| La
liturgia odierna accosta due letture che riguardano entrambe l’amore
verso il prossimo. Il significato generale è che la conversione
a Dio, quando è autentica, produce sempre un profondo mutamento
nelle relazioni con il prossimo. Possiamo affermare senz’altro
che la qualità delle relazioni con il prossimo è una chiara
indicazione della qualità del rapporto che abbiamo instaurato
con Dio. Di fatti, quando questo salto di qualità, sul piano
relazionale, non si verifica, è segno che non c’è
stata neppure la conversione. I brani di oggi vogliono dirci in sostanza
proprio questo: l’amore di Dio e l’amore del prossimo non
si possono mai separare, perché se uno ama Dio, avviene inevitabilmente
che inizia ad amare anche il prossimo, nella medesima proporzione in
cui ha iniziato ad amare Dio. In concreto possiamo desumere la misura
con cui amiamo Dio, dalla misura con cui amiamo il prossimo. In questo
modo nessuno può ingannare se stesso. La dolcezza e la consolazione
che si prova nei momenti di preghiera o nella meditazione della Parola,
non è la prova della nostra comunione con Dio. Tale prova si
ha solo nell’amore per il prossimo. Il libro del Levitico parla
esplicitamente della santità come un’ispirazione d’amore.
Dopo che Mosè ha detto, riportando la Parola di Dio a Israele:
“Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo”
(Lv 19,2), segue una serie di indicazioni pratiche che intendono tradurre
le diverse sfaccettature dell’amore verso il prossimo. Ciò
significa che la santità, che è comunione profonda con
Dio, si manifesta esternamente in una disposizione d’amore e in
una delicatezza verso il prossimo, che possono giungere talvolta fino
alla carità eroica. Il vangelo di Matteo ritorna su questo stesso
tema dal punto di vista del ritorno di Cristo e della sua valutazione
conclusiva della storia umana. Il giudizio finale viene rappresentato
dall’evangelista Matteo con l’immagine del re che siede
sul suo trono per giudicare e con la similitudine del pastore che separa
il suo gregge, distinguendo le pecore dai capri. L’umanità
risulta così divisa in due grandi tronconi, definitivamente separati:
i giusti e gli empi. Occorre soffermarci brevemente su alcuni versetti
chiave della pagina evangelica odierna, nel tentativo di evidenziarne
l’insegnamento teologico:“Ogni volta che avete fatto queste
cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete
fatto a Me” (v. 40):opere buone, considerate valide da Dio, sono
state compiute con un atto d’amore che abbraccia simultaneamente
Dio e il prossimo. Cristo infatti ritiene fatto a se stesso quello che
si fa al prossimo. Ecco perché non è possibile pensare
che vi siano delle circostanze specifiche per amare il prossimo e altre
per amare Dio. Siamo più portati, è vero, a pensare spontaneamente
che stiamo amando Dio nella preghiera e nell’ascolto della Parola,
mentre stiamo amando il prossimo nelle attività ordinarie della
vita quotidiana o nel volontariato. Questa separazione degli amori è
ingiustificata e soprattutto non è conforme all’insegnamento
di Gesù, per il quale Dio e il prossimo si amano insieme, simultaneamente.
Ciò significa che stiamo amando il prossimo anche in una giornata
di ritiro, dove non abbiamo rivolto la parola a nessuno e ci siamo applicati
soltanto a meditare le Scritture; infatti, la nostra crescita nello
Spirito trascina invisibilmente anche il prossimo, elevandolo verso
Dio insieme a noi. Tutta la Chiesa cresce con noi, quando noi cresciamo
nella grazia. Davanti a Dio è impossibile compiere qualunque
gesto, per quanto possa apparire solitario, senza che esso abbia delle
conseguenze inevitabili su tutto il Corpo mistico di Cristo, che è
la Chiesa. E ciò sia nel bene che nel male. Dall’altro
lato, amando il prossimo, ho amato simultaneamente anche Dio, in quanto
Cristo considera fatto a se stesso quel che si fa alla persona umana.
