato il Cristo da lontano. Il
Battista, invece, lo annuncia al mondo mentre si trova già
a pochi metri di distanza. Il primo annuncio di Gesù, coincide
nella prima parte con quello del suo precursore: “convertitevi
e credete nel Vangelo” (v. 15), quasi alludendo al fatto
che la propria predicazione ha inizio in concomitanza con la fine
di quella del Battista. All’appello della conversione, Gesù
aggiunge un particolare che il Battista non poteva inserire: la
conversione e la fede hanno un oggetto preciso: il vangelo. Solo
Gesù poteva dire per primo queste parole, invitando a credere
al vangelo, in quanto il contenuto del vangelo è Lui stesso,
costituendo così il gioioso annuncio di liberazione. Questo
è il vangelo di Gesù, a cui seguirà, dopo
la Pentecoste, il vangelo su Gesù, ossia il vangelo predicato
dalla Chiesa. La parola “conversione” va intesa come
un riorientamento della propria vita, vale a dire: un cambiamento
dell’agire determinato da un cambiamento di mentalità.
La conversione richiesta dal vangelo, infatti, non consiste nel
migliorare i propri comportamenti, ma nel pensare in un modo nuovo,
ispirato dall’amore . Dalla novità del pensare nasce,
a sua volta, il rinnovamento dei comportamenti e dell’approccio
con la vita. L’altro aspetto dell’annuncio di Gesù,
che il Battista non poteva proclamare, suona così: “Il
tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”
(v. 15). Il compimento del tempo non è un semplice trascorrere
di giorni, bensì è il compimento della volontà
di Dio nel tempo. Il disegno di salvezza si evolve incessantemente
e si sviluppa lungo il trascorrere del tempo umano, finché
giunge alla sua piena realizzazione. Solo il Messia può
annunciare l’avvicinarsi delle tappe della salvezza, perché
esse si realizzano in Lui. In modo particolare, nel primo annuncio
di Gesù, il compimento del tempo significa che l’Antica
Alleanza ha completato il suo ruolo. L’aurora del Nuovo
Testamento è contrassegnata dall’annuncio della vicinanza
del Regno, che si può accogliere solo mediante la fede
e la conversione: “convertitevi e credete nel Vangelo”.
L’inizio del ministero pubblico di Gesù coincide
con la nascita del discepolato, che sboccia sull’invito
di Gesù ai pescatori di Galilea: “Venite dietro a
me, vi farò diventare pescatori di uomini” (v. 17).
La Chiesa nascerà poggiando sul ministero apostolico e
la sua indole sarà quella di una comunità radunata
intorno alla Parola, appunto una comunità di discepoli.
Gesù è descritto nell’atto di passare: “Passando
lungo il mare […] Andando un poco oltre” (vv. 16.19).
Il Cristo del vangelo non si ferma mai, se non quando ritorna
al Padre. Il discepolo non può pretendere perciò
di fermare il Cristo e di riposare in una sola fase del proprio
cammino; come Cristo è sempre in movimento, così
anche il discepolo è chiamato a progredire senza soste
sulle vie del Regno. Il Cristo continuamente in movimento allude
anche al fatto che la grazia va afferrata nell’attimo stesso
del suo passaggio. La vigilanza e la prontezza di spirito appaiono
perciò come le disposizioni più fondamentali del
discepolato, che non può cedere alla superficialità
né alle dissipazioni, col rischio di non cogliere, al suo
passaggio, il momento favorevole della grazia. I primi discepoli
sembrano caratterizzati da una acuta prontezza di spirito: “E
subito lasciarono le reti e lo seguirono […] Ed essi lasciarono
il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro
a lui” (vv. 18.20). Non avanzano dubbi o perplessità,
né pongono condizioni alla loro risposta; si fidano del
Maestro e non si lasciano afferrare dalle incertezze del domani.Significativamente
l’annuncio della vicinanza del regno di Dio precede la vocazione
degli Apostoli (cfr. vv. 15-17) in quanto essi non sono i portatori
di un messaggio autonomo, ma gli strumenti eletti attraverso i
quali si prolunga nella storia quello stesso annuncio personalmente
compiuto da Cristo. Per questo motivo la profezia del NT differisce
da quella dell’Antico. Infatti, mentre il profeta Giona,
come ogni profeta dell’AT, reca il messaggio di Dio, ma
non porta Dio con sé, l’apostolo invece non porta
un messaggio di Dio, ma Dio stesso, che attraverso di lui parla
e agisce. Nella Chiesa è Cristo stesso che, attraverso
