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L’insegnamento
odierno è incentrato sul tema dell’amore verso Dio e verso
il prossimo. Le due letture presentano infatti la realtà dell’amore
da questi due punti di vista: l’amore che lega l’uomo a
Dio è inquadrato dalla prima lettura, tratta dal Deuteronomio,
dentro la prospettiva della elezione, mentre l’amore come movimento
dell’uomo verso il prossimo è presentato dal vangelo di
Matteo come un’esperienza di imitazione di Dio. In questo senso
il discepolato cristiano si qualifica non come l’osservanza di
un codice, bensì come una imitazione dello stile di Dio nella
dimensione umana. Il testo del Deuteronomio si muove su una prospettiva
in cui la consapevolezza della divina elezione è molto marcata:
“Tu hai sentito oggi il Signore dichiarare che Egli sarà
il tuo Dio, ma solo se camminerai nelle sue vie e osserverai le sue
leggi, i suoi comandi, le sue norme e obbedirai alla sua voce”
(Dt 26,17). Israele è considerato come un popolo prediletto,
scelto da Dio; l’unica risposta possibile del popolo è
la fedeltà al suo Dio, mediante l’osservanza delle sue
leggi, delle sue norme e dei suoi comandi: “Il Signore tuo Dio
ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme”
(Dt 26,16). La divina elezione si presenta come un incontro e una scelta
bilaterale, sebbene non paritaria: da un lato il popolo ha sentito che
il Signore lo ha scelto come sua proprietà, dall’altro
Dio fa dichiarare al popolo di appartenergli. L’elezione compiuta
da Dio non basta da sola a costituire un’alleanza. Ogni alleanza
ha infatti bisogno di almeno due contraenti. Senza la risposta del popolo,
nulla può accadere di glorioso e di bello. Così, questa
elezione, che da parte di Dio può essere assolutamente certa,
da parte dell’uomo potrebbe essere anche invalidata a causa della
non osservanza delle divine aspettative. Questo medesimo concetto viene
ripetuto poco più avanti: “Il Signore ti ha fatto oggi
dichiarare che tu sarai per lui un popolo particolare, come egli ha
detto, ma solo se osserverai i suoi comandi” (Dt 26,18). Diversa
è la prospettiva che Gesù indica ai suoi discepoli nel
vangelo di Matteo, dove il tema e l’atmosfera giuridica del Deuteronomio
è sostituita dalla visione imitativa: Cristo non indicherà
ai suoi discepoli le leggi e le norme di Dio, ma l’agire di Dio
come norma per il discepolato cristiano. Ritorna però, nei medesimi
termini esposti dal Deuteronomio, la necessità della risposta
dell’uomo, perché l’elezione non può verificarsi
solo dal punto di vista di Dio, se ad essa non si congiunge anche la
risposta dell’uomo. I caratteri del movimento dell’uomo
verso Dio hanno sempre l’aspetto di una risposta, che può
avvenire solo dopo che Dio si è mosso per primo. La risposta
umana in sostanza non è mai una iniziativa autonoma. Il primato
della grazia è sempre alla base di ogni discorso cristiano. Gesù
disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il
tuo prossimo e odierai il tuo nemico” (Dt 3,43). Il riferimento
è alla legge mosaica, dove l’odio verso il nemico e verso
i persecutori è permesso, con l’unico vincolo di una vendetta
proporzionata. Ma se il codice mosaico ammette la possibilità
dell’odio, lo stile di Dio nel suo entrare in relazione con gli
uomini non lo permette più, perché Dio “fa sorgere
il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti
e sopra gli ingiusti”. Lo stile di Dio non conosce preferenza
di persone. La sua divina condiscendenza fa arrossire le misure meschine
della giustizia umana. Dinanzi all’umanità Dio non si pone
subito come Giudice ma come Padre, e in quanto Padre tratta tutti i
suoi figli con amore, anche se si riserva di giudicare alla fine l’esito
della vita di ciascuno. Durante la vita non è la bontà
né la malvagità degli uomini che spinge Dio a trattare
diversamente gli uomini. A ciascuno Dio dà ciò che gli
è necessario per la salvezza, indistintamente; ciascuno sarà
responsabile successivamente di come userà i doni di Dio, che
sono garantiti a tutti, anche a quelli che li useranno per la propria
rovina. Così, l’immagine del Padre che ama i suoi figli
allo stesso modo, diventa il modello di riferimento per i cristiani,
al di sopra del codice della legge mosaica. Il discepolo viene invitato
da Cristo ad amare in quel modo incondizionato in cui ama Dio. Il discepolo
deve perciò cambiare il concetto dell’amore umano, che
dà in quanto riceve, e distingue con giudizio soggettivo chi
è meritevole e chi non lo è. In questo senso vanno intese
le parole di Cristo: “Se amate quelli che vi amano, quale merito
ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto
soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno
così anche i pagani?” (Mt 5,47). L’insegnamento si
conclude sulla perfezione del Padre data ai discepoli come modello comportamentale
di riferimento, al di sopra di qualunque codice: “Siate dunque
perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).
L’amore dei discepoli, da questo momento in poi, non sarà
un amore che ama per essere amato, o perché è amato, ma
amerà per amare. Così come ama Dio. |