"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La Parola odierna ritorna su un tema che abbiamo toccato ieri sotto un certo punto di vista e che oggi ci viene riproposto sotto un altro. Si tratta dei segni che accompagnano la conversione dell’uomo. Le letture di questi giorni ci hanno messo in guardia dinanzi alla possibilità di ingannarci, perché la conversione non è mai un fatto soltanto interiore, che si svolge nel segreto della coscienza, ma è un evento che porta inevitabilmente con sé dei fenomeni esterni e visibili. Uno di essi è il cambiamento della qualità dei rapporti con il prossimo, nel senso che la relazione con l’altro diventa un’esperienza fondamentalmente ispirata dall’amore. Per una persona che sperimenta la realtà della conversione è quasi impossibile, da quel momento in poi, trattare gli altri con indifferenza, esercitare la propria professione senza una grande attenzione alla persona umana, e, più in generale, ciò che accade è lo scioglimento di tutte quelle forme di indurimento, che ostacolano una relazione con gli altri autenticamente umana. La qualità dell’amore del prossimo è però solo uno dei segni che accompagnano la grazia della conversione, manifestandola nei suoi effetti visibili.Oggi il tema dei segni che accompagnano la conversione si sposta in modo particolare sulla preghiera. Il bisogno della preghiera, ossia il desiderio di mettersi in contatto vitale con il Signore, per ascoltarlo e per parlargli, è infatti uno dei segni della conversione. Le letture di oggi vogliono però precisare che non ogni preghiera è segno di conversione, in quanto vi è un modo di pregare che Dio non convalida e non approva. Ad esempio, il testo di Matteo ci parla di un tipo di preghiera che potrebbe essere considerata come una ripetizione di formule. Di questa preghiera, Gesù dice: “Non sprecate parole come i pagani” (Mt 6,7). La preghiera parolaia non è gradita a Dio. La preghiera accolta da Dio è una preghiera sobria, capace di cogliere l’essenziale in poche battute, senza le dispersioni della verbosità. Quindi la preghiera è, sì, un segno che accompagna la conversione, ma occorre prima vedere quale preghiera: come avviene nelle cose umane, nei nostri mercati talvolta in circolo ci sono delle monete false accanto a quelle valide, che all’occhio del profano sembrano perfettamente identiche. Ma l’occhio esperto le distingue. Lo stesso avviene nelle cose dello Spirito. La sapienza più preziosa consiste nel distinguere l’autentica santità dalle sue molteplici falsificazioni. La Parola odierna ci spinge a interrogarci sui caratteri di riconoscimento della preghiera autentica.Il primo insegnamento sull’autenticità della preghiera proviene dal testo di Isaia, dove essa viene paragonata al movimento di discesa e di risalita della pioggia. Questo movimento di discesa e di risalita è precisamente quello della Parola di Dio, che replica il cammino della pioggia e della neve: scende dal cielo e poi vi ritorna dopo avere fecondato il mondo. Il primo elemento che qui ci viene fornito per distinguere la preghiera autentica dalla preghiera falsificata è dunque questo: la preghiera autentica è sempre una preghiera di risposta, che risulta dalla Parola di Dio udita, creduta, assimilata nella meditazione e poi tradotta in parola di lode, di ringraziamento, in richiesta di perdono e in intercessione. Insomma, non possiamo parlare a Dio per primi. Il nostro parlare a Dio è un’eco della Parola. Diversamente si rischia di parlare a Dio in modo sconveniente. La Chiesa, infatti, non parla mai a Dio con parole sue; la liturgia della Chiesa non è che Parola pregata. E’ questo il senso fondamentale del paragone tra la Parola e la pioggia: la pioggia sale quando evapora l’acqua, ma prima deve cadere dal cielo. La preghiera dell’uomo è autentica quando è la risposta a Dio che ha parlato; la preghiera è autentica quando è ascolto profondo, quando è dialogo e non monologo di pensieri umani che girano intorno a se stessi. Altrimenti rischia di essere sentimentalismo, estemporaneità, sterile sfogo. Se c’è un ascolto profondo, la preghiera non è un monologo, come avviene nella parabola del fariseo che va al Tempio a pregare con il pubblicano. Non c’è dubbio che il fariseo stia pregando, ma la sua preghiera non è rivolta a Dio. Essa è rivolta verso se stesso, con un accumulo di