Is
60,1-6 “La gloria del Signore brilla sopra di te”
Sal 71/72 “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”
Ef 3,2-3.5-6 “Tutti i popoli sono chiamati, in Cristo Gesù,
a partecipare alla stessa eredità”
Mt 2,1-12 “Siamo venuti dall’oriente per adorare il re”
Il significato dell’orazione di colletta
Nella solennità dell’Epifania, collegata strettamente al
Natale, l’annuncio della nascita del Salvatore supera gli angusti
confini della Palestina, estendendosi su tutta la terra. La preghiera
di colletta, dalla quale vorremmo partire, contiene delle indicazioni
introduttive che non vanno trascurate: “O Dio, che in questo giorno,
con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio,
conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per
la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria”. L’orazione
si apre dunque con una invocazione seguita da un inciso: “O Dio,
che in questo giorno”. Indubbiamente, i liturgisti non si riferiscono
al giorno storico in cui i Magi arrivano a Gerusalemme, transitando
poi verso Betlemme dietro l’indicazione della profezia di Michea,
conosciuta nella corte di Erode. “O Dio che in questo giorno”
si riferisce all’oggi della liturgia: l’assemblea radunata
non fa memoria di un evento ormai lontano nel tempo, ma rivive nel gesto
celebrativo della Chiesa la contemporaneità dei fatti narrati.
La liturgia della Chiesa è sempre contemporanea a ciò
che celebra, e non è mai un semplice ricordo di qualcosa di antico.
Di conseguenza, la liturgia non raggiunge il suo vero obiettivo, se
i battezzati non percepiscono se stessi come contemporanei agli eventi
di salvezza, destinatari - oggi come allora - dell’annuncio del
Cristo, unico Salvatore del mondo. La contemporaneità viene ulteriormente
sottolineata dai liturgisti nel secondo inciso: “hai rivelato
alle genti il tuo unico Figlio”. I protagonisti di questo evento
non sono quindi i Magi, ma le genti, cioè noi, che non discendiamo
genealogicamente dal ceppo di Abramo, e non siamo neppure i testimoni
oculari delle cose narrate, ma celebrando l’Epifania diventiamo
contemporanei all’evento stesso. Segue un elemento di spiritualità
cristiana nel simbolo della stella: “con la guida della stella”.
La stella allude a tutte le mediazioni necessarie per arrivare a Cristo.
Il cammino verso il Cristo salvatore è sempre un cammino costruito,
aiutato e sostenuto dalle mediazioni, ovvero la Chiesa, il pastore,
i sacramenti, la Parola di Dio, la comunità, la Vergine Maria,
la quale assomma in sé tutte le mediazioni, personificandole.
Ogni autentico e duraturo cammino cristiano si radica nella fede della
Chiesa. All’invocazione iniziale segue l’effettiva richiesta
rivolta al Padre: “conduci benigno anche noi, che già ti
abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua
gloria”. Chiedere a Dio di approfondire la conoscenza di Colui
che, per fede, abbiamo già conosciuto, equivale a non illuderci
di avere raggiunto la completezza della sua conoscenza, al punto da
non aver bisogno di aggiungere alcunché alla nostra vita cristiana.
Ogni incontro vitale con il mistero di Cristo non è una ripetizione
di un’esperienza precedente, ma un ulteriore approfondimento della
gloria di Dio, senza termine per sua natura, né in questa vita
né in Paradiso, dove neppure la contemplazione diretta di Dio,
potrà esaurire la sua conoscenza. Il suo carattere infinito,
inafferrabile da qualunque mente creata, rimarrà sempre intatto
e irraggiungibile nella sua divinità; molto di più, e
a maggior ragione qui, dove la nostra conoscenza di Dio è fatta
di ombre, di simboli e di riferimenti indiretti.L’approfondimento
della conoscenza di Gesù Cristo deriva da un atto gratuito, benigno
e liberale di Dio: “conduci benigno anche noi”. Non è
una cosa dovuta. È una condiscendenza, una degnazione di Dio,
che pur potendosi fermare al primo annuncio, cioè al kerygma
basilare: “Gesù Cristo è il tuo Salvatore”,
ci conduce verso le profondità del mistero di Cristo, aprendo
altri tesori di sapienza davanti a noi. La contemplazione della gloria
di Dio è tutto l’obiettivo della vita cristiana: “conduci
benigno anche noi a contemplare la grandezza della tua gloria”.
