| Con
il mercoledì delle ceneri entriamo nel tempo liturgico della
Quaresima. Si apre per noi un periodo in cui non soltanto si fa memoria
del Cristo, che ha accettato la morte di croce per ottenere all’umanità
il perdono di Dio, ma è anche l’annuncio dell’offerta
attuale della grazia, la proclamazione a voce alta del fatto che il
tempo favorevole per ritornare a Dio è adesso, proprio in questo
momento liturgico, scandito dal numero simbolico di quaranta. Quella
benedizione e quella misericordia ottenuta da Cristo, stanno ora davanti
a noi e noi possiamo attingere a piene mani alla sorgente della salvezza
e della guarigione, una sorgente inesauribile sgorgata dal costato del
Messia crocifisso: “Ecco il momento favorevole..”. Noi siamo,
dunque, nell’eterno presente della liturgia, contemporanei di
quella generazione di discepoli che ha celebrato la Pasqua con Cristo,
siamo contemporanei di coloro che sul Golgota hanno visto sgorgare acqua
e sangue dal suo costato, e possiamo attingervi ora per rinascere, per
guarire, per essere liberati, nutriti, dissetati.I testi odierni ci
offrono una grande icona del tempo liturgico della Quaresima, dipinto
come un tempo di ritorno a Dio. Il testo di Gioele esorta oggi, per
ben due volte, a un movimento di ritorno verso Dio nei vv. 12-13: “laceratevi
il cuore e non le vesti” (v. 13); atteggiamento necessario perché
il gesto penitenziale sia una vera rinunzia alle opere di satana è
un radicale rivolgersi di tutta la persona verso l’oriente. Ci
sembra di riudire qui l’insegnamento del Maestro: “Non c’è
niente che entrando nell’uomo possa contaminarlo, è ciò
che esce che lo contamina” (Mc 7,15). Siamo invitati perciò
a purificare non tanto le nostre azioni esterne, quanto piuttosto la
radice interiore delle opere umane, che è la coscienza, definita
dalla Bibbia col termine “cuore”, secondo il modo di esprimersi
degli ebrei. Nella Bibbia il “cuore” dell’uomo non
è la sede degli affetti e delle emozioni, bensì delle
decisioni fondamentali. Il “cuore” è il luogo in
cui si scopre e si osserva la Legge di Dio o si decide di divenire legge
a se stessi. E’ dunque un invito all’interiorità,
che si esprime, come suo massimo vertice, nell’ascolto della Parola
di Dio. Il profeta Gioele invita anche ad un raduno del popolo di Dio,
un’assemblea adunata per ascoltare la proclamazione della Parola
di Dio, traendo da essa le ragioni del pentimento, della riforma della
propria vita e del ritorno a Dio: “perdona, Signore, al tuo popolo”
(v. 17). E’ infatti questo un tempo in cui la Chiesa ci invita
a radunarci per ascoltare, sia in termini comunitari che in termini
individuali. Siamo invitati perciò a sperimentare un duplice
incontro con Dio: quello comunitario, ecclesiale, che si realizza in
primo luogo nella liturgia della Chiesa, e quello personale, che ha
luogo nella meditazione personale e nella preghiera innalzata a Dio
nel segreto della propria coscienza. Nel vangelo odierno il tema del
ritorno a Dio si presenta sotto l’aspetto di un incontro nella
profondità dell’animo umano, dove Dio penetra col suo sguardo
onniveggente e dove l’uomo si trova davanti a Dio nella piena
verità di se stesso. Al prossimo, infatti, si può sempre
proiettare un’immagine abbellita di se stessi, ma Dio non può
essere ingannato. C’è un secondo elemento che si aggiunge
al tema del ritorno, ed è appunto l’elemento dell’interiorità.
Questo ritorno a Dio, come si è visto in Gioele, non è
un pellegrinaggio geografico, né un movimento locale, si tratta
di un movimento del cuore, non esente da una certa esperienza di dolore:
“laceratevi il cuore e non le vesti” (v. 13). E’ un’espressione,
questa, che contrappone l’esterno all’interno, laddove la
lacerazione delle vesti, come segno visibile di pentimento, non produrrebbe
un incontro salvifico con Dio, se alla lacerazione esteriore non corrispondesse
un sentimento interiore di contrizione e di pentimento. Il vangelo odierno,
sulla scia della contrapposizione presentata da Gioele, presenta il
medesimo contrasto tra l’esterno e l’interno, indicando
una condizione basilare perché le opere umane di digiuno, di
elemosina e di preghiera, non siano vanificate: l’atteggiamento
fondamentale del nascondimento, rifuggendo dal desiderio di costruirsi
un’immagine agli occhi degli altri, per gratificarsi del loro
consenso e della loro approvazione: “guardatevi dal praticare
le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati…”
(v. 1). Si tratta di un avvertimento destinato al discepolo, per renderlo
consapevole del rischio di vanificare il proprio cammino quaresimale,
nel momento in cui venisse perduta l’incantevole ingenuità
di chi sconosce le lusinghe del narcisismo e, pur essendo circondato
dalla luce della grazia, non si ferma mai a contemplare se stesso.Il
vangelo odierno di Matteo, accanto al tema della preghiera, pone anche
l’elemento del digiuno e della solidarietà coi poveri.
