|
La liturgia della Parola quest’oggi orienta la nostra meditazione
sul mistero del Cristo risorto, invisibile agli occhi umani ma operante
nella vita della Chiesa. I due testi che oggi la Chiesa ci fa leggere,
offrono diversi spunti in questo senso. Il testo degli Atti riprende
il tema del ministero di guarigione che da Cristo si trasferisce ai
suoi Apostoli. Infatti, è per la guarigione dello storpio che
la parola del vangelo viene confermata come parola di salvezza e diventa
convincente agli occhi dei destinatari del suo annuncio; il ministero
di guarigione non si può dunque separare dall’annuncio
del vangelo. Il brano evangelico, poi, narra dell’incontro tra
i discepoli e il Cristo risorto presso il lago di Tiberiade: Cristo
si svela e si dona nel segno del pane eucaristico.Il testo degli Atti
vuole sottolineare un aspetto particolare della predicazione apostolica:
la parola del vangelo, e la sua forza di trasformazione del mondo, è
inarrestabile, e non dipende totalmente dal ministero apostolico. Infatti,
è molto significativo come Luca, autore degli Atti, evidenzi
intanto il fatto che gli Apostoli Pietro e Giovanni sono stati arrestati,
condotti in prigione e resi innocui, impossibilitati perciò ad
annunciare il vangelo; nella riga successiva, poi, ci viene detto che
credettero in numero di cinquemila, ingrandendo così a dismisura
la comunità cristiana. In concomitanza con la prigionia di Pietro
e di Giovanni, la Parola di Dio si estende e viene accolta da una moltitudine:
e ciò nello stesso giorno in cui vengono arrestati. La coincidenza
è troppo precisa per essere casuale. La Parola del vangelo certamente
deve essere annunciata da coloro che vengono chiamati da Dio a compiere
quest’opera, tuttavia la sua diffusione nel mondo non dipende
solamente dalla predicazione. La diffusione del vangelo dipende anche
dalla persecuzione subita e dalla sofferenza offerta a Dio da parte
dei suoi servi. Più volte Luca negli Atti sottolineerà
questa verità: la Parola del vangelo si diffonde nel mondo per
la predicazione, ma attinge la sua energia per continuare la sua corsa
anche dalla sofferenza della Chiesa, tanto è vero che, tutte
le volte che gli Apostoli vengono colpiti o imprigionati, si estende
a macchia d’olio la fede in Gesù Cristo; allo stesso modo,
la conversione dell’Apostolo Paolo avviene in concomitanza con
la morte di Stefano, primo martire della cristianità. Tutte le
volte che la Chiesa è colpita, tutte le volte che un Apostolo
è soppresso, tutte le volte che un cristiano è visitato
dalla sofferenza, la Parola di Dio esplode in tutta la sua potenza e
si estende nel mondo, portando frutti in grandissima quantità.
Il vangelo odierno è un brano particolarmente denso; mettiamo
solo in evidenza quei versetti chiave che riguardano l’azione
del Cristo risorto nella vita della Chiesa. Innanzitutto cogliamo una
manifestazione del Risorto, che arriva dopo tante altre: “In quel
tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare
di Tiberiade” (v. 1). Gesù si manifestò di nuovo;
il Cristo risorto, nella vita della Chiesa, non ha voluto dare di sé
una testimonianza una volta per tutte, ma, in qualche modo, Egli continua
a manifestarsi ad ogni generazione. Nello stesso tempo, ciò significa
che a un cristiano non basta fare un’esperienza forte di Dio,
una sola volta. Nessuno può campare infatti di rendita: la fede
ha bisogno di essere continuamente alimentata da ripetuti incontri col
Risorto, che si manifesta di nuovo. Nella nostra vita Gesù si
manifesta di nuovo, cioè ripetutamente, per corroborare la nostra
fede. Nel versetto successivo si capisce chiaramente che questa immagine
ha un valore universale, relativo alla vita di tutta la Chiesa. Infatti,
si legge: “si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo,
Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due
discepoli” (v. 2).I presenti sono tutti qui e sono sette. Perché
sette e non dodici (o meglio, undici), come nelle altre apparizioni
riportate da Giovanni? Questa nuova esperienza, questo ripetuto manifestarsi
del Cristo risorto non riguarda tanto il gruppo apostolico come gruppo
direttivo, ma riguarda la Chiesa, cioè la comunità cristiana
nella sua totalità, come si vede dal numero sette che, come sappiamo,
ha un valore di pienezza e di universalità: sette discepoli sono
destinatari e testimoni di questa nuova apparizione del Risorto, appunto
perché tutta la comunità cristiana è rappresentata
in loro. La totalità della Chiesa è descritta qui anche
dal simbolo della barca di Pietro, che pesca tutta la notte senza prendere
niente; il buio della notte indica infatti le tenebre del mondo, dove
la Chiesa vive e fatica, fino a quando la Parola di Cristo non porti
la piena luce e le tenebre si diradino. Una luce che, ovviamente, deve
prima illuminare i discepoli. Solo quando essi si sentono dire: “Gettate
la rete dalla parte destra della barca e troverete” (v. 6), e,
ponendo fede nell’indicazione del Risorto, ubbidiscono a questa
parola che risuona dietro le loro spalle, tirano su una grande quantità
di pesce. E’ questo un elemento di coincidenza con il brano degli
Atti che abbiamo appena letto: in una sola giornata Pietro e Giovanni
si trovano dinanzi a cinquemila conversioni, in concomitanza, però,
con la persecuzione subita e la conseguente prigionia. Anche la barca
di Pietro, sul lago di Tiberiade, pesca una grande quantità di
pesci, simbolo della nascita delle comunità cristiane, risultato
di un’evangelizzazione compiuta non in forza dell’iniziativa
personale, bensì in forza di una parola udita e creduta: “Gettate
la rete dalla parte destra della barca e troverete”.Ancora bisogna
sottolineare che il Cristo risorto, in questo come in altri testi, non
è riconoscibile; d’ora in poi, neppure quelli che l’hanno
conosciuto durante la vita sono in grado di riconoscerlo solo per il
suo aspetto. Il Cristo risorto vive nella Chiesa, e si manifesta con
un aspetto che non è il suo; vale a dire, si rende presente e
visibile nei suoi segni: la Parola, i sacramenti, la comunità
stessa. Il vangelo di Giovanni precisa che il Cristo vivente nella Chiesa
si riconosce dalla voce e non dall’aspetto: la voce del Pastore
è riconoscibile, da parte delle sue autentiche pecore, tra tante
voci che la falsificano. Infine, un ultimo versetto chiave - che non
esaurisce la ricchezza del testo - è la richiesta di Gesù
di porre sulla brace un po’ del pesce pescato: dopo che essi hanno
pescato abbondantemente, in forza di una parola a cui hanno ubbidito,
Cristo dice: “Portate un po’ del pesce che avete preso or
ora” (v. 10). Questo pesce preso dai discepoli viene unito al
pesce che essi già trovano sulla brace. Due elementi che si uniscono:
il frutto della fatica della Chiesa, ovvero il pesce pescato dai discepoli,
si unisce a quello non pescato, cioè al pesce che Cristo ha messo
di suo sulla brace. L’azione umana e l’azione divina così
si congiungono per incontrarsi nel mistero pasquale, ossia nel banchetto
eucaristico, dove il lavoro dell’uomo viene santificato dall’effusione
dello Spirito. Gesù disse loro: “Venite a mangiare”
(v. 12).
|