Infatti, i beati in Paradiso compiono una sola opera: contemplano la
gloria di Dio, che è tale da riempire tutti i bisogni e i tutti
vuoti della creatura.
Lectio
Nella solennità odierna, i tre testi biblici svelano il senso
della nascita di Cristo nella prospettiva del destino dei popoli, chiamati
nel disegno di Dio a radunarsi dalla dispersione, ritrovando una nuova
unità nel Corpo di Cristo. Il profeta Isaia presenta Gerusalemme
come la meta di pellegrinaggio di tutti i popoli; in un certo senso,
essa diventa il centro del mondo, non in virtù di se stessa,
ma in virtù di una luce non sua, che tuttavia splende su di lei:
“Cammineranno i popoli alla tua luce” (v. 3). Si tratta
della luce di Dio, che si riflette sul volto della città santa.
Non è difficile cogliere dietro questa figura isaiana di Gerusalemme,
l’immagine della Chiesa: non è lei la luce, tuttavia una
luce splende e si riverbera su di lei, permettendo ai singoli, alle
comunità, alle società, ai popoli di camminare con i passi
rischiarati dalla luce del Signore. La conclusione dell’oracolo
profetico presenta un punto di contatto con la finale di Matteo: i doni
offerti dai popoli in pellegrinaggio a Gerusalemme, ovvero oro e incenso
(cfr. v. 6), compaiono nel Vangelo fra le mani dei Magi, figura dei
popoli stranieri, anch’essi chiamati, attratti dal mistero della
grotta di Betlemme, desiderosi di adorare il Re dei giudei, intuendo
che è anche il loro re. Anche il testo dell’Apostolo, nella
lettera agli Efesini, ritorna sul medesimo tema di una destinazione
universale dell’annuncio di Cristo: “Questo mistero non
è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni
come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti
per mezzo dello Spirito” (v. 5). L’Apostolo stabilisce un
confine ben preciso, che si colloca nella pienezza dei tempi, nella
quale, il mistero della volontà di Dio di radunare tutti i popoli
in un unico corpo mediante la croce del suo Figlio, viene svelato agli
apostoli, e più in generale a tutti i ministri della Parola del
NT, e non ai profeti dell’AT. La nascita di Cristo a Betlemme
rappresenta l’inizio della unificazione della famiglia umana nella
sua originaria unità, che passa attraverso la convocazione della
comunità cristiana radunata intorno al ministero degli Apostoli.
Così comincia la lettera di Paolo: “Fratelli, penso che
abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio a me affidato
a vostro beneficio” (vv. 2-3). La comunità cristiana nasce,
si costruisce e si solidifica intorno al carisma apostolico dato “a
vostro beneficio”. C’è un’unica eredità,
un unico corpo che tutta l’umanità è chiamata a
formare mediante la partecipazione alle promesse del Vangelo (cfr. v.
6).Il testo di Matteo presenta, nell’itinerario tipologico dei
Magi, la teologia del venire alla fede nelle sue diverse tappe. Significativamente,
il testo evangelico presenta l’incontro con la Parola di Dio come
successivo alla ricerca soggettiva della verità. L’atteggiamento
dei Magi, che scrutano il cielo, cercando di decodificare il linguaggio
degli elementi, e le cifre del cosmo, è simbolo della ricerca
umana o del sapere scientifico, ossia il tentativo di dare delle risposte
autentiche alle proprie domande, partendo dal basso. Il loro tentativo
di scrutare il cielo non è senza una guida divina, simboleggiata
dalla stella, indicatrice di una precisa direzione alla scienza umana.
