"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Prima di entrare nel vivo dei testi biblici odierni, occorre precisare che la liturgia della Parola prevede una variazione della prima lettura nell’anno A, inserendo Is 4,2-6 al posto di Is 2,1-5, che viene già letto nella liturgia domenicale del suddetto anno liturgico. Il cambiamento della prima lettura era perciò necessario per evitare la ripetizione dello stesso testo dalla Domenica al Lunedì successivo. Ci soffermeremo a parte su questo testo aggiuntivo.
Iniziamo dalla prima lettura degli anni liturgici B e C.
In questo testo comincia a delinearsi davanti ai nostri occhi il cammino dell’Avvento: “Venite, saliamo al monte del Signore” (v. 3). I due verbi che compaiono in questo versetto, meritano una certa attenzione, perché definiscono il cammino dell’Avvento e ne indicano alcuni tratti peculiari. Un primo tratto peculiare dell’Avvento consiste nel fatto che il nostro cammino per incontrare il Cristo bambino, non è un cammino solitario, ma è un cammino di Chiesa, è la comunità che si muove verso di Lui per incontrarlo. Il verbo imperativo al plurale: “Venite”, esprime la necessità dell’uscita dai perimetri chiusi dei nostri appartamenti, la necessità di cercare insieme e non come avventurieri isolati l’incontro col Cristo che viene. Il primo elemento caratteristico del nostro cammino di Avvento, del nostro pellegrinaggio verso la grotta di Betlemme, è quindi l’ecclesialità: Cristo si mette in relazione prima di tutto con la comunità cristiana, ed è nella fede della Chiesa che Egli ci viene incontro; senza la mediazione della Chiesa, l’incontro con Cristo non è pieno né completo. Questo verbo ha anche una seconda sfaccettatura. Accanto all’aspetto ecclesiale e comunitario, esso ha anche il sapore di un invito: “Venite”. L’avvento sarà caratterizzato da molti inviti, da momenti di liturgia e di ascolto, da momenti di annuncio e da liturgie penitenziali. La disponibilità ad accogliere l’invito della Chiesa, che scandisce con le sue proposte le tappe del cammino verso la grotta di Betlemme, è un elemento importante. Lungo le tappe dell’Avvento, Dio stesso ci convoca per prepararci all’incontro con il suo Figlio prediletto.Il secondo verbo è “Saliamo”. A che cosa potrà riferirsi questo verbo? Soltanto alla posizione del tempio di Gerusalemme collocato in alto? O forse si riferisce anche al fatto che il nostro cammino verso Cristo è un cammino in salita? Fin dall’inizio del nostro pellegrinaggio verso Betlemme, veniamo avvisati e resi consapevoli del fatto che questo movimento verso il Cristo è una strada in salita, un cammino che perciò esige tenacia, fedeltà e fatica. Questo cammino, pur faticoso e in salita verso la santità, ha tuttavia una mèta stupenda, per la quale vale la pena di affrontare qualunque difficoltà e qualunque fatica. Ciò che ci aspetta aldilà di questo sentiero in salita è Cristo stesso, termine di tutti i nostri desideri, in cui dimora la pienezza della divinità. In Lui troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno, come gli Israeliti trovavano nella manna del deserto ciascuno il gusto che desiderava sentire, fino a quando la nostalgia delle cipolle d’Egitto non rese il loro palato così grossolano da saper più non gustare la manna. Tutti i doni che Dio poteva farci sono racchiusi nel Corpo di Cristo, che presto contempleremo nella forma di un Bambino. Questo è il vero tempio del Signore verso cui camminiamo.
Il profeta specifica anche le motivazioni interiori che devono sostenere questo cammino in salita. Non c’è infatti nessuna fatica che possa essere sostenuta a lungo, quando mancassero le motivazioni interiori. Le motivazioni indicate dal profeta sono racchiuse in questo versetto chiave: “Perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Le motivazioni interiori sono rappresentate dalla disponibilità a riorientare la propria vita secondo le indicazioni che alla grotta di Betlemme riceveremo. Questo cammino sarebbe infatti inutile se, dopo essere giunti alla grotta, la nostra vita continuasse a procedere nelle sue vecchie vie, le nostre vie, anziché sulle sue. Il tema della conversione dovrà risuonare con forza e sostanziare le nostre motivazioni interiori per avere la forza di procedere fino alla grotta di Betlemme, e per ripartire da essa avendo imboccato le sue vie e i suoi sentieri. Il risultato finale sarà la pace e la trasformazione degli strumenti di distruzione in strumenti di progresso.
La Chiesa, in questo primo giorno dell’Avvento, pone sotto i nostri occhi un episodio evangelico che esprime un insegnamento sulla fede; questa scelta non poteva essere più felice dal momento che l’incontro dell’umanità con il Signore Gesù, occasionato tanto dalla nascita umana quanto dal suo ritorno alla fine dei tempi, nella gloria del Padre, non può non avvenire se non nella fede. Ed è per questo che fin dall’inizio della prima settimana di Avvento siamo ricondotti dalla liturgia della Parola a questo tema fondamentale per la vita cristiana; l’insegnamento odierno sulla fede è rappresentato dalla figura del centurione romano, simbolo premonitore dell’accoglienza che il vangelo riceverà al di là dei confini d’Israele, mentre Israele si chiuderà sempre di più alla predicazione apostolica.
