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La
liturgia della Parola odierna è incentrata sul tema della fede
come risposta dell’uomo al Dio che si rivela; essa collega le
due letture previste, il capitolo 29 del profeta Isaia e il capitolo
9 del vangelo di Matteo. In entrambi i testi la fede si presenta come
il presupposto necessario per sperimentare la salvezza.Il tema della
fede viene rappresentato simbolicamente dalla guarigione dei due ciechi
che gridano a Cristo: “Figlio di Davide abbi pietà di noi!”.
L’apertura dei loro occhi è strettamente collegata, nella
odierna pericope evangelica, al tema della fede; non a caso, l’apertura
dei loro occhi è preceduta dall’espressione di Gesù:
“Sia fatto a voi secondo la vostra fede”. Vi è dunque
un collegamento molto stretto tra l’atto di fede e l’apertura
degli occhi, al punto che questa può esprimere quello. La guarigione
della cecità è presentata anche nel testo di Isaia, dove
si parla di una liberazione dall’oscurità e dalle tenebre,
precisando poi che “gli occhi dei ciechi vedranno”. Successivamente,
si aggiunge che ciò che si vedrà, dopo essere stati liberati
dalle tenebre, è l’opera di salvezza compiuta da Dio in
mezzo al suo popolo: “Il tiranno non sarà più, sparirà
il beffardo…”. I due versetti chiave, che si collegano l’uno
all’altro in relazione al tema della fede, sono questi, il primo:
“Liberati dall’oscurità e dalle tenebre gli occhi
dei ciechi vedranno”; il secondo: “Vedendo il lavoro delle
mie mani in mezzo a loro santificheranno il mio nome”. La fede
apre gli occhi sull’opera di Dio; e la visione dell’opera
di Dio apre la persona alla lode. Già il testo di Isaia mette
in collegamento la liberazione dall’oscurità e dalle tenebre,
ossia la guarigione della vista interiore, con la possibilità
di vedere non il mondo fisico ma l’opera di Dio in mezzo al suo
popolo, la quale non è vista se non attraverso gli occhi della
fede. Questo tema della fede che permette di vedere l’opera di
Dio e quindi di aprire gli occhi sulla realtà del regno messianico,
viene integrato da un terzo versetto chiave di fondamentale importanza,
in quanto connette la possibilità della fede alle parole di un
libro: “Udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro”.
Le parole di un libro, che evidentemente simboleggiano la rivelazione
biblica, da cui nasce la fede; si tratta di parole che possono comprendersi
solo nel contesto della fede, perché indipendentemente da un
cammino di fede esse non dicono nulla; senza la fede è lo stesso
che non udirle, anche quando sono lette nella propria lingua o pronunciate
a voce alta e chiara. “Udranno in quel giorno i sordi le parole
di un libro”. La Parola di Dio, conservata nei testi sacri, acquista
anch’essa un particolare sapore, nel momento in cui gli occhi
dei ciechi cominciano a vedere l’opera di Dio in mezzo al suo
popolo; così, quelle parole diventano eloquenti alle orecchie
di chi prima non era capace di intenderle, perché non aveva la
fede. Ma ancora un altro versetto chiave ci conduce alla speranza di
questa guarigione, che ormai è imminente. Essa è rappresentata
nel tempo di Avvento da un’attesa che non è delusa: “Così
dice il Signore Dio: certo ancora un poco e il Libano si cambierà
in un frutteto e il frutteto sarà considerato una selva”.