l’annunciatore del vangelo, parla al suo popolo. Del resto
proprio questo Gesù intendeva dire ai suoi Apostoli con
le parole: “Chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10,16).Il
secondo aspetto del discepolato è la libertà dalle
cose e dai vincoli degli affetti umani. Il testo non dice che
essi lasciarono solo le reti e la barca, ma anche il loro padre,
Zebedeo. Le reti e la barca rappresentano le sicurezze derivanti
dalle risorse personali e familiari, il patrimonio e il lavoro
quotidiano. Realtà che ci fanno sentire le spalle coperte
dinanzi alle sorprese della vita. Il discepolo che vi si appoggia
si indebolisce inesorabilmente nella sua risposta a Dio. Al contrario,
affrancarsi da esse equivale a confermare se stessi nell’attesa
dell’aiuto divino. Così anche la figura del padre
Zebedeo allude alla necessità di un secondo tipo di libertà,
quella degli affetti. Si tratta di un secondo ambito di sicurezze
che ci fanno sentire le spalle coperte da ciò che non è
Dio. I discepoli si svincolano da entrambe le cose, amando tutto
e tutti con intensità, ma senza dipendere da nulla e senza
ritenere alcunché necessario per se stessi, né cose
né persone. Senza questa libertà, che nel discorso
della montagna viene definita come “povertà di spirito”,
si hanno troppi vincoli per poter servire Dio.Un altro aspetto
fondamentale del discepolato è il suo carattere comunitario
e il suo innesto nella vita fraterna. Fin dai primi atti del suo
ministero pubblico, Gesù si mette in relazione con il “noi”
della comunità cristiana, prima ancora che coi suoi singoli
membri. Anche il vangelo di Giovanni, al pari dei sinottici, descrive
il Cristo storico nel medesimo atteggiamento: i primi discepoli
sono due, e gli altri vengono chiamati a catena a partire da essi.
In tal modo si sottolinea un dato teologico duplice: il vangelo
è credibile se annunciato da una comunità che vive
l’amore; la fede della Chiesa precede la fede del singolo
battezzato. Il fatto che Cristo chiami i suoi discepoli a due
a due intende affermare l’esperienza comunitaria come sorgente
dell’incontro personale col Risorto. Ciascuno di noi incontra
Cristo grazie alla mediazione della Chiesa. Ciascuno di noi crede
in Cristo sostenuto dalla fede della Chiesa. Inoltre, solo chi
è capace di comunione e di vita fraterna può annunciare
il vangelo ed essere creduto. Per questa ragione, nel momento
in cui essi vengono mandati a preparare la venuta del Maestro,
partono a due a due. Il numero due è insomma la cifra dell’esperienza
d’amore e di comunione personale, senza cui il vangelo non
può essere creduto.I primi discepoli vengono chiamati nel
contesto del loro lavoro e della loro quotidianità. Cristo
discende dunque nella nostra vita quotidiana, Lui stesso ci viene
a cercare. Pensa a noi, quando ancora noi non pensiamo a Lui.
Prepara per noi un dono di santità e lo propone, attendendo
la nostra risposta libera. E’ comunque sempre Lui che si
muove per primo verso di noi, come verso i primi discepoli. Il
resto è una conseguenza. L’incontro con Lui si ha
nelle circostanze della quotidianità, in tutti quegli eventi
piccoli o grandi che rappresentano un appello a vivere una determinata
virtù evangelica. Occasioni troppo spesso sciupate a causa
della prevalenza della impulsività o del dominio delle
passioni. Avviene così che diventa occasione di ira quella
circostanza in cui potevo perdonare un nemico, oppure mi getta
nella tristezza della delusione un fatto che poteva darmi l’occasione
di ubbidire a Dio, sottomettendomi a una sua disposizione sgradevole
alla mia natura o alle mie aspettative.All’attento discepolo
non deve sfuggire la modalità della chiamata: “Passando
lungo il mare di Galilea, vide […] Andando un poco oltre,
vide” (vv. 16.19). E’ molto significativo che la chiamata
al discepolato avvenga attraverso uno sguardo, senza manifestazioni
rumorose. Il Signore non chiama i suoi servi gridando alle orecchie:
la sua chiamata è delicata come lo è l’appello
di uno sguardo, non colto da chi vive distrattamente o in continua
agitazione. Per sentire la chiamata al discepolato, occorre una
sensibilità acuta, una capacità di concentrazione,
un animo teso verso le realtà spirituali.
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