Il digiuno ha un particolare significato nel quadro dell’insegnamento
biblico. Non è una pratica puramente ascetica, tesa alla conquista
del puro dominio di sé. Il digiuno del discepolo non si può
mai separare dal nutrimento della Parola: noi digiuniamo, intendendo
affermare il detto del Deuteronomio, ripreso da Gesù nel suo
digiuno nel deserto, risposta alla suggestione satanica: “non
di solo pane vive l’uomo” (Mt 4,4 e Dt 8,3); quando digiuna,
il discepolo esprime così il primato della Parola, vera fonte
di vita, ancora più del pane che nutre il corpo e sostiene l’esistenza
biologica. Il digiuno ha tuttavia un altro risvolto: esso è anche
inseparabile dalla solidarietà coi poveri, giacché rinunciare
a qualcosa di cui si ha bisogno non è un atto fine a se stesso;
è piuttosto un gesto orientato verso l’amore: il discepolo
rinuncia a qualcosa di proprio, perché sia dato a qualcuno che
ne ha bisogno. E ciò non vale solo a livello delle cose materiali,
naturalmente; anche i valori immateriali si calano nella medesima logica:
il proprio tempo, il proprio ascolto, la propria testimonianza di fede.
Non si tratta comunque di una rinuncia orientata alla dimostrazione
titanica della nostra signoria sul corpo e sui suoi bisogni, perché
un’ascesi di questo genere sarebbe senza amore, e perciò
senza valore agli occhi di Dio. Nel Corpo mistico della Chiesa nulla
è slegato, e una rinuncia compiuta qui sortisce delle conseguenze
che possono raggiungere luoghi e persone lontane E questo non solo nel
senso materiale, quando mandiamo offerte in denaro alle missioni, ma
anche spirituale, quando la nostra elemosina ha un’altra natura.
Ad esempio: l’aridità è un momento di digiuno in
cui è tolta al discepolo la consolazione dello Spirito; le finalità
del Signore non le conosciamo, ma non di rado essa ci è tolta
per essere data a qualcuno che, senza una rugiada di consolazione –
che da sé medesimo non potrebbe ottenere -, sprofonderebbe nella
disperazione, o a qualcun altro, prigioniero del vizio, perché
possa sentire una nuova energia per risalire dal suo peccato e incontrare
Colui che lo salva. Un altro tema quaresimale, presentato dal vangelo
odierno di Matteo, è quello della preghiera, cioè l’incontro
personale con il Signore nelle profondità del nostro spirito.
Tale tema è strettamente connesso a quello del digiuno, ossia
relativizzare il cibo – come già dicevamo - per affermare
che noi viviamo in forza di quella vita comunicataci da Dio giorno per
giorno. E’ Dio che rinnova infatti, istante per istante, la sua
volontà di farci esistere. La preghiera è la maniera di
attingere con sempre maggiore abbondanza la vita divina, perché
basta un autentico contatto con Dio, anche breve, per corroborarci nella
fatica e nella lotta quotidiana dell’esistenza.La preghiera, come
pure il digiuno e l’elemosina, deve svolgersi in un’atmosfera
di sobrietà e di nascondimento, perché Dio vede nel segreto,
e questa è l’unica cosa che conta. Tale insistenza sul
fatto che il Padre vede nel segreto ha una diretta connessione con la
seconda lettura, dove si parla di un movimento di ritorno a Dio sotto
l’aspetto specifico della riconciliazione affidata, nella vita
della Chiesa, al ministero apostolico (cfr v. 20). L’Apostolo
Paolo parla di un momento favorevole che è adesso: “Ecco
ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”.
Il tempo della Chiesa coincide infatti con l’oggi della salvezza
offerta a ogni uomo. Con questo brano i liturgisti vogliono sottolineare
un preciso significato teologico della Quaresima. In questo tempo liturgico
che stiamo vivendo, il Signore, si mostra disposto a rispondere in pieno
ad ogni piccolo movimento che noi facciamo verso di Lui. La Quaresima
è un tempo reale di incontro con Lui, dove le possibilità
di grazia si moltiplicano all’interno di un cammino liturgico
molto ricco di contenuti e di doni spirituali. Non a caso l’Apostolo
esorta i suoi lettori a non sciupare una tale opportunità: “Vi
esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio”. Il ministero
apostolico si presenta come un’ambasciata fatta nel nome di Cristo:
“come se Dio esortasse per mezzo nostro”. Dio conferma quello
che la Chiesa, nel suo magistero ufficiale, annuncia e propone. Egli
stesso agisce mediante i pastori, dispensatori dei divini misteri, per
riconciliare a Sé il mondo. L’esperienza salvifica dell’incontro
con Cristo non può prescindere da un atto di fede compiuto nei
confronti della Chiesa, riconosciuta nel suo ruolo di mediatrice della
divina misericordia. Proprio per questo, Paolo ricorda ai Corinzi che
lui non è un funzionario, ma un ministro della grazia: “Noi
fungiamo da ambasciatori per Cristo… siamo suoi collaboratori”.
In altre parole, Cristo, con la sua Ascensione al cielo, è uscito
dal nostro sguardo e dalla scena della storia, ma continua a insegnare,
a risanare e a liberare l’uomo mediante i suoi servi. Non si può
perciò aprire il cuore a Cristo e poi rifiutare la Chiesa, sarebbe
come pretendere di avere l’acqua senza il rubinetto. La riconciliazione
avviene per opera del ministero apostolico e ogni apostolo ne sente
la struggente urgenza: “Vi supplichiamo, in nome di Cristo, lasciatevi
riconciliare con Dio” (v. 20).
|