"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Il brano odierno intende descrivere quale sia la nostra condizione perenne come uomini che devono assumersi il peso dell’esercizio della nostra libertà: ci troviamo infatti davanti al bivio dove si biforcano due strade che conducono ciascuna ad un esito diverso e opposto: la via della vita e della benedizione e la via della morte e della maledizione. L’uomo si trova al centro, libero di imboccare una delle due direzioni. Nel tempo di Quaresima, la Chiesa viene a ricordarci questa verità, chiedendoci la fatica di scegliere quella via che conduce alla vita e che senza alcun dubbio risulta più difficile e meno praticabile dell’altra. Nel vangelo di oggi si parla della croce e del rinnegamento di se stessi come la traduzione concreta di questa via della vita che Dio pone dinanzi all’uomo, senza tuttavia obbligarlo a percorrerla; non ci viene nascosto, però, che, per imboccarla, bisogna prepararsi accuratamente come un atleta si prepara alle prove agonistiche. Il tempo di Quaresima è la rappresentazione liturgica dell’addestramento dell’atleta a sostenere l’impegno della gara. Ma la consapevolezza di noi stessi come atleti e il fatto di trovarci perennemente davanti ad un bivio, ci permettono di intravedere anche un’altra verità che invece riguarda Dio: la sua volontà determinata di entrare in relazione con l’uomo, mantenendo intatta la sua libertà. Il Signore non vuole essere amato per forza o per obbligo. La Parola di Dio si limita a suggerirci che cosa scegliere. Ci invita a scegliere la via della vita (cfr vv. 19-20), lasciando aperta l’ipotesi di una scelta diversa; in questo modo soltanto noi siamo i responsabili dell’esito finale della nostra esistenza, per avere scelto la via della vita o della morte. Secondo la promessa del Deuteronomio, alla scelta della via della vita, corrisponde l’esperienza della longevità (cfr v. 20). Ritorna qui uno spunto già incontrato nella liturgia di ieri, dove il digiuno relativizzava l’importanza del cibo in ordine alla sussistenza e ci portava a interrogarci su cosa facciamo effettivamente poggiare la nostra vita. Se cioè tendiamo ad attribuire un valore assoluto alle cause seconde, o se ci sentiamo liberi nella consapevolezza che il donatore di tutte le risorse della vita è Dio, ed Egli continua a essere sufficiente da solo, anche quando tali risorse materialmente non ci sono più: “E’ Lui la tua vita e la tua longevità” (Dt 30,20). In questo senso il Deuteronomio promette la longevità a chi si mantiene fedele a Dio: l’esperienza di una vita piena non dipende dalla possibilità di afferrare e impossessarsi di tutto ciò che ci viene a tiro, bensì dal riconoscimento del primato di Dio, che dona ogni cosa con generosità ed elargisce agli uomini le sue ricchezze senza avarizia.Il testo odierno di Luca intende chiarire ulteriormente il senso di questa scelta della via che conduce alla vita e alla benedizione, una via che solo in Cristo viene totalmente svelata in tutta la sua portata e in tutte le sue esigenze: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” (v. 25). Questa domanda cruciale, posta all’inizio del nostro itinerario di Quaresima, ci invita a rivedere la gerarchia dei valori che noi ci portiamo dentro. Se al vertice dei valori personali non ci fosse la speranza della vita eterna, il desiderio della santità e della perfezione cristiana, di certo la via della vita sarebbe molto difficile a percorrersi, perché non basterebbero le motivazioni interiori ad affrontare una scalata così faticosa. Si tratta di compiere un capovolgimento di quello che la nostra sensibilità umanamente ci porterebbe a desiderare, per entrare nel vero discepolato. Essere accolti da Dio come figli è tutto ciò che noi possiamo desiderare, né può concepirsi dono più grande. Se una coppia adotta un bimbo orfano, questa adozione è il dono più grande possibile che essa può offrire al bambino. Certo, ogni anno, nel giorno del suo compleanno, egli riceverà un regalo dai suoi genitori adottivi, ma nessuno di questi doni potrà mai uguagliare il dono originario dell’adozione. Così, nella vita cristiana, sarebbe certamente una falsificazione di prospettiva quell’atteggiamento di chi va cercando da Dio chissà quali grazie spirituali, senza capire che tutto ciò che si può ricevere da Dio è inferiore alla grazia dell’adozione nel Figlio suo. Dall’altro lato, nessuno può giungere autenticamente a vivere da figlio di Dio, se non uccide il vecchio uomo con la tirannide del suo “io” umano. Vivere da figli appare, nelle parole di Cristo, come una condizione di libertà dalle imposizioni dell’io inferiore, il quale viene ridotto all’impotenza solo quando è crocifisso: “E a tutti diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Non è dunque un enunciato valido solo per qualcuno: il Maestro lo dice per tutti. Va notato che il discepolato, come sequela di Cristo, inizia solo dopo il rinnegamento di sé: “rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ciò significa che nessuno può seguire Cristo, portandosi dietro il peso del suo “io”. Inoltre, quel che agli occhi dell’uomo sembra una perdita, dal punto di vista di Dio è un guadagno, e viceversa: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”. Tutti quei beni che vogliamo conservare e difendere, inesorabilmente ci sfuggono. L’unica maniera di conservarli definitivamente è quella di espropriarsene donandoli a Dio, il quale ce li restituirà in una forma ancora più splendida. In questo la Vergine Maria ci è maestra: Lei che si è espropriata del Figlio e non lo ha sottratto al suo destino, ha dato il suo consenso alla sua immolazione sul Golgota e, in un certo senso, è morta con Lui in quel momento. Ma Dio lo ha restituito alla Madre nello splendore della Risurrezione: si è espropriata di Gesù di Nazaret, ma lo ha ritrovato come Signore; si è espropriata essendo Madre del Figlio dell’uomo, ma nel momento in cui lo ritrova è già divenuta la Madre di Dio.

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