| La
liturgia della Parola odierna ruota interamente intorno al tema dello
Spirito come dono del Messia; Egli, che possiede la pienezza carismatica,
è anche in grado di comunicarla, rendendone partecipi tutti coloro
che lo incontrano nella fede. Il tema dello Spirito dato al Messia si
presenta fin dalle prime battute del testo del profeta Isaia, dove si
parla del germoglio di Iesse, simbolo appunto del Messia venturo; subito
si aggiunge: “su di Lui si poserà lo Spirito del Signore”.
Ma anche il brano evangelico, tratto dal capitolo 10 del vangelo di
Luca, comincia in una maniera analoga: “In quel tempo Gesù
esultò nello Spirito Santo”. Il tema dello Spirito, come
dono messianico, è perciò indubitabilmente il tema centrale
dell’insegnamento odierno; e il suo specifico è la comunicazione
dello Spirito all’umanità da parte del Messia. Infatti,
il testo di Isaia oggi si apre con l’immagine dello Spirito che
si posa con la sua pienezza carismatica sul principe ereditario, virgulto
del tronco di Iesse, e si chiude con l’immagine dello Spirito
che riempie tutto il paese come le acque ricoprono il mare; in tal modo
si viene a stabilire un parallelismo tra la pienezza dello Spirito,
che si posa sulla persona del Messia, e la pienezza dello Spirito che
si posa sulla creazione, rinnovata dal soffio carismatico comunicato
dal Messia stesso. Anche il vangelo sembra muoversi sullo stesso duplice
piano: da una parte lo Spirito fa esultare Cristo nella preghiera di
lode, e dall’altra si menziona la comunicazione, da parte di Lui,
della sua esperienza filiale, determinata appunto dallo Spirito. Abbiamo
così la preghiera di lode di Cristo: “Gesù esultò
nello Spirito e disse: Ti rendo lode, Padre”, e al contempo il
coinvolgimento dell’umanità nel mistero trinitario, un
coinvolgimento determinato dalla scelta e dall’opera del Figlio;
il suo carattere di unico mediatore emerge inequivocabilmente dalle
sue stesse parole: “Nessuno sa chi è il Padre se non il
Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. Al Figlio
è dunque affidata la rivelazione del Padre, ma anche il discernimento
relativo al “chi” e al “quando” di tale rivelazione.Dunque,
il vangelo odierno si muove su due binari: da un lato, lo Spirito Santo
riempie il Messia e gli dà una irripetibile esperienza filiale,
dall’altro lato, la volontà del Messia di coinvolgere tutta
l’umanità e tutta la creazione nel suo personale slancio
d’amore verso il Padre, e ciò avviene precisamente nella
comunicazione del suo Spirito, che riempirà la terra come le
acque ricoprono il mare.Riprenderemo più avanti l’analisi
della pericope evangelica odierna.Tornando al testo di Isaia, diciamo
che lo Spirito Santo si presenta come il centro direttivo della personalità
del Messia, quando afferma che Egli non giudicherà secondo le
apparenze; non è dunque la sua esperienza umana che gli suggerirà
giudizi e decisioni, bensì lo Spirito con la sua pienezza carismatica.
Lo Spirito sarà infatti presentato dall’Apostolo Paolo
come Colui che scruta le profondità dell’uomo. Il Messia,
che cammina nella pienezza dello Spirito – e con Lui tutti coloro
che ricevono il battesimo nello Spirito -, non si lascia traviare o
ingannare dalle apparenze. Lo Spirito è luce di discernimento
e dà a chi lo accoglie uno sguardo penetrante, una effettiva
capacità di saggiare la provenienza degli spiriti e una conoscenza
sicura di ogni macchinazione diabolica. Cosicché, il mondo delle
apparenze non è più capace di esercitare la sua fascinazione
sull’uomo che vive nella pienezza carismatica del Messia. Lo Spirito
di Dio, che guida la persona del Messia, lo rende libero dalle decisioni
prese per sentito dire; così siamo introdotti a un tema strettamente
connesso a quello dello Spirito: il tema della libertà. Chi si
lascia muovere dallo Spirito è un uomo libero dalle cose, dalle
persone, dalle circostanze, dai giudizi altrui. Qual è dunque
quella forza che spezza tali catene micidiali, che rendono schiava una
persona? E’ appunto la pienezza carismatica. Quando lo Spirito
si sostituisce al pensiero carnale e diventa il centro direttivo dell’uomo,
allora si ha la nascita di una persona libera. Nessuno di noi può
dirsi evangelicamente “libero”, finché esiste una
sola persona o un solo oggetto capace di influire sulla nostra felicità.
Cristo è il prototipo di quegli uomini che sono liberi perché
mossi dallo Spirito. Il suo atteggiamento da uomo libero è descritto
con esattezza dai suoi nemici, anche se con un intento malvagio: “Maestro,
sappiamo che … non hai soggezione di nessuno, perché non
guardi in faccia ad alcuno” (Mt 22,16). A Cristo importa solo
il giudizio di Dio; gli uomini dicano pure quello che vogliono, ma l’uomo
di Dio procede dritto dinanzi a sé, senza guardare né
a destra né a sinistra.C’è ancora un altro elemento
che Isaia sottolinea nel testo della prima lettura odierna, cioè
il collegamento necessario tra la Parola e lo Spirito. Nel momento in
cui la Parola del Messia viene lanciata nell’atmosfera, tale Parola
è carica del suo Spirito, e perciò è efficace come
un’opera: essa somiglia ad una verga che percuote e uccide l’empio.