parole e di formule, che hanno come fulcro l’“io” dell’orante (cfr. Lc 18,11-12). Il testo di Matteo aggiunge altri elementi indicativi per distinguere la preghiera autentica da quella falsificata. Innanzitutto, una preghiera autentica deve corrispondere all’insegnamento di Cristo, perché a pregare si impara da Lui. Gesù nell’espressione introduttiva all’insegnamento sul Padre nostro dice: “Voi dunque pregate così” (Mt 6,9). Ciò significa innanzitutto che la preghiera va appresa. Il testo parallelo di Luca è ancora più profondo, perché Cristo risponde con l’insegnamento del Padre Nostro, a uno dei discepoli che gli dice: “Maestro insegnaci a pregare”. Nella preghiera del Padre Nostro, Cristo ha voluto presentare un “modello” di preghiera e non una “formula” di preghiera. Infatti il Padre Nostro è riportato in due modi leggermente diversi da Matteo e da Luca; ciò significa che i primi cristiani non hanno percepito questa preghiera come una formula. Se l’avessero percepita così, essendo peraltro l’unica preghiera insegnata direttamente da Gesù, i due evangelisti si sarebbero fatti scrupolo di riportarla in modo identico. Evidentemente, il Padre Nostro è più che una formula. Essa è in primo luogo un insegnamento sulla preghiera. Si tratta intanto di una preghiera costruita sobriamente, fatta di pochi versetti e di parole che vanno all’essenziale. Ciò costituisce l’indicazione di un percorso contrario a quello della preghiera parolaia e ridondante. La sobrietà è perciò la prima esigenza della preghiera cristiana. Notiamo ancora la frase di apertura: la prima parola che vi compare, sia in Matteo che in Luca, è “Padre”. Ciò sottolinea che l’orante deve continuamente tenere viva la coscienza che la preghiera è dialogo, combattendo contro il rischio dell’abitudine, che trasforma la preghiera in un monologo, o, peggio ancora, in una recitazione di formule, nelle quali la mente e il cuore si alienano. L’orante, invece, deve ravvivare la coscienza di essere a colloquio col “Padre”. Questo appellativo, sulle labbra di Gesù, si carica sempre di grandi significati affettivi: il Padre è il termine e l’origine di ogni atto del Gesù storico. Egli lo definisce il Padre “mio”. Nella preghiera siamo dunque in dialogo non con il Giudice, il Legislatore, o il Creatore. Nella preghiera siamo in relazione col “Padre”. La preghiera cristiana nasce quindi dai sentimenti del Figlio. E’ la preghiera dell’abbandono e della confidenza. Non è la preghiera che chiede a Dio di cambiare i suoi piani, bensì è la professione della nostra fiducia e del nostro incondizionato affidamento, qualunque cosa Egli decretasse nella nostra vita. E’ insomma l’elemento della confidenza quello che Cristo sottolinea all’inizio del suo insegnamento sulla preghiera, quando dice: “Voi dunque pregate così: Padre”.Dobbiamo ancora osservare l’uso del plurale. Cristo non ci insegna a pregare dicendo: “Padre mio” o “Dammi il pane quotidiano e rimetti a me i miei debiti…”. Dal punto di vista di Gesù, la preghiera autentica è la preghiera della Chiesa e non la preghiera del singolo individuo. La preghiera del singolo battezzato acquista infatti valore in quanto è innestata dentro la preghiera della Chiesa. Questo non significa che quando siamo soli non dobbiamo pregare; nello stesso vangelo di Matteo, Cristo ci dice di pregare nel segreto della nostra camera, precisando però che la nostra preghiera individuale scaturisce dal “noi” della Chiesa. Dobbiamo poi considerare l’ordine e la posizione delle parole. Cristo ci insegna a rivolgerci a Dio, chiedendo innanzitutto quello che riguarda il suo Regno e il suo disegno sulla storia dell’uomo: “Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (Mt 6,9-10). La preghiera cristiana ha delle priorità per cui essa non si può incentrare su quello che è urgente per me o per la società umana. Il vertice e la prima preoccupazione di colui che prega è il Regno di Dio. Solo dopo si parla del pane quotidiano, che rappresenta qualcosa di diverso, a seconda del grado di evoluzione spirituale della persona: per alcuni è il cibo che sostiene la vita, per altri è l’Eucaristia, per altri ancora l’insegnamento sapienziale della Parola. Infine: la preghiera autentica nasce da un cuore riconciliato, che vive nella pace, e comunica la pace.

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