At
22,3-16: “Alzati, ricevi il battesimo e làvati dai tuoi
peccati, invocando il nome di Gesù”
Sal 116/117 “Proclamerò ai popoli il nome del Signore”
Mc 16,15-18 “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo”
Il calendario
liturgico, per la festa odierna, prevede come prima lettura la scelta
tra due testi tratti dal libro degli Atti, e rispettivamente i capitoli
9 e 22, che narrano il medesimo episodio dell’incontro di Saulo
con Cristo, che si rivela a lui come vivente e Risorto. Per ragioni
di completezza, ci sembra opportuno soffermarci su entrambi, mettendone
in luce i rispettivi versetti chiave che offrono alla nostra meditazione
i caratteri ricorrenti di ogni conversione. I brani odierni ci vengono
offerti sullo sfondo del vangelo di Marco, che riporta uno degli ultimi
momenti vissuti dal Cristo risorto con i suoi discepoli, ai quali viene
conferito il mandato dell’evangelizzazione universale. I discepoli
di Cristo, in un certo senso, hanno una responsabilità planetaria
nei confronti del mondo, e sono per volontà di Dio debitori dell’annuncio
del Vangelo a tutti gli uomini. Il testo lucano degli Atti descrive
la conversione dell’Apostolo Paolo, in cui possiamo facilmente
individuare le caratteristiche fondamentali che accompagnano, come dicevamo,
qualunque conversione, sperimentata come incontro vitale con il Cristo
risorto. Da questo punto di vista, il testo odierno acquista un valore
molto più ampio e attuale. Innanzitutto, la conversione si presenta
come un’iniziativa unicamente divina. Il capitolo 9 degli Atti
si apre dicendoci che: “Saulo frattanto, fremente minaccia e strage
contro i discepoli del Signore, si presentò ad un sacerdote e
gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco” (v. 1). Con questa
autorizzazione, Saulo parte con l’intenzione di arrestare e sterminare
tutti coloro che avevano aderito al cristianesimo, da lui considerato
come un’eresia del giudaismo, grave deviazione dalla fede dei
padri. Dal punto di vista del futuro Apostolo, non c’è
nulla che possa giustificare la sua conversione come riconoscimento
del Cristo, Messia di Israele, né esistono presupposti personali
di alcun genere che lo dispongano positivamente verso la comunità
cristiana. Anzi, Saulo parte con un’intenzione totalmente contraria,
come un irriducibile nemico di chiunque facesse professione di fede
in Gesù. Nonostante tutto, in lui è presente una condizione
che lo abilita a ricevere il dono della conversione. Se da un lato,
infatti, la conversione di Saulo non è giustificata da una ricerca
intenzionale di Cristo, dall’altro, è pur vero che la sua
personalità è interamente schierata dalla parte di ciò
che lui ritiene essere la verità. La persecuzione che Saulo scatena
contro i cristiani, non ha niente a che vedere con quella scatenata
da Erode contro il Bambino nato a Betlemme. Qui il futuro Apostolo non
si è schierato a difendere qualcosa di personale, né qualcosa
di terreno, come può essere il potere o il privilegio, ma ha
cercato, a suo modo, di difendere la verità. Almeno, quella che
lui, in coscienza, credeva tale. Chi non ama la verità, e preferisce
falsificarla per scopi personali, difficilmente potrà sperimentare
il dono di grazia della conversione. Una persona potrebbe essere anche
piena di peccati e di sbandamenti, ma se è capace di schierarsi
nella sua coscienza in maniera lineare, scegliendo la verità
e il bene, anche se non chiaramente conosciuti, allora si trova già
nella posizione giusta perché Dio intervenga, manifestandole
la luce del Cristo risorto. Quindi le due cose vanno coniugate: Dio
può svelare il Cristo risorto all’uomo senza nessun merito
e senza nessun presupposto, a condizione però che la sua coscienza,
pur in una ricerca erronea del bene, non sia intenzionalmente pervertita.