Ma come potrebbe uccidere l’empio che è in noi, se non
in forza dello Spirito operante nella Parola? E’ infatti proprio
questa la realtà della predicazione apostolica, che fa eco alla
Parola pronunciata una volta dal Messia, perpetuandola così nei
secoli. Tale Parola produce quello che dice, perché attinge all’efficacia
dello Spirito creatore. La Chiesa esiste come una comunità ricolmata
dalla pienezza dello Spirito; proprio questa pienezza pneumatica, che
caratterizza la vita della comunità cristiana, è l’atmosfera
nella quale la Parola di Cristo si svela come Parola efficace e non
come puramente informativa. La Parola di Cristo, annunciata dalla Chiesa
nello Spirito, colpisce come una verga e uccide l’empio, ossia
quella parte di noi stessi che non è ancora illuminata dalla
grazia. A questo punto, comprendiamo anche il significato delle parole
che Cristo rivolge ai suoi discepoli nel contesto dell’ultima
cena secondo Giovanni: “Voi siete già mondi per la Parola
che vi ho annunziato” (Gv 15,3). Con questa espressione, Cristo
sembra riferirsi alla sua Parola intesa come forza di purificazione
della coscienza. L’ascolto della Parola di Dio, annunciata nello
Spirito, è già essa stessa un’esperienza di purificazione,
in quanto l’empio che è in noi, con i disordini dell’uomo
vecchio, viene ucciso. E dalle sue ceneri rinasce l’uomo nuovo,
modellato dalla Parola a immagine di Cristo. Il testo continua descrivendo
la creazione riportata agli equilibri delle origini; lo Spirito effuso
dal Messia sul mondo non rinnova soltanto gli uomini ma anche l’intero
cosmo, ripristinando gli ordinamenti perfetti stabiliti dal Creatore
all’alba della creazione. Così, le varie immagini di pace
cosmica e l’accostamento di elementi che nella natura da noi conosciuta
combattono tra loro – il lupo e l’agnello, la pantera e
il capretto -, indica l’opera di restauro dell’ordinamento
della creazione operato da Dio nei tempi messianici. Infatti, sarà
appunto lo Spirito che, riempiendo il paese - e in primo luogo è
la comunità cristiana il paese riempito dallo Spirito –
getterà il germe della creazione nuova che il popolo cristiano
attende nella speranza. Il testo del vangelo odierno riprende questi
stessi temi già evidenziati in Isaia 11. Lo Spirito Santo vi
viene presentato come Spirito del Figlio. Cogliamo tra le righe di questo
testo come il rapporto tra il Cristo storico e il Padre sia un rapporto
determinato dalla pienezza dello Spirito. E’ lo Spirito che muove
il cuore umano di Cristo verso la lode, è ancora lo Spirito che
spinge la Chiesa verso la preghiera liturgica rivolta al Padre. Cristo
comunica al popolo cristiano i suoi stessi sentimenti per mezzo dello
Spirito, e lo fa quando vuole, nella sua assoluta e sovrana libertà
di scelta; il Padre, infatti, gli ha affidato tutto. Nessuno sa chi
è il Padre se non il Figlio; il Figlio conosce perfettamente
il Padre e lo rivela a chi vuole. Subito dopo, però, Cristo si
rivolge ai suoi discepoli, in disparte, lasciando così intendere
che proprio loro sono i destinatari di questa scelta libera, per la
quale Cristo comunica la conoscenza del Padre nell’esultanza della
lode che si innalza nello Spirito Santo, richiamandoli su un piccolo
particolare, che ci sembra di grande eloquenza anche per noi: “Beati
gli occhi che vedono ciò che voi vedete, vi dico che molti profeti
e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete ma non lo videro
e udire ciò che voi udite ma non udirono”. Cristo ci richiama
insomma alla presa di coscienza della novità dei tempi che noi
stiamo vivendo, tempi che non sono paragonabili a nessuna fase del passato,
perché Dio non è mai stato così vicino all’umanità
come dal momento della nascita umana di Cristo. E’ Lui stesso
che richiama i discepoli a non perdere di vista questa realtà
che mette nelle nostre mani delle ricchezze tali e dei doni di grazia
che generazioni e generazioni hanno desiderato senza ottenere nulla.
Adesso, nella pienezza dei tempi, sono state date proprio a noi, con
infinita e divina generosità. Non siamo dunque mai autorizzati
a lasciar entrare nel nostro spirito alcuna forma di scontentezza o
di delusione, perché sarebbe come negare i doni messianici di
cui il battesimo ci ha arricchiti. Ciò si verifica quando, nella
vita cristiana, si cessa di guardare in alto e si comincia a guardare
verso una direzione sempre più bassa, venendo così irretiti
in una selva di piccinerie e di meschinità, mentre dinanzi a
noi, a una certa altezza, splende la gloria di Dio sul volto di Cristo,
che nessuno ha mai potuto contemplare nel passato. Perfino i profeti
e i re hanno desiderato udire la sua Parola e non l’udirono, essere
alla sua Presenza eucaristica, senza poter mai godere di tanta intimità
divina. Adesso, tutto questo è stato consegnato a noi, e perciò
siamo giustamente invitati a non perderne di vista l’altissimo
valore, facendo sì che le piccinerie e le meschinità della
vita quotidiana non vengano mai a oscurare questa luce divina che splende
costantemente nell’oscurità.
|