Servire svogliatamente l’uomo equivale a servire svogliatamente
Dio.“A uno solo di questi miei fratelli”:Questa specificazione,
posta sulle labbra del Risorto, allude al fatto che Dio non è
preoccupato delle quantità. Anche un gesto compiuto una volta
sola nella vita, non è trascurato dal giudizio di Dio. Non sono
le molte opere che dispongono il Signore a elargire una maggiore retribuzione.
E’ piuttosto la qualità dei nostri gesti a essere oggetto
del suo giudizio. Infatti, è possibile anche compiere molte opere
buone con poco amore, o con disattenzione, o addirittura col fastidio
di doverle compiere. Che peso potranno avere agli occhi del Giudice“L’avete
fatto a Me”: Dal punto di vista del valore delle opere buone dobbiamo
notare che in questo giudizio finale, narrato da Matteo, l’opera
buona non è considerata da Cristo “in se stessa”.
Egli infatti non dice che è una cosa buona dare da mangiare agli
affamati o dare da bere agli assetati o visitare i malati o i carcerati;
il re dice piuttosto che tali opere diventano buone, nel momento in
cui Egli le convalida davanti al Padre. Dicendo “L’avete
fatto a Me”, Cristo intende appunto dire che le opere buone, compiute
durante la nostra vita, sono meritorie in riferimento a Lui. In sostanza,
le opere di carità attribuite ai giusti, non sono degne della
benedizione di Dio in se stesse o in virtù dei destinatari diretti.
Le parole di Cristo sono inequivocabili a questo proposito: “Venite,
benedetti del Padre mio, … perché Io ho avuto fame e mi
avete dato da mangiare” (vv. 34-35). Ciò significa che
non possiamo presentare a Dio le nostre opere buone, pensando che Lui
sia “costretto” a riconoscerle, come un professore è
“costretto” a riconoscere la preparazione di uno studente.
E’ esattamente questa la prospettiva erronea del fariseo che va
al Tempio a pregare col pubblicano (cfr. Lc 18,9-14). Dio non è
affatto impressionato dalla bravura o dagli eroismi umani; se Egli attribuisce
un qualche merito alle nostre opere è solo per la sua condiscendenza,
in quanto Cristo le convalida davanti al Padre, nel momento in cui le
considera come fatte a se stesso.“Signore, quando mai ti abbiamo
veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?” (v. 37):Dobbiamo
anche porre attenzione al dialogo che si svolge tra il Giudice e l’umanità
radunata davanti a Lui. La domanda dei giusti è ispirata da una
stupenda ingenuità. Coloro che sono considerati giusti da Dio
non pensavano affatto di esserlo; anzi, si meravigliano e non riconoscono
di avere quei meriti per i quali il Giudice li loda: “Io ho avuto
fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere”
(Mt 25,35). I libri sapienziali dicono infatti che la caratteristica
del giusto è proprio quella di non sapere di esserlo. L’eccessiva
sicurezza circa la propria giustizia è, al contrario, sinonimo
di stoltezza. I giusti, nell’ultimo giudizio, assumono insomma
lo stesso atteggiamento che avevano assunto durante la vita, ossia l’incantevole
ingenuità di chi ignora la propria grandezza e non sa che su
di lui riposa la compiacenza di Dio. Il dialogo che poi si svolge tra
il Giudice e quelli che vengono riprovati, colpisce il lettore per il
fatto di essere formalmente costruito con le stesse parole, anche se
molto diverse nel loro spirito. Le parole infatti hanno un’anima,
significano poco da sole; il loro significato è determinato dallo
spirito con cui vengono pronunciate. Se la domanda dei giusti, che si
meravigliavano del compiacimento divino su una giustizia che non sapevano
di avere, esprime la loro stupenda ingenuità, proprio le medesime
parole: “Signore quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato
o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”
(Mt 25,44), sulle labbra dei riprovati, acquistano un significato completamente
diverso, che esprime la sicurezza di una giustizia personale, professata
in contraddittorio con Dio, come se Egli possa sbagliarsi nel giudicare.
Anche i reprobi, analogamente ai giusti, nell’ultimo giudizio,
non fanno altro che riproporre l’atteggiamento consueto della
loro vita terrena.
|