| La
Parola di Dio odierna mostra una particolare unità tematica.
Al suo centro sta il tema della consolazione di Dio, che si specifica
in alcuni atti come l’ascolto della preghiera del popolo, la prosperità
della terra, la guarigione dei malati e il raduno dei dispersi. Tutto
questo si coglie sia nella prima lettura, sia nel salmo 146, sia nel
vangelo di Matteo. L’attesa del Signore che sta per venire, nascendo
come uomo, è un’attesa carica di speranze, e per questo
il salmo 146 viene introdotto dal ritornello: “Beati coloro che
aspettano il Signore”. Infatti, solo quelli che si accostano a
Dio, aspettandosi tutto da Lui, possono sperimentare la sua salvezza.
C’è chi passa da un Natale all’altro, e da una Pasqua
all’altra, senza attendersi niente da Dio, e perciò nulla
riceve, perché nulla attende.Quest’oggi la Parola di Dio
ci invita innanzitutto a scavare dentro di noi per fare spazio alle
speranze poste in Dio. Il Signore risponderà alle nostre aspettative
nella misura in cui attendiamo qualcosa da Lui, così come un
padre, per non deludere il figlio, che per il compleanno si aspetta
da lui un preciso regalo, percorrerebbe mari e monti pur di farglielo
trovare. E se anche un essere umano può avere dei limiti nel
rispondere alle aspettative dei propri figli, non c’è nessuna
paura che Dio possa essere messo in difficoltà dalle nostre speranze.
Anzi, a paragone dei doni che Egli ha in serbo per noi, le nostre speranze
sono sempre troppo piccole.Il testo odierno del profeta Isaia ci dà
alcune piste per comprendere anche che tipo di aspettative dobbiamo
avere nei confronti di Dio. Infatti, alcune aspettative sono buone ma
non conformi alla sua volontà, altre sono buone ma non strettamente
necessarie, altre ancora sono apparentemente buone dal nostro punto
di vista ma nocive dal punto di vista di Dio. Il Signore non risponderà
certamente a delle aspettative che sono buone solo ai nostri occhi ma
non ai suoi. La Parola di Dio ci viene in soccorso, perché noi
non fatichiamo invano, scavando dentro di noi gli spazi di aspettative
erronee.
Attraverso il profeta Isaia ci viene detto che l’aspettativa principale
che dobbiamo avere è la guarigione della vista interiore, ossia
aprire gli occhi della fede sulla presenza del Maestro: “I tuoi
occhi vedranno il tuo Maestro, i tuoi orecchi sentiranno questa parola
dietro di te” (Is 30,20-21). Dobbiamo stare ben attenti all’espressione
utilizzata dal profeta. La Parola: “Questa è la strada
percorretela” (v. 21), risuona dietro e non davanti. Il risuonare
della Parola “dietro” di noi indica il carattere indiretto
della rivelazione e dell’insegnamento del Maestro, che parla non
mediante la sua Presenza fisica ma mediante i segni e gli strumenti
che Lui ha stabilito come canali della sua autorivelazione. Nella Chiesa
non è possibile vedere direttamente il Cristo risorto, ma a tutti
è possibile udire il suono della sua voce nella predicazione
apostolica. Soltanto chi è veramente discepolo riesce a distinguere
la “voce” del Maestro. Ma a chi annuncia la Parola si richiede
di essere fedele a Essa. Un modo molto sottile di tradire l’insegnamento
di Gesù è infatti l’annunciarlo per una parte, tacendone
un’altra, magari quella più esigente e impervia alla natura
umana. Talvolta si pensa di rendere in tal modo il vangelo più
accettabile alla gente. Nessuno direbbe che questo rappresenti una falsificazione,
perché quello che è annunciato è giusto, ma poiché
non è tutto, tale annuncio privo di integrità non permette
di raggiungere il Cristo vivente nello Spirito. Soltanto gli orecchi
di chi è veramente discepolo distinguono la parola autentica
del Maestro, come pure la voce del pastore. Non essere capaci di distinguere
la voce del pastore è la sventura più grande; al contrario,
al popolo di Sion viene detto: “Tu non dovrai più piangere”
(v. 19). La conoscenza del Maestro è tutta la consolazione che
si può sperare in questa vita. Infelici coloro che non distinguono
la voce del pastore e non comprendono che colui che parla è il
Maestro, anche se con l’apparenza umile dei canali sacramentali
dati da Dio alla Chiesa. Infelici perché non sanno imitare Maria
Maddalena presso la tomba vuota: Maria ha riconosciuto nella figura
del giardiniere la Presenza del Cristo risorto, al suono della sua voce;
per molti, invece, il giardiniere resta semplicemente giardiniere, anche
dopo che il Maestro ha parlato. “Questa è la strada percorretela”
(v. 21): quando il Maestro parla, e viene riconosciuto come tale dal
discepolo, la strada da percorrere è sicura. Il discepolato immette
l’uomo in una via dove non si inciampa, perché è
una via diritta. A questo si aggiunge l’esperienza di un’abbondanza
e di una prosperità, per cui le nostre fatiche e le nostre opere
si moltiplicano davanti a Dio nei meriti e negli effetti. Le immagini
di prosperità naturale vanno lette infatti anche sul piano di
una pienezza di gioia e di vita. Dio manda abbondantemente la pioggia,
simbolo della sua grazia, e tutto ciò che noi facciamo fiorisce
per la sua forza: “Egli concederà pioggia per il seme che
avrai seminato nel terreno; il pane, prodotto dalla terra, sarà
abbondante e sostanzioso… su ogni monte e su ogni colle elevato,
scorreranno canali e torrenti d’acqua” (vv. 23-25). Questa
immagine di prosperità, nel salmo responsoriale (Sal 146), assume
dei toni di carattere più spiccatamente storico. Infatti, mentre
Isaia si esprimeva con un linguaggio piuttosto simbolico, il salmo parla
di una ricostruzione di Gerusalemme, di un raduno dei dispersi e della
guarigione di quelli che hanno il cuore affranto.Il vangelo di Matteo
ritorna sul tema del Maestro che parla “dietro”. Il ministero
apostolico si presenta come il fondamento della Chiesa. Dal giorno di
Pentecoste in poi, sono i Dodici che lo personificano e parlano per
Lui. Il Signore ha compassione di quella folla stanca e sfinita “come
pecore senza pastore”, e manda i Dodici a evangelizzare il popolo,
dopo aver comunicato loro il suo stesso ministero carismatico di guarigione
e di liberazione. Attraverso l’invio degli Apostoli il Signore
esprime la sua compassione per le folle, perché in loro agisce
personalmente Lui nella veste di buon Pastore. A essi il Signore dà
innanzitutto il ministero della Parola e di conseguenza, in modo inscindibile,
anche il ministero di guarigione e di liberazione. Ciò rappresenta
lo stesso ordine di valori vissuto da Lui nel proprio ministero, guarendo
i malati solo dopo aver annunziato la Parola: “Gesù percorreva
tutte le città e i villaggi, insegnando nelle sinagoghe, predicando
il vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità”
(Mt 9,35). Ai Dodici Cristo dà lo stesso comando: “Strada
facendo predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli
infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni”
(Mt 10,7-8). Il ministero di guarigione è dunque la diretta conseguenza
del ministero della Parola, essendo la Parola stessa la forza di guarigione
e di liberazione che opera in quelli che credono.
|