Dinanzi ad una coscienza retta, è Dio che toglie l’ostacolo
dell’ignoranza, guidando la persona verso la direzione giusta
e sostituendo il suo antico peccato con un amore nuovo, con un senso
di innamoramento della sua divina Persona, rappresentato dalla luce
che avvolge Saulo nel momento cruciale della sua illuminazione (cfr.
22,6).Nella conversione dell’Apostolo Paolo, riscontriamo una
seconda caratteristica necessaria perché Dio possa incontrare
l’uomo ed essere da questi riconosciuto Signore. La personalità
di Saulo è descritta dagli Atti come una personalità determinata,
forte, senza oscillazioni, e priva di quell’instabilità
che impedirebbe a Dio di fare qualunque opera su di lui. A tal proposito,
giova ricordare la lettera di Giacomo, il quale annuncia così
questa verità fondamentale: “non pensi di ricevere qualcosa
dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte
le sue azioni” (Gc 1,7-8). La conversione si presenta, da questo
punto di vista, come un dono assolutamente gratuito, ma che esige, da
parte dell’uomo, una volontà totalmente orientata alla
verità, senza colpevoli deviazioni.Un altro elemento distintivo
di ogni autentica rinascita dall’alto, è espresso dalle
parole di Paolo al v. 6: “All’improvviso una grande luce
dal cielo rifulse attorno a me”. In queste brevi battute è
contenuta una grande verità teologica, che fa coincidere l’incontro
con Cristo e la sua rivelazione, non con i meriti personali del soggetto,
ma col primato della grazia. Dietro l’accecamento di Paolo, leggiamo
il crollo di tutte quelle certezze, considerate prima inoppugnabili,
che rappresentavano in qualche modo la sua luce; esse però si
dileguano, quando il Vangelo irrompe nella nostra vita. Allora comprendiamo
che la luce del sapere umano è tenebra ed entriamo nella autentica
disposizione del discepolo che ha tutto da imparare dal suo Maestro.
Va notato anche l’elemento indicativo della Chiesa come Corpo
di Cristo, che si coglie nelle parole del Risorto e in particolare nella
risposta alla prima domanda di Saulo: “Chi sei, o Signore?”
(v. 8). Luca mette in evidenza qui che la persecuzione contro i cristiani
è intesa da Cristo come un’ostilità rivolta contro
Lui stesso. L’affermazione che risuona alle orecchie di Saulo,
infatti è questa: “Io sono Gesù il Nazareno, che
tu perseguiti” (v. 8). In realtà, Saulo non aveva mai incontrato
Gesù, e la sua persecuzione riguardava solo i cristiani, ma è
chiaro che Cristo si considera personalmente colpito da tutto ciò
che colpisce i cristiani, perché essi sono appunto il suo Corpo.
Continuando a leggere il testo, dalla figura di Anania, emerge un’altra
caratteristica che si ripresenta in ogni esperienza di conversione.