Non sarà, però, la stella a portarli fino al punto esatto
dove Cristo è nato. L’incontro con il Cristo non è
mai determinato da qualcosa di diverso che non sia la sua Parola. Infatti,
nel momento in cui i Magi arrivano a Gerusalemme, si smarriscono e devono
chiedere agli esperti delle antiche profezie quale sia il luogo di nascita
del Re dei giudei. Evidentemente, la stella è scomparsa dal loro
orizzonte, altrimenti non ci spiegheremmo questo loro interrogativo:
la fatica umana di rispondere alle proprie domande, insomma, è
la base iniziale, ma non è tutto. I re d’Oriente potranno
riprendere il cammino, sicuri della meta, solo dopo avere ascoltato,
dalle labbra dei sacerdoti, la Parola del profeta Michea: “E tu,
Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo
di Giuda” (v. 6). È sufficiente la conoscenza di un solo
versetto per illuminare totalmente il cammino dei Magi, i quali procedendo
ormai sicuri verso Betlemme, incontreranno il Cristo bambino. Il percorso
dei Magi, venuti da lontano per avere prestato fede al chiarore della
stella, rappresenta dunque un itinerario di fede, che inizia con una
onesta riflessione sui fenomeni che si osservano nell’al di qua.
La seconda tappa del cammino di fede è rappresentata invece dall’ingresso
vitale nella Parola. Ovvero: dalla ricerca scientifica alla meditazione.
Il chiarore della luce della ragione deve essere potenziato dal chiarore
della Parola di Dio, scrutata, interrogata e compresa in tutte le sue
sfumature. Dopo l’ingresso dei Magi nello spessore della Parola,
il loro cammino prosegue nella direzione indicata non più dalla
luce della stella, ma dalla sapienza delle Scritture. Se la luce della
ragione umana li aveva attirati fino ai pressi di Betlemme, la luce
della Parola di Dio li conduce fino al luogo esatto della presenza personale
di Cristo. Avendo conosciuto le Scritture, occorre mettersi in cammino
nella direzione indicata dalla Parola, e strada facendo la stella riappare
di nuovo (cfr. v. 9). Così, la luce delle Scritture si affianca
alla luce della conoscenza umana, che include, oltre alla propria riflessione
sulla vita, anche i dati raccolti dalla testimonianza della comunità
cristiana e della testimonianza di chi incarna e vive fino in fondo
la Parola. In tal modo, i Magi: “videro il bambino con Maria sua
madre” (v. 11). Va notato qui che la Parola di Dio non costituisce
la meta definitiva: il punto di arrivo è l’incontro con
la persona viva di Gesù Cristo. Attraverso l’accoglienza
della testimonianza cristiana, dell’insegnamento delle Scritture
scrutate quotidianamente, e facendo della Parola la lampada ai propri
passi (Sal 118,105), si giunge all’incontro personale con Cristo,
e con Lui c’è sempre Maria, sua Madre. Dio, nella sua infinita
sapienza, ha disposto che il nostro itinerario verso il Figlio sia orientato
da un chiarore, da una stella. Se facciamo memoria del momento iniziale
del nostro cammino di fede, l’incontro con il Maestro non è
avvenuto in maniera autonoma e indipendente, ma in seguito alla decisione
di seguire l’indicazione di una stella, che ci ha condotti fino
a Lui. Stella che brilla sul cammino verso Cristo è certamente
la testimonianza cristiana del singolo battezzato che vive bene la sua
fede, ma è anche il chiarore emanato da una comunità cristiana
che, nella sottomissione alla Parola, acquisisce l’immagine dell’uomo
celeste (cfr. 1 Cor 15,49) e lascia in qualche modo trasparire Cristo
da sé, facendolo “vedere” (cfr. Gv 12,21). È
però un dono di grazia poter “vedere” questo chiarore
emanato dalla comunità cristiana, capace di dissipare l’oscurità
e la nebbia che avvolge la vita quotidiana. Chi non crede al chiarore
di questa stella e non prende sul serio la scia lasciata da questa cometa,
si smarrisce nella notte (cfr. Gv 13,30). Infatti, Erode è figura
tipologica di chi ritiene di dovere difendere da Cristo la propria vita,
i propri progetti, il proprio pensiero, i propri beni, i propri affetti.
