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La tematica centrale, affrontata dalla liturgia della
Parola odierna, è quella della giustizia. Nel brano della prima
lettura si tratta di una giustizia etica, che si traduce in gesti quotidiani
di giustizia; nella pagina evangelica, invece, si parla di una giustizia
“superiore” a quella delle opere, ossia la giustizia che deriva
dalla fede. Nell’oracolo del profeta Ezechiele si afferma che l’uomo
comincia a vivere nel momento in cui sceglie la giustizia come strada
maestra da percorrere per la propria vita e per il proprio rapporto con
Dio e con il prossimo. Il tema della giustizia ritorna ancora nel testo
evangelico di Matteo, dove Cristo, come esigenza dell’ingresso nel
regno dei cieli, indica ai suoi discepoli la necessità di una giustizia
superiore a quella degli scribi e dei farisei. Il testo di Ezechiele è
di grande importanza sul piano della teologia morale. Nella prima lettura
viene chiarito il concetto biblico della responsabilità personale,
che indubbiamente deve essere ben chiaro, e al contempo in armonia con
un altro concetto, anch’esso ripetutamente affermato dalle Scritture,
ed è la solidarietà nel peccato. Dal primo punto di vista,
quello della responsabilità personale, si afferma che nessuno può
addossare a un altro la colpa del proprio peccato; dal secondo punto di
vista, quello della solidarietà nel peccato, si afferma che ogni
gesto, buono o cattivo, ha inevitabilmente delle conseguenze anche su
chi non lo ha compiuto. Così, chi compie il peccato, ne è
personalmente responsabile quanto alla colpa, ma le conseguenze negative
del suo gesto iniquo colpiranno anche qualche innocente. Sono questi due
aspetti del mistero dell’iniquità. La Bibbia, infatti, oltre
alla responsabilità personale – il cui enunciato troviamo
nella prima lettura odierna - afferma anche, a chiare lettere, la solidarietà
dell’uomo nel peccato come anche nella santità, così
che una generazione può portare il peso degli sbagli della generazione
precedente, ma pure beneficiare della luce di santità di chi è
vissuto prima. Bisogna però affermare con altrettanta chiarezza
che, se da un lato le conseguenze del peccato di un altro possono ricadere
su di me, è vero pure che la responsabilità del peccato
(ossia il peccato inteso come colpa) non è mai comunitaria ma è
sempre individuale e soggettiva. Solo le conseguenze del peccato possono
colpire gli innocenti, ma la responsabilità del peccato, in quanto
esso si può imputare a qualcuno, non può che ricadere su
questo qualcuno. Il testo di Ezechiele chiarisce questa verità.
La responsabilità è individuale in due sensi: nel senso
di una scelta del bene dopo avere vissuto a lungo nel male, oppure la
scelta del male dopo avere vissuto nel bene. Nell’uno e nell’altro
caso il Signore afferma, per bocca del suo profeta, che viene cancellato
il cattivo passato del malvagio, nel momento in cui egli si incammina
per le vie della giustizia, ma viene anche cancellato il passato luminoso
del giusto, qualora egli si allontanasse dalla giustizia per incamminarsi
sulla via dell’iniquità. Si comprende, sotto questa prospettiva,
che la santità non risulta dall’accumulo quantitativo delle
opere buone, se un’opzione lucida in favore del male, è in
grado di annullare un lungo periodo vissuto al servizio del bene. Tanto
la santità quanto il peccato non risultano dalla quantità
di opere buone o cattive, bensì dalla vicinanza o lontananza del
proprio spirito rispetto a Dio. E a Dio ci si può avvicinare in
un istante, anche dopo anni di vita disordinata, con un pentimento radicale,
come quello del buon ladrone (cfr. Lc 23,39-43). Parimenti, in linea di
principio, da Dio non ci si allontana in proporzione della quantità
di opere cattive: migliaia di peccati veniali non possono separare da
Dio, mentre per essere separati da Dio, basta un solo peccato mortale.
In definitiva, ciò che conta è l’intensità
dell’amore. E’ solo in questa proporzione che ci si unisce
a Dio.
In questo testo di Ezechiele viene posta anche una domanda retorica che
allude alla ristrettezza del giudizio umano e soprattutto al fatto che
non è possibile comprendere Dio, se l’uomo non vive nella
luce. Infatti, il profeta riporta le parole che sono spesso sulle labbra
della gente: “Voi dite: Non è retto il modo di agire del
Signore. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la
mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” (Ez 18,25).