A tal proposito, occorre ricordare che la conversione non è un
fenomeno o un’esperienza che si realizza soltanto tra la persona
e Dio; al contrario, la conversione, una volta compiuta, non potrebbe
portare nessun frutto utile senza la mediazione della Chiesa. Chi riceve
da Dio il dono della fede, e vuole camminare da solo, non potrà
mai andare avanti, e sarà sempre in pericolo, come una pecora
senza pastore. Saulo, dopo avere incontrato il Cristo risorto, si alza
da terra, ma aperti gli occhi non vede nulla, e guidato per mano viene
condotto a Damasco (cfr. At 22,11). Questa è la prima immagine
che ci viene data del futuro Apostolo, subito dopo la conversione: egli
accetta di essere guidato per mano, non ritenendo di poter camminare
da solo. E anche se l’essere guidato per mano è un fatto
legato alla cecità momentanea, continuando la lettura dell’episodio
della sua conversione, ci rendiamo conto che essere guidato per mano,
è il preludio e l’immagine di quello che egli sperimenterà
in seguito, in seno alla comunità cristiana, fino alla scoperta
della sua vocazione missionaria. Accetterà di essere guidato
per mano, in un primo momento da Anania, mediatore della sua guarigione
nel nome di Cristo, ma accetterà anche di rimanere con Barnaba
nella comunità cristiana di Antiochia, in attesa di maturare
lungamente, fino a quando lo Spirito santo dirà: “Riservate
per Me Saulo e Barnaba per l’opera alla quale li ho chiamati”
(At 13,2). Ci sembra che l’immagine di Saulo, che si lascia guidare
per mano, successiva all’incontro con Cristo, sia un elemento
determinante per ogni cammino di fede che possa dirsi autentico e presuppone
l’umiltà di lasciarsi istruire dal magistero degli Apostoli
in una ordinata e graduale mistagogia. La conversione ha bisogno della
mediazione della Chiesa nei passi successivi che conducono il neofita
verso le profondità del mistero cristiano. Paolo sarà
guidato prima da Anania, poi da Barnaba, fino a quando, dopo una lunga
maturazione nella fede, giungerà alla possibilità di essere
lui stesso annunciatore credibile del vangelo.Il testo potrebbe suscitare
una certa perplessità nel lettore, perplessità determinata
dal fatto che Cristo, dopo avere rivelato a Saulo la propria identità
ed essersi manifestato Vivente, lo rimanda alla comunità cristiana,
per ricevere le risposte alle sue domande. Il Signore, a Saulo che gli
chiede: “Che devo fare, Signore?”, così risponde:
“Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di
tutto ciò che è stabilito che tu faccia” (At 22,10).
In altre parole, pur potendo dirgli ogni cosa sulla sua vocazione, lo
rimanda tuttavia alla Chiesa, rappresentata da Anania, per conoscere,
attraverso la sua mediazione, la volontà di Dio. Il vero passaggio
dalle tenebre alla luce avviene dunque dentro la comunità cristiana,
che è il luogo della guarigione interiore e della graduale illuminazione
della coscienza. Anania, simbolo della comunità cristiana che
accompagna il catecumeno dall’oscurità alla fede e alla
piena luce della sapienza, chiama significativamente Paolo “fratello”
(cfr. v. 13), riconoscendolo integrato nella famiglia di Dio.Rimane
ancora un altro elemento da sottolineare, e lo cogliamo nel racconto
del capitolo 9, ponendoci dal punto di vista di Anania, il quale, rispetto
a Saulo, è un uomo anziano nella fede e maturo nel cammino; quando
si trova davanti alla prospettiva di imporre le mani a Saulo, per guarirlo
dalla cecità, fa però una riflessione molto umana, e in
fondo anche ragionevole: “Signore, riguardo a quest’uomo,
ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme”
(At 9, 13). A questa osservazione, il Risorto risponde in maniera molto
radicale: “Và, perché egli è per me uno strumento
eletto” (v. 15). Alla luce di questi versetti, appare chiaro che
la conversione rappresenta intanto un capitolo definitivamente nuovo
nella vita di una persona. Il passato, qualunque esso sia, viene cancellato
nell’atto stesso dell’incontro con il Cristo e della conseguente
sottomissione alla sua signoria; il che produce in noi come una creazione
nuova: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova;
le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor
5,17). L’autentica conversione produce una sorta di estraneità
nei confronti di se stessi, e della propria memoria, al punto da non
riconoscersi più per quello che si era stati, prima dell’incontro
col Risorto. Tale dimenticanza coincide con il rinnegamento autentico
di se stessi, i cui ricordi e le cui esperienze del tempo vissuto senza