In questo modo impedisce a se stesso di conseguire i benefici messianici.Il
testo di Matteo sottolinea anche un altro aspetto, che in altre forme
tornerà nel corso della vita pubblica di Cristo: l’importanza
della sua nascita, il valore salvifico della sua presenza è stranamente
ignorato da chi vive vicino a Lui ma colto da persone geograficamente
lontane, che devono percorrere un lunghissimo itinerario, certamente
non facile e rischioso, prima di arrivare fino a Lui. Al contrario,
gli abitanti di Gerusalemme, non solo restano indifferenti alla sua
nascita, ma persino si turbano e meditano di eliminarlo (cfr. v. 3).
Cristo, nella sua vita adulta e nel suo ministero pubblico, si troverà
dinanzi a questo stranissimo paradosso: saranno i lontani, la gente
ritenuta senza Dio, coloro che più frequentemente dimostreranno
una fine capacità di cogliere l’importanza del suo passaggio,
e non i sacerdoti del Tempio, non gli scribi o i farisei, esperti del
sacro. Questo paradosso ritorna anche nell’esperienza della Chiesa
e nel ministero della Parola, laddove di nuovo ci sono dei magi che
percorrono molti chilometri per ascoltare la Parola di Dio, mentre gli
abitanti di Gerusalemme, che hanno la grazia sotto casa, non sentono
il bisogno di scendere una rampa di scale, per attingere la Vita.La
stella ricompare non appena i Magi giungono a Betlemme (cfr. v. 9):
la Parola di Dio dà l’indicazione giusta, senza tuttavia
esimere l’uomo dal continuare ogni personale ricerca. Nel cenacolo,
il Maestro dirà di essere la via, oltre che la verità
e la vita (cfr. Gv 14,6); infatti, la via esiste in quanto è
percorribile. La verità di Cristo equivale a una via: la nostra
conoscenza di Lui cresce come si progredisce nel percorre una via, nella
misura in cui ci inoltriamo nelle profondità dei suoi misteri.
Così l’itinerario geografico si trasforma in un itinerario
interiore: i Magi hanno camminato geograficamente fino a Betlemme, dove
sperimentano l’incontro personale col Figlio di Dio; di conseguenza,
da Betlemme in poi, il loro viaggio diventa un pellegrinaggio interiore
su quella via che è la verità di Cristo.L’incontro
con Cristo è un punto di partenza, in cui il battezzato viene
coinvolto nel dinamismo di un cammino, in parte percorso di giorno e
in parte di notte, il cui punto culminante è la perfezione della
carità, meta della santità cristiana.Le caratteristiche
del pellegrinaggio dei Magi verso Gesù neonato possono essere
ulteriormente lette nella chiave della teologia spirituale, dove il
cammino di conversione non è un fenomeno istantaneo, ma un processo
di ricerca, talvolta difficile, faticoso, non sempre gratificante, in
cui a volte scende l’oscurità a rendere incerto il cammino.
In tal senso, la scomparsa della luce della stella, che i Magi sperimentano
in prossimità della città di Gerusalemme, diviene figura
della notte oscura tra la prima e la seconda conversione, tappe costanti
del pellegrinaggio dell’anima verso l’unione piena con Dio.