L’episodio della guarigione del servo del centurione ha una caratteristica particolare su cui desideriamo soffermare la nostra riflessione; il centurione viene lodato da Cristo con queste parole “In Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande”. Non si tratta soltanto di una professione di fede esplicita, ma di una fede molto più grande di quella di cui il popolo eletto si era dimostrato capace. Ciò significa che non ogni genere di fede è ugualmente gradita a Dio. Certamente anche Israele ha fede, ma la fede del centurione possiede un qualcosa di più. La parola “fede” indica indubbiamente una molteplicità di atteggiamenti e tutti esprimono la credenza che Dio può ciò che vuole, ma c’è una fede che gli è particolarmente gradita, ed è la manifestazione più autentica della fede teologale, che si personifica evangelicamente non solo nella figura del centurione, ma anche in quella della donna cananea, straniera anch’essa; Gesù le dice qualcosa che richiama le sue parole riferite al centurione: “O donna, davvero grande è la tua fede” (Mt 15,28). Anche qui Gesù definisce con lo stesso aggettivo un atteggiamento che non è semplicemente di fiducia in Lui, ma è una fiducia portata ad un certo livello di qualità. Ed è appunto questo livello ciò in cui consiste la fede teologale propriamente detta. Rileggendo il testo ci accorgiamo che il centurione compie innanzitutto un atto di umiltà, ed è da qui che prende le mosse l’insegnamento sulla fede. L’insegnamento sulla fede riguarda il fatto che il centurione rinunci a constatare personalmente l’azione salvifica di Cristo dentro la sua casa.
Quando Gesù gli dice: “Io verrò e lo curerò”, il centurione risponde: “Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola”. Questo particolare ci riporta all’atteggiamento proprio del discepolato, descritto in Luca 5, a proposito dell’episodio della pesca miracolosa, dove si verifica una situazione analoga che ha l’Apostolo Pietro per protagonista; dopo avere pescato tutta la notte e non aver preso nulla, la perizia del pescatore, e l’evidenza dei fatti, avrebbero portato chiunque a ritenere assurdo un ulteriore tentativo. Tuttavia, in un momento di particolare ispirazione, Pietro avverte che la Parola di Cristo non perde la sua infallibile verità, anche quando sembra essere smentita dai fatti: “Sulla tua parola getterò le reti”. I fatti concreti, che rappresentano l’ultima dimostrazione di ogni ragionamento umano, non hanno nessun peso dimostrativo dinanzi alla Parola di Dio; essa, infatti, se così vuole Dio, può cambiare, o addirittura capovolgere, in un istante qualunque dato di fatto.
Il centurione dimostra l’alta qualità della sua fede, nel momento in cui rinuncia a verificare personalmente l’opera di Cristo, bastandogli solo la sua Parola. Quindi, vi sono due possibili esperienze della fede: vi è una fede supportata dalla percezione che Dio sta operando nella mia vita; ma un tal genere di fede è alquanto imperfetta, perché non è quella fede che ha meritato la lode di Cristo. Vi è, invece, la fede che non si appoggia ad alcuna verifica o evidenza dell’azione di Dio, ed è questa la fede teologale nel senso più genuino della parola. L’atto di rinuncia a verificare personalmente l’azione di Cristo nella propria vita, fidandosi ciecamente della Parola, è l’atto di fede portato al suo livello più alto, in quanto non ha un riscontro diretto nell’esperienza quotidiana; nell’esperienza concreta, e sotto gli occhi del centurione, c’è solamente il suo servo gravemente malato; nel suo cuore c’è solo la parola pronunciata da Cristo. Nient’altro. La vera fede è di chi sa muoversi nel cammino cristiano solo sulla Parola di Cristo, e non sulla conferma derivante dagli eventi. Questa è la fede del centurione; questa è la fede della cananea, la quale, mentre Cristo la respinge, continua a pregare e a chiedere la guarigione della figlia, senza dare alcun peso all’evidenza di una invocazione apparentemente non ascoltata. Dobbiamo adesso spendere qualche parola sul testo della prima lettura sostitutiva dell’anno A. La pericope di Isaia 4,2-6, si può dividere in due parti principali: la prima è costituita dalla promessa messianica, rappresentata simbolicamente dal “germoglio del Signore” (v. 2); la seconda, annuncia un’azione divina di purificazione, dinanzi alla quale soltanto un resto potrà sussistere (vv. 3-6). Compiuta la purificazione, la gloria del Signore può posarsi sul monte Sion. E’ abbastanza chiaro l’insegnamento contenuto in queste due parti: la venuta del Messia pone un vaglio in mezzo agli uomini, così che ciascuno viene a trovarsi a un punto discriminante. Il Cristo del vangelo si presenta infatti Egli stesso come l’elemento discriminante della storia, ossia un segno di contraddizione che svela i pensieri dei cuori (cfr. Lc 2,34-35). In sostanza, ogni essere umano anticipa il giudizio finale nella posizione che prende verso Colui che il Padre ha mandato nel mondo. La menzione del “resto santo” (v. 3) sottolinea quindi ciò che rimane dell’umanità vagliata dal Messia, ma allude anche al mistero della non accoglienza del Figlio di Dio venuto in questo mondo.

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