| Nella
liturgia odierna abbiamo due letture collegate dal tema quaresimale
del digiuno: in entrambe si sottolinea che non è tanto il digiuno
in sé che è gradito a Dio, quanto piuttosto il modo in
cui si digiuna. Il vangelo si apre e si chiude con una domanda che i
discepoli di Giovanni rivolgono a Cristo sul tema del digiuno: “Perché,
mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?”
(cfr v. 14). Gesù risponde che i discepoli sono gli amici dello
Sposo e che non possono digiunare finché lo Sposo è presente;
ma ci sarà un momento in cui lo Sposo sarà tolto. Quello
sarà il tempo del digiuno. Questo particolare distingue nettamente
il digiuno dei farisei e dei discepoli di Giovanni da quello dei discepoli
di Gesù; quelli digiunano in senso puramente penitenziale, questi
digiunano in senso cristologico. I discepoli di Cristo, cioè,
digiunano in relazione dello Sposo che viene tolto, e per questo un
tale digiuno ha un valore più pregnante. La privazione del cibo
in se stessa non è sufficiente, se non è accompagnata
da un legame profondo con la Passione di Cristo. Solo a questa condizione
il digiuno è veramente cristiano. Digiunare in relazione alla
perdita dello Sposo significa dare il primato alla meditazione sull’esito
del ministero terreno di Gesù. Vale a dire: è incompleto
quel digiuno di cibo che non è capace di cibarsi di Cristo. Rischia
di essere soltanto l’osservanza sterile di un precetto. Infatti,
solo quando lo Sposo viene tolto, Egli si muta in Cibo e Bevanda, e
ciò si verifica nella notte dell’Ultima Cena. Il digiuno
del discepolo coincide a sua volta con l’accoglienza di Cristo
come Cibo.Nel testo odierno di Isaia il Signore dice, per bocca del
profeta: “grida a squarciagola” (v. 1) e poi aggiunge: “dichiara
al mio popolo i suoi delitti”. Il peccato del popolo è
quello di non lasciarsi scalfire dalla Parola che invita alla conversione.
Israele solo esteriormente dà mostra di interessarsi agli insegnamenti
degli oracoli divini, ma nella sostanza dei fatti non è così:
“Mi ricercano ogni giorno… come un popolo che pratichi la
giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio”. La
colpa che il profeta deve rimproverargli è quindi proprio questa:
il popolo di Dio non si lascia scalfire dalla sua Parola, perché
è convinto di essere arrivato e si atteggia come chi pratica
la giustizia: “mi cercano ogni giorno, bramano di conoscere le
mie vie”. A questa conoscenza però non segue nulla. Il
delitto del popolo consiste in una separazione, anzi in un netto contrasto,
tra il gesto penitenziale esterno e le disposizioni interiori dell’animo.
La Chiesa ci esorta a non cadere in una simile schizofrenia: nella preghiera
di colletta abbiamo infatti pregato Dio in questi termini: accompagna
con la tua benevolenza i primi passi del nostro cammino penitenziale,
perché all’osservanza esteriore corrisponda un profondo
rinnovamento dello spirito. Il peccato della casa di Israele (che siamo
noi) è quello di mettere su un’esperienza religiosa a cui
non corrisponde niente, o quasi, nelle disposizioni del cuore; produrre
gesti liturgici impeccabili, senza alcun risvolto apprezzabile nelle
scelte della coscienza. Il digiuno non può consistere, perciò,
nel fare un sacrificio cultuale per poi restare quelli che siamo stati
sempre: “Nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari…
digiunate tra litigi e alterchi”. Non si può insomma coniugare
il digiuno con la persistenza dell’iniquità: “E’
forse questo il digiuno che voglio?”. In dipendenza da questo
interrogativo, il profeta afferma, toccando perfino i limiti del paradosso,
che talvolta anche il prendere cibo potrebbe avere, agli occhi di Dio,
lo stesso valore di un digiuno: “Non consiste forse nel dividere
il pane con l’affamato…?” (v. 6). Anche il mangiare
può dunque avere il valore di un digiuno, quando la disposizione
dell’animo è ispirata dall’amore e dalla solidarietà
col prossimo più bisognoso. Dividere il pane con l’affamato
rappresenta così uno dei tanti modi di digiunare. Non è
nel gesto esterno, allora, e neppure nel precetto, che bisogna concentrarsi,
quanto piuttosto nella trasformazione della vita nel rinnovamento interiore,
dinanzi a cui ogni atto penitenziale ha soltanto un mero valore di mezzo
e mai di fine.
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