Dio, risultano così straniere da sembrare appartenenti a qualcun
altro. Questa verità è significata ulteriormente dal fatto
che Saulo cambia il suo nome in Paolo (cfr. At 13,9). Nella sua osservazione
molto umana (cfr. At 9,13), Anania non manifesta solo la paura di un
possibile inganno, cioè che Saulo chieda il battesimo solo per
infiltrarsi e combattere dall’interno la comunità cristiana,
ma esprime anche un giudizio pronunciato a partire da elementi puramente
esteriori. La conversione dell’Apostolo Paolo, e il giudizio erroneo
di Anania, c’invita ad essere cauti e non affrettati nei giudizi,
consapevoli che un fratello che a noi, oggi, appare immaturo e incapace
di superare se stesso in alcuni aspetti della vita cristiana, in un
futuro ignoto a noi, potrebbe essere oggetto di una particolare elezione
da parte di Dio e realizzare una missione importante nella vita della
Chiesa. Di fatto, oggi ricordiamo Anania solo perché quel giorno
incontrò Saulo, che lui considerava pericoloso per la Chiesa,
ma che invece, docile al soffio dello Spirito, ha portato l’annuncio
del Risorto fuori dai confini della Palestina, fondando la Chiesa di
cultura greca. A lui va inoltre la nostra venerazione per la mirabile
riflessione sui fondamenti della teologia, nelle sue lettere ricche
di densità dottrinale.Nella risposta che il Signore dà
ad Anania scorgiamo un altro elemento perennemente presente nella realtà
della conversione: “Io ti mostrerò quanto dovrà
soffrire per il mio nome” (At 9, 16). Fin dall’inizio della
conversione, la propria apertura al Signore deve essere vissuta con
la consapevolezza dell’esigenza e del valore della sofferenza.
Non si tratta di una sofferenza arbitraria, quasi che Dio si diverta
a creare fastidi e dolori a coloro che lo seguono e che accettano di
vivere secondo la sua Parola, ma nasce dalla necessità fondamentale
di rinascere come creature nuove dalle ceneri del vecchio uomo. La conversione
è già in se stessa un capitolo nuovo dove le cose vecchie
sono passate, ma la realtà di creatura nuova non può convivere
contemporaneamente con le cose vecchie, altrimenti dentro di noi vi
sarebbero due nemici in perenne stato di reciproco conflitto. Così
la sofferenza nel nome di Cristo, preannunciata al futuro Apostolo,
è la sofferenza del mistero pasquale, dove non possiamo pensare
che l’amore di Dio nei nostri confronti debba esprimersi solo
nel togliere dalla nostra strada quello che ci procura fastidio. L’amore
di Cristo, al contrario, si realizza nel disporre la sofferenza in modo
tale che essa uccida in noi quello che deve morire e contribuisca a
mantenere i difficile equilibri del Corpo mistico. Siamo dunque chiamati
a risorgere continuamente e a morire continuamente, per essere degni
del Vangelo.Nel brano evangelico odierno si presenta il tema della Parola
accolta e creduta come condizione basilare dell’esperienza della
grazia, comunicataci nei sacramenti. Il Risorto non pone in prima posizione
l’invito a battezzare; anzi, il battesimo, porta d’ingresso
della grazia di Dio, è costantemente subordinato alla parola
della predicazione. Il Cristo risorto dice ai suoi discepoli: “Andate
in tutto il mondo e predicate il vangelo”, e aggiunge: “Chi
crederà e sarà battezzato” (v. 16). In questo punto,
la teologia della predicazione apostolica stabilisce tre passaggi necessari,
senza i quali non può realizzarsi una vita cristiana autentica:
la predicazione, la fede di chi ascolta, e infine i sacramenti. Saltare
i primi due passaggi, andando direttamente al terzo, sarebbe come costruire
un’esperienza cristiana fatta di gesti e di riti, ma vuota dei
suoi contenuti e, soprattutto, della sua forza trasformante di liberazione.
Cristo, infatti, indica il battesimo come tappa di arrivo, e non come
tappa di partenza. La tappa di partenza è la fede prestata alla
predicazione apostolica. Colui che non crede, non può accedere
alla comunione con Dio, a cui si viene introdotti solo attraverso la
fede. Significativamente, nella seconda parte di questo parallelismo,
manca il riferimento al battesimo, presente solo nella prima. La prima
parte dice: “Chi crederà e sarà battezzato sarà
salvo”, mentre la seconda: “chi non crederà sarà
condannato”. Ciò equivale a dire che la mancanza di fede,
pur in presenza del battesimo, non produce affatto l’esperienza
della salvezza.La predicazione apostolica è presentata da Marco
come una Parola efficace che, come quella di Cristo, è accompagnata
da alcuni segni che la confermano: “Allora essi partirono e predicarono
dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro” (v. 20).