Il cammino dei Magi prevede evidentemente due tappe: la prima, dalla
loro lontananza orientale a Gerusalemme con l’esperienza della
scomparsa della stella, simbolo della notte oscura; la seconda tappa,
da Gerusalemme fino a Betlemme, dove si realizza l’incontro personale
con Cristo. Nell’insieme costituiscono la cifra di quelle tappe
che ogni battezzato deve percorrere per giungere fino all’unione
piena. La notte oscura non dura per sempre: quando essi partono da Gerusalemme,
ritrovano di nuovo la luce di quella stella particolarmente luminosa,
ritenuta dagli astronomi come un effetto raro della congiunzione di
Giove e di Saturno nella costellazione dei Pesci: “Ed ecco la
stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva… Al vedere
la stella, essi provarono una grandissima gioia” (vv. 9-10). Non
potremmo comprendere il senso di questa grandissima gioia, se non fosse
perché essi pensavano di avere perduto per sempre il segno orientativo
del loro cammino quando, con la scomparsa della stella, essi sperimentano
la loro notte oscura. Dobbiamo ancora osservare la differenza che l’evangelista
Matteo non manca di sottolineare tra il primo e il secondo pellegrinaggio
dei Magi, cioè tra la prima e la seconda conversione. Nella prima
conversione, essi non conoscono ancora la gioia, parola citata dall’evangelista
soltanto durante il secondo pellegrinaggio: “Al vedere la stella,
essi provarono una grandissima gioia” (v. 10). I Magi scoprono
l’autentica gioia proprio in questo processo di avvicinamento
non alla Parola scritta, come era accaduto nella prima conversione:
“Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava
da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: ‘A
Betlemme di Giudea, perché così è scritto’”
(vv. 4-5), ma alla Parola vivente, cioè Cristo in persona. Ben
diverso, infatti, sarà l’incontro con la Parola nel secondo
pellegrinaggio, nella seconda tappa del loro cammino: “Entrati
nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre” (v. 11). La
seconda conversione conduce a una diversa esperienza della Parola, la
quale si rivela come Parola vivente ed efficace, capace di orientare
dall’interno la vita dell’uomo. Nel primo pellegrinaggio
i Magi vengono orientati da indicazioni di percorso esteriori, quali
la luce della stella, ma soprattutto le Scritture: “Gli risposero:
‘A Betlemme di Giudea, perché così è scritto’”
(v. 5). Quando, nel secondo pellegrinaggio, i Magi incontrano la Parola
vivente, nel bambino che è lì con Maria sua Madre, accade
qualcosa di diverso, indicato con grande acutezza dall’evangelista
Matteo: “Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra
strada fecero ritorno al loro paese” (v. 12). Non è più
uno scriba che esteriormente indica il percorso desumendo dalla Parola
scritta un’indicazione utile; adesso i Magi sembrano avere acquistato
un orecchio da iniziati, e sono in grado di essere guidati da una Parola
che risuona dentro di loro. Questa Parola apre i loro occhi al discernimento
e garantisce un cammino dove non si inciampa, perché la luce
interiore dello Spirito è capace di smascherare tutte le insidie
del nemico, prima non conosciute. Infatti, quando i Magi ascoltavano
con le orecchie del corpo erano disposti a fidarsi di Erode: “li
inviò a Betlemme esortandoli: ‘Andate e informatevi accuratamente
del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché
anch’io venga ad adorarlo’. Udite le parole del re, essi
partirono” (v. 8). Matteo non riporta alcuna perplessità
da parte dei Magi nei confronti del re; essi non hanno motivi per non
fidarsi. Chiedono apertamente, e senza sospetti, delle indicazioni sulla
nascita del principe ereditario. Ma l’evangelista avverte il lettore
di un pericolo che i Magi non conoscono ancora: “il re Erode restò
turbato e con lui tutta Gerusalemme” (v. 3). Comprendiamo dunque
il motivo per cui la seconda conversione sia giustamente definita anche
come “via illuminativa”, perché si tratta di una
illuminazione interiore, dove comincia a realizzarsi la Parola stupenda
pronunciata dall’Apostolo Paolo: “Tutti quelli infatti che
sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio”
(Rm 8,14). Va notato infine che i Magi “per un’altra strada
fecero ritorno al loro paese” (v. 12). Dopo l’incontro con
Cristo, le vie dell’uomo cambiano. Diventano sempre nuove, anche
quando – come nel caso dei Magi – si debbano raggiungere
le stesse mete, ma i percorsi sono suggeriti dallo Spirito di Dio, liberissimo
e sempre nuovo.
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