Dunque, gli israeliti non capiscono l’agire di Dio, perché
la loro condotta non è retta. In questa domanda si coglie il fatto
che per l’uomo ingiusto, per colui che ha impostato la propria vita
sull’egoismo e sulla iniquità, è impossibile capire
le ragioni profonde dell’agire di Dio, perché l’intelligenza
umana si offusca davanti alle opere di Dio, quando la persona vive male.
Ecco perché tutto si stravolge nel pensiero dell’uomo inquieto
e le disposizioni di Dio sembrano assurde agli occhi di chi non vive rettamente.
Con questa espressione è come se Dio dicesse: “Badate di
vivere rettamente e la vostra stessa rettitudine vi metterà in
grado di capire che le vie di Dio sono rette”. Del resto, anche
nelle cose umane avviene lo stesso: non si può chiedere a un ingiusto
un giudizio sui temi della giustizia. Così Dio, sommamente giusto,
non può essere capito da una mente che vaga su sentieri contorti.
Tutto questo ruota intorno alla domanda più centrale del testo
di Ezechiele: “Forse che io godo della morte del malvagio –
dice il Signore Dio - o non piuttosto che desista dalla sua condotta e
viva?” (Ez 18,23). La scelta della vita, come risultato della giustizia,
rimane sempre una possibilità aperta a chiunque, perché,
se da un lato l’uomo rimane libero di imboccare la via della vita
o la via della morte, dall’altro lato, il Signore è in attesa
che l’uomo imbocchi la via della vita, che perciò non viene
mai sbarrata da Dio. Il testo di Matteo coincide col testo di Ezechiele
nell’indicare la via della giustizia come via necessaria per giungere
alla vita, ne offre tuttavia un’interpretazione diversa. Gesù
dice esplicitamente ai suoi discepoli che la giustizia da Lui attesa da
coloro che aderiscono al suo insegnamento è una giustizia “superiore”
a quella degli scribi e dei farisei, ossia una giustizia che va aldilà
della formulazione materiale dei precetti dell’AT: “Avete
inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso
sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira col
proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Mt 5,21-22).
Così, il discepolato cristiano si presenta come un superamento
del discepolato mosaico, laddove la materialità del precetto deve
lasciare il posto all’intenzione di Dio. Per i farisei “non
uccidere” significava soltanto “non togliere la vita fisica”;
ma Gesù fa intendere ai suoi discepoli che non basta osservare
quel che il precetto materialmente dice. Dietro la formulazione linguistica
del comandamento, va colta infatti l’intenzione di Dio, il quale,
dicendo “non uccidere”, non intendeva solamente vietare l’omicidio
ma intendeva vietare anche il disprezzo della persona umana e la negazione
dei suoi diritti fondamentali. A questo si aggiunge il tema della riconciliazione
col prossimo, inscindibile dalla riconciliazione con Dio. Nei confronti
di Dio è necessaria, per il discepolo, un’esperienza di totale
e abituale riconciliazione: “Se dunque presenti la tua offerta all’altare
e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia
lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti
con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).
Qui la giustizia “superiore” richiesta ai discepoli si colloca
nel piano della unificazione dell’amore di Dio e dell’amore
del prossimo, che l’AT considerava amori separati, con due diverse
indicazioni, quella del Deuteronomio: “Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il cuore” e quella del Levitico: “Amerai il prossimo
come te stesso”. Nel discepolato cristiano i due amori si sono unificati.
Non è più possibile amare Dio senza amare il prossimo né
amare il prossimo senza amare Dio.Un’ultima osservazione andrebbe
fatta a proposito dell’espressione, un po’ enigmatica, dell’avversario
col quale mettersi d’accordo per via: “Mettiti presto d’accordo
con il tuo avversario mentre sei ancora per via”. Il problema non
è quello di capire chi sia questo “avversario”, se
sia cioè un essere umano, verso il quale sarei manchevole, oppure
il diavolo, che non cessa di accusarmi davanti a Dio, finché non
rinuncio radicalmente al peccato. La menzione del giudice conferisce al
discorso una sfumatura escatologica, come pure l’idea di “essere
ancora per via”, allude al tempo della vita, destinato a finire,
dopo di che viene il giudizio. Il senso può essere spiegato nella
linea di una riparazione e di un risanamento che ciascun discepolo deve
compiere lungo tutto l’arco della propria vita, al fine di ripristinare
tutte le pendenze causate da lui, al tempo in cui era peccatore. Si tratta
perciò di un modo di descrivere la necessità di una conversione
continua, prima che scada il tempo della vita terrena. |