Si tratta di immagini di prosperità: la natura rifiorisce dinanzi
al passaggio del Signore, un passaggio ormai vicino, come la liturgia
dell’Avvento ci suggerisce mediante le parole di Isaia: “ancora
un poco”. Questa indicazione cronologica, che allude a un termine
di tempo non lontano, fa appello comunque alla capacità di rinunciare
a valutare l’opera di Dio col proprio metro e alla pazienza di
coloro che attendono. Infatti, sono espresse interamente al futuro le
immagini di prosperità e di guarigione che si accumulano nei
versetti successivi: il Libano si cambierà; il frutteto sarà
considerato; udranno i sordi le parole di un libro; liberati dall’oscurità
delle tenebre gli occhi dei ciechi vedranno. Tutti i verbi che vi compaiono
sono costruiti al futuro, sebbene questo futuro sia concepito come vicinissimo,
ma che tuttavia presuppone un certo margine di attesa, di pazienza e
di speranza.Il frutto della fede viene poi presentato nei versetti successivi,
come una trasformazione dello stile di vita; questo si vede dai versetti
chiave che si esprimono così: “Gli umili si rallegreranno
di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele”.
Dopo avere detto che presto il dono della fede aprirà le orecchie
dei sordi alle parole di un libro, e aprirà gli occhi dei ciechi
all’opera di salvezza di Dio, che si svolge in mezzo al suo popolo,
si aggiunge che i risultati e le conseguenze del dono della fede trasformeranno
intimamente lo stile di vita delle persone e della società: nessuno
si rallegrerà più per se stesso, ma si rallegreranno nel
Signore e gioiranno nel Santo d’Israele. Il dono della fede ci
permette di distinguere i veri motivi per gioire, ossia quelli radicati
in Dio e non nelle creature; il dono della fede ci permette così
di decidere di quale gioia gioire, per evitare il rischio di gioire
– o di rattristarsi - per i motivi sbagliati. Rallegrarsi e gioire
nel Santo d’Israele, è dunque questo il primo frutto della
fede che illumina la persona, trasferendola dalla tristezza alla gioia
autentica, quella medesima gioia di cui la Vergine Maria è invitata
a rallegrarsi dal saluto angelico (cfr. Lc 1,28, secondo l’originale
greco). Per Isaia sono più facilmente gli umili e i poveri quelli
che si rallegrano nel Signore, perché permanendo una qualche
ricchezza umana a cui appoggiarsi, e di cui sentirsi sicuri, non è
possibile rallegrarsi e gioire autenticamente in Dio. La gioia in Dio
viene ordinariamente offuscata dalla ricerca della consolazione umana,
o di un sostegno che non sia Dio stesso. Il frutto della fede è
quindi la liberazione dagli appigli umani e dalla ricerca delle consolazioni
terrene. Un altro frutto della fede è indicato poi dal seguente
versetto chiave: “Il tiranno non sarà più, sparirà
il beffardo…”. La fede purifica la vita dalla volontà
di potenza e trasforma le risorse dell’individuo in altrettante
sorgenti di servizio; così, in forza della fede, tutto ciò
che si ha e tutto ciò che si è, non è utilizzato
per comandare meglio ma per servire meglio. Il tiranno non sarà
più: il tiranno è l’immagine della volontà
di potenza che produce i suoi frutti malsani sempre nell’atteggiamento
di chi orienta le proprie risorse personali verso la propria gloria.
Infine, un ultimo effetto della fede. La fede purifica i rapporti interpersonali
da ogni forma di malizia, e ciò in due settori principali: il
settore della vita interiore e quello delle relazioni interpersonali.
Il settore della vita interiore: “Saranno eliminati quanti tramano
iniquità”; l’atto di tramare è compiuto interiormente,
e la luce della fede, penetrando dentro di noi, giunge a liberarci dalle
tenebre che si annidano nelle profondità del nostro animo. La
radice maligna del pensiero viene insomma purificata dalla fede. Il
settore delle relazioni è purificato di conseguenza. Il pensiero,
una volta purificato, genera anche una parola pura: saranno eliminati
“Quanti con la parola rendono colpevoli gli altri”. E’
un frutto della propria iniquità, utilizzare le parole per colpevolizzare
gli altri, e ciò è estraneo all’esperienza cristiana.
Quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, saranno eliminati
dalla potenza della fede che purifica l’interno e l’esterno
dell’uomo. Per questo, anche le relazioni interpersonali, illuminate
dalla fede, sono improntate a una fondamentale rinuncia al giudizio
e a una incondizionata accoglienza del prossimo, così com’è.
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