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I testi odierni ci permettono di aggiungere altre osservazioni a quelle che abbiamo già fatto circa l’incontro dei discepoli con il Risorto a Tiberiade, cioè l’immagine dell’incontro con Cristo nel tempo della Chiesa. Nei versetti chiave degli Atti osserviamo un primo punto che si presenta come un tema abbastanza ricorrente e, potremmo aggiungere, molto caro all’evangelista Luca, autore degli Atti. Nel v. 13 egli descrive l’atteggiamento dei prìncipi, dei sacerdoti e degli anziani nei confronti di Pietro e Giovanni: “considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti” (v. 13). Questo tema caro a Luca riguarda l’azione dello Spirito, che illumina interiormente i discepoli; si tratta di una verità perenne dell’incontro col Cristo risorto nel tempo della Chiesa: colui che apre l’intelligenza dell’uomo ai significati profondi delle Scritture e ai misteri del Regno di Dio è il Cristo risorto; non un maestro umano, né un curriculum particolare di studi può mettere il battezzato in grado di penetrare con la mente e con il cuore nello spessore del mistero di Cristo e della sua Parola. Così Pietro e Giovanni, i quali non hanno studiato presso le scuole rabbiniche, sono descritti nell’atto di parlare con franchezza, come chi ha un insegnamento sicuro da porgere. Il termine “franchezza”, in greco parresia, è un termine che ricorre nel testo degli Atti in riferimento alla testimonianza data a Cristo con forza e con estrema sincerità, pur dinanzi a rischi di persecuzione e pericoli di morte. Più avanti, il diacono Stefano sarà descritto in un atteggiamento simile a quello di Pietro e Giovanni; Luca sottolinea che Stefano parlava con una sapienza ispirata, a cui i suoi avversari non potevano resistere. L’azione del Cristo risorto, che agisce mediante il ministero apostolico, si manifesta in una particolare luce sapienziale che sfocia poi nell’efficacia della Parola della predicazione. Lo stesso fenomeno accade ai discepoli di Emmaus, i quali vengono citati in maniera molto sobria e quasi di sfuggita nel vangelo di Marco: “Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino” (v. 12). I discepoli di Emmaus, infatti, dopo essere rientrati a Gerusalemme per ricongiungersi alla comunità cristiana, incontrano il Cristo risorto dentro il cenacolo; lì Cristo apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture. Dobbiamo però tornare agli Atti per osservare ancora un altro aspetto che si può scorgere nei versetti relativi al consiglio tenuto nel sinedrio contro gli Apostoli. Qui riemerge una tematica già incontrata nel racconto della Passione: Cristo non viene messo a tacere usando delle argomentazioni più forti delle sue, ma viene ridotto al silenzio con la forza. I suoi avversari impongono la ragione della forza sulla forza della ragione. Di nuovo, nel servizio apostolico si ripresenta lo stesso mistero di iniquità che aveva animato il racconto evangelico della Passione. I sinedristi, dinanzi a Pietro e a Giovanni, dimostrano di non possedere una verità maggiore con la quale chiudere la bocca ai discepoli; la loro unica argomentazione contro il cristianesimo è l’uso della forza: “Perché la cosa non si divulghi di più tra il popolo, diffidiamoli dal parlare più ad alcuno in nome di lui” (v. 17).L’immagine degli Apostoli dinanzi all’autorità umana ricorda in qualche modo l’episodio del ritrovamento di Gesù al Tempio. In quel caso, Cristo rimane al Tempio senza avvertire i genitori, senza neppure notificare la sua volontà di rimanere a Gerusalemme; in questo Egli dimostra, in tal modo, di non riconoscere alcuna autorità sopra di Sé, comportandosi a dodici anni come un uomo libero, anzi come un sovrano, la cui decisione è al di sopra di ogni condizionamento. Ma dall’altro lato, Luca ci dice pure che, tornato a casa, Gesù rimase sottomesso a Giuseppe e a Maria. Alla luce della libertà dimostrata, e della sua dedizione unica agli interessi del Padre, si comprende che questa sottomissione non è un obbligo che Egli sente, ma una condiscendenza che liberamente offre. I discepoli Pietro e Giovanni si calano dentro il modello di Cristo, il quale – sia da bambino che da adulto - ubbidisce a tutte le legittime autorità umane, fino a quando queste non si pongano contro la volontà di Dio. Ma nel momento in cui l’autorità umana, anche legittima, comanda delle cose contrarie alle esigenze della volontà di Dio, essa perde, agli occhi del cristiano, la dignità di essere ubbidita: “Pietro e Giovanni replicarono: Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (vv. 19-20). La statura morale di grande levatura e la meravigliosa libertà del cristiano si personificano qui nelle figure degli Apostoli, ubbidienti alle autorità umane - gli Atti li descrivono nell’osservanza della preghiera ebraica, nel loro salire al Tempio, nel loro riconoscimento della sinagoga, in tutti gli aspetti insomma in cui le istituzioni e le autorità umane sono buone e meritano perciò ubbidienza - ma liberi e sovrani dinanzi a un’autorità che tradisce Dio e che si pone contro di Lui.Il testo del vangelo racconta le testimonianze, interne alla comunità cristiana, di coloro che hanno visto per primi il Risorto, prima che Egli apparisse a tutti. Le apparizioni di cui si parla nel vangelo odierno sono quelle a Maria di Magdala, a due discepoli sulla via di Emmaus – a cui abbiamo già fatto riferimento - e infine agli undici. C’è un denominatore comune sotteso a queste prime testimonianze date al Risorto, ed è l’incredulità di coloro che ne sono i destinatari. Quando Maria Maddalena incontra il Risorto si dice che “Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere” (vv. 10-11); così avviene anche ai due discepoli che incontrano il Risorto: quando lo dicono agli altri la loro reazione è la stessa: “anche a loro non vollero credere” (v. 13); infine, Cristo apparve agli undici mentre stavano a mensa, “e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore” (v. 14). Questa incredulità, di coloro che sono destinatari di una testimonianza, sfocia in un mandato che Cristo affida proprio a loro e che si esprime così: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (v. 15). In sostanza, Cristo affida la testimonianza della sua risurrezione proprio a quei discepoli che non avevano creduto a questo stesso annuncio, quando era stato rivolto a loro. Infatti, la scelta e il mandato di Cristo non avviene in forza di un’umana disposizione positiva, di un merito umano, o di un qualcosa che rende idonei per natura a servire Dio; proprio quelli che si sono manifestati increduli, e perciò umanamente meno idonei, vengono scelti da Cristo, corroborati però dalla sua virtù con lo Spirito Santo e mandati ad annunciare agli altri quella stessa verità che essi non avevano creduto. La debolezza che li aveva portati in un primo tempo a dubitare e a rifiutare la testimonianza oculare dei loro fratelli, li metterà ora in grado di capire i dubbi e le incertezze di coloro a cui rivolgeranno l’annunzio della salvezza. Inoltre, capiranno anche che per il Cristo risorto la debolezza umana non ha nessun peso, quando è accompagnata dalla buona volontà, perché Lui stesso infonde la virtù per essere testimoni credibili.

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