"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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I due testi odierni si corrispondono nell’inquadratura locale che è il pianoro di un monte (cfr. Is 25,6 e Mt 15,29), dove Dio convoca l’umanità per un banchetto costituito da un cibo dato direttamente da Lui. Qui si congiungono due immagini bibliche della comunione con Dio: il monte, che è il luogo dell’appuntamento con Dio, la presa di distanza dal clamore del mondo, per ascoltare Dio, e il banchetto, la condivisione della stessa mensa con Dio, in segno di intima amicizia. Il monte e il banchetto compaiono insieme, sia nella prima lettura che nel vangelo. Nello stesso tempo, la comunione con Dio è sorgente di una vita piena: in Isaia si parla di eliminazione delle lacrime e della morte, mentre, nel vangelo, l’incontro con Cristo sul monte, risana ogni genere di malattia.Il testo evangelico ci riporta al tema della fede mediante un dittico. Il testo di Matteo stabilisce infatti un particolare contrasto tra due quadri; il primo quadro è costituito da una serie di guarigioni che portano la folla a glorificare il Dio d’Israele: “Attorno a Lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì” (vv. 30-31). Il secondo quadro è quello di una convocazione dei discepoli, ai quali Gesù dice: “sento compassione di questa folla non li voglio rimandare via digiuni; ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada” (v. 32). All’affermazione di Cristo i discepoli rispondono, manifestando la loro incomprensione delle parole del Maestro e, soprattutto, svelando la loro mancanza di autentica fede: “dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?” (v. 33). I discepoli si portano dentro una persistente pesantezza umana e si aprono con difficoltà al mistero di Cristo. Sicché rimaniamo stupiti da quest’ultimo quadro: sotto gli occhi dei discepoli, Cristo ha ridato la salute a una folla di malati; adesso a nessuno di loro viene in mente che un suo comando come può guarire un uomo, allo stesso modo può procurare il cibo per chi ha fame. I discepoli dimostrano di avere un atteggiamento contrario a quello del centurione (cfr. Mt 8,5-11), che rinuncia a verificare personalmente l’azione salvifica di Cristo, fidandosi unicamente della sua Parola; i discepoli, che hanno visto l’azione di Cristo sui malati, invece di fissare lo sguardo sul potere di Cristo, lo fissano solamente su ciò che manca. La carenza di cibo in un luogo deserto è per loro l’ultima parola, cioè la parola delle evidenze, mentre Cristo dimostra che la sua Parola è più vera di qualunque evidenza. Il contrasto è molto forte, ma implica realmente una mancanza di fede da parte dei discepoli. Su questo punto la definizione del testo di Isaia ci sembra molto puntuale e veritiera, quando dice che “Dio strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli”; in realtà, quando la nostra mente non è illuminata dalla fede, c’è un velo dinanzi ai nostri occhi che ci impedisce di vedere lo splendore dell’opera di Dio e le meraviglie di cui quotidianamente Egli ci circonda; ci accorgiamo solo di quello che manca, e non ci sfiora la mente l’idea che Cristo riempie tutto nella potenza dello Spirito. C’è come un velo dinanzi ai nostri occhi. Dove la fede langue, l’azione di Satana ci impedisce di vedere di quante cose splendide noi siamo circondati; ce ne fa vedere una sola, che è negativa, e così occupa tutto lo spazio della nostra percezione, senza lasciare adito alla fede. I discepoli vedono il luogo deserto intorno a sé, vedono che non c’è pane, e deducono che è assolutamente impossibile trovare il modo di sfamare quella folla, pur avendo visto poco prima gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano, i ciechi che vedevano. Gli unici ciechi che non hanno acquistato la vista in realtà sono loro, cioè la vista più importante, quella che è necessaria per vedere le opere stupende di Dio: la fede teologale.

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