La predicazione del vangelo non è un’opera puramente umana,
ma un’opera congiunta di Dio e dell’uomo. Gli Apostoli non
si lanciano in una predicazione personale, senza essersi confrontati
con l’Autore del vangelo. Anzi avviene esattamente il contrario.
Inoltre, non sono i nostri ragionamenti che rendono credibile la Parola,
ma è il Signore stesso che la conferma nelle coscienze di coloro
che ne sono i destinatari. Occorre aggiungere inoltre che nella vita
della Chiesa, la fede rende possibile ogni azione santificante dello
Spirito, indipendentemente dal ruolo che si riveste. È la fede
che preserva da qualsiasi infiltrazione maligna che può snaturare
il nostro cuore e allontanarci dallo spirito del vangelo. Proseguendo
nell’analisi del testo, appare chiaro che il Maestro non lascia
i suoi servi senza i mezzi di convincimento, laddove la Parola annunciata
nella legittimità apostolica è sempre accompagnata da
segni di conferma, quali i segni di guarigione: “imporranno le
mani ai malati e questi guariranno” (v. 18). La Chiesa, infatti,
è depositaria di un ministero di guarigione, sia a livello sacramentale,
con l’unzione degli infermi, sia come comunità di guarigione.
Chi entra nella comunità cristiana guarisce, perché lo
Spirito santo conduce la persona al recupero dei suoi equilibri attraverso
il cammino di fede e l’amore fraterno. Possiamo senz’altro
affermare che il segno autentico della evangelizzazione, è sempre
la guarigione interiore, ovvero il recupero del senso pieno della vita
e di tutte le sue motivazioni da parte del singolo battezzatoUn altro
segno di conferma dell’autenticità del ministero apostolico
è il mandato di liberazione: “nel mio nome scacceranno
i demòni” (v. 17). Questo versetto risuona per tutti i
battezzati come un invito a prendere consapevolezza che, nel nome di
Gesù, essi hanno autorità sulle forze del male, che non
possono più prevalere, in ragione del regime della grazia in
cui siamo saldamente posti. In forza della fede della Chiesa, la nostra
vita non è più soggetta alle suggestioni del maligno e
alle sue tentazioni. Il combattimento con lo spirito delle tenebre è
destinato a continuare fino alla fine dei nostri giorni, ma la sua forza
non può più nulla contro di noi.I due ministeri congiunti,
quello di guarigione e quello di liberazione, passano attraverso il
ministero principale di evangelizzazione e ad esso sono essenzialmente
connessi, laddove l’invito di Cristo: “Andate in tutto il
mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (v. 15), precede
significativamente la menzione dei segni che accompagneranno l’opera
apostolica, ovvero l’autorità sui demoni e il ministero
di guarigione. In altre parole, la vittoria sui mali della vita e sulle
tentazioni del maligno dipendono entrambi, in ugual misura, dall’accoglienza
del vangelo.Inoltre, il versetto conclusivo della pericope evangelica
mette in luce un’altra verità perennemente valida nella
vita della Chiesa: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto,
mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con
i prodigi che l’accompagnavano”. A partire dall’Ascensione,
il Cristo è seduto alla destra del Padre, ma è contemporaneamente
operante nella Chiesa, accanto a coloro che lo servono nella testimonianza
cristiana e si impegnano nella molteplicità dei ministeri distribuiti
dallo Spirito. Ogni autentico servo di Dio non è il sostituto
di un Assente, ma in lui è Cristo stesso che continua ad annunciare
il vangelo, e a soffrire per la redenzione del mondo.
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