"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Avanti
Tu sei in: Home > Lectio Liturgica > Tempo Ordinario > Anno Dispari settimana I (Giovedì)

La pericope odierna si apre con una lunga citazione tratta dal salmo 95, che fa memoria del momento di crisi verificatosi nel deserto a Massa e Meriba, quando il popolo d’Israele patisce la sete e si rivolge a Mosè non con una semplice richiesta, ma con una ribellione aperta ispirata dal dubbio che Dio, facendoli uscire dall’Egitto, abbia voluto prendersi gioco di loro e adesso li lasci morire nel deserto. Il problema della mancanza d’acqua, in realtà è per il popolo un problema che investe l’autenticità della fede. Se nelle difficoltà della vita, ovvero a causa di esse, nasce il dubbio sull’amore di Dio, ciò significa che la fede teologale non c’è. La fede teologale, lungi dal suggerire dubbi di vario genere, scorge nel tempo della prova, e nell’esistenza stessa di ostacoli o privazioni, un’occasione straordinaria per sperimentare la beatitudine di chi crede senza vedere, insieme alla beatitudine, fatta di fiducia filiale, di attendere il soccorso da Dio. Questa lunga citazione che apre la pericope odierna è orientata, secondo l’intenzione dell’autore, a un insegnamento sulla fede espresso con due versetti chiave: “Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente” (v. 12); e poi: “Siamo diventati infatti partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuta da principio” (v. 14). L’autore parte da una lunga citazione del Salmo 95 per approdare al tema della fede fiduciale, che rappresenta la condizione per potere essere partecipi di Cristo e della sua salvezza. Infatti, è proprio questo il peccato di Israele a Massa e Meriba: le ripetute manifestazioni d’amore, di protezione e di sollecitudine di Dio, vengono cancellate in un istante, in un momento in cui la sete fa percepire la sensazione di qualcosa che manca. Nel momento in cui Israele sperimenta un momento transitorio di privazione, nella sua coscienza si cancellano completamente i ricordi dell’amore di Dio, così numerosi e così potenti nei segni operati in Egitto. Anche nel cammino della vita cristiana, non di rado bastano dei momenti di prova, anche non lunghi sebbene dolorosi, a determinare la dimenticanza dell’amore di Dio, gettando il sospetto e il dubbio sulla sua paternità. È infatti questa l’espressione di quella mancanza di fiducia che certe volte convive con la fede, snaturandola inevitabilmente. Il tema della fiducia, che viene poi espresso a chiare lettere alla fine della pericope (cfr. v. 14), si collega direttamente alla possibilità di rimanere nell’amore di Cristo. La sfiducia e il dubbio nella divina paternità ci fanno cioè decadere dalla grazia di Cristo. La fede fiduciale emerge da questo testo come l’unica espressione della fede autentica (a differenza della fede falsa di chi crede che Dio c’è, ma dubita che sia Padre), e nello stesso tempo ci dà, per contrasto, la cognizione di quella mancanza di fede che ci allontana dal Dio vivente, anche quando crediamo di essergli vicini, ovvero quella mancanza di fede che è caratterizzata dal pessimismo e dalla sfiducia, che subentrano allorché una situazione imprevista e sgradita cancella innumerevoli manifestazioni d’amore precedentemente conosciute. Per Israele la cancellazione della memoria dell’amore di Dio rappresenta l’impossibilità di riposare, “così ho giurato nella mia ira: Non entreranno nel mio riposo” (v. 11). Analogamente, davvero il cuore del cristiano non riposa più, quando dimentica i segni già sperimentati dell’amore di Dio, e quando, dinanzi al modo misterioso con cui Dio ci guida verso gli stadi superiori della santità, talvolta privandoci di qualcosa in vista di un bene più grande, si irrigidisce nella sfiducia; la fede non viene meno, ma la fiducia sì. E che cos’è la fede senza la fiducia, se non una forma camuffata di incredulità? È offensivo per il Signore quel pensiero di sfiducia che subentra nella mente umana, come se Dio agisse capricciosamente, dando e togliendo senza criterio. La ribellione di Israele nel deserto, in un certo senso, esprime questa sentenza irragionevole di condanna, pronunciata da Israele nei confronti della divina pedagogia. Il popolo non ha capito che a Dio non basta liberare Israele dalla schiavitù; Egli vuole dargli molto di più: vuole condurre Israele non tanto verso la libertà dai poteri terreni, ma verso la libertà dello spirito, superando angustie e ristrettezze di pensiero, meschinità e vizi, e maturando nella propria crescita verso la statura morale della santità. Israele non lo ha compreso. Ma talvolta neppure noi. È infatti troppo al di là dei nostri pensieri, la divina pedagogia. Per questo, il Signore fa passare il suo popolo attraverso delle prove che continuano a perdurare anche molto tempo dopo che il faraone è stato travolto nel mare con suoi i cavalli e i suoi cavalieri.
Il testo, quindi, mette in guardia i cristiani a non pensare che l’azione di Dio debba essere sempre uguale, o debba sempre aprire il mare, o debba sempre uccidere il faraone. Certe volte, l’azione di Dio ha l’aspetto di una privazione, o di ciò che alla nostra sensibilità appare come un non-amore. Israele sperimenta la privazione dell’acqua e per essa dubita dell’amore di Dio. Ma era proprio in virtù di tale privazione che Israele veniva chiamato a superare se stesso, verso una fede più autentica. La fede fiduciale ci conferma nell’amore di Dio, quando esso è creduto senza essere visto o sperimentato in maniera sensibile; questa è quella fede fiduciale e insieme teologale: “siamo diventati infatti partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda la fiducia che abbiamo avuto fin da principio” (v. 14). Non ci sarebbe alcun motivo di sottolineare la disposizione d’animo della fiducia, se non perché l’agire di Dio, e la sua pedagogia, certe volte demoliscono quella sicurezza che la nostra sensibilità va cercando, disorientando le nostre aspettative umane, troppo piccole e ristrette dinanzi alla grandezza degli scopi previsti dalla divina volontà. La sfiducia è un peccato di ingiustizia nei confronti di Colui che ci guida continuamente verso altezze sempre più vertiginose: “Mi disgustai di quella generazione e dissi: Hanno sempre il cuore sviato. Non hanno conosciuto le mie vie” (v. 10). Da qui l’esortazione: “Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente” (v. 12). Cioè, non si trovi nella comunità cristiana un cuore che giudichi Dio e che resista alla divina pedagogia, infinitamente superiore alle nostre capacità di comprensione. Come la troppa luce acceca, così lo splendore divino della pedagogia di Dio, quando splende sulla nostra intelligenza, la oscura. Solo quelli che si fidano, perché, come i bambini, credono di essere amati, riescono a superare tutte le tappe della scalata, fino alla vetta della santità: “a condizione di mantenere salda la fiducia” (v. 14). L’opera di Dio è così incomprensibile e superiore che necessariamente ci disorienta; per questo motivo dobbiamo mantenere salda la fiducia, senza la quale è impossibile continuare a camminare con Lui, quando il sentiero si fa arduo.Ancora un altro versetto chiave sottolinea, nel combattimento necessario a mantenere salda la fiducia, l’importanza della comunità cristiana come luogo di custodia della persona e del suo cammino di santità: “Esortandovi piuttosto a vicenda ogni giorno” (v. 13). Se uno cammina da solo, non ha chi lo esorti ogni giorno a mantenersi saldo nella fiducia. Questa esortazione vicendevole non è soltanto da intendersi come un’esortazione verbale, anche se è certamente da intendersi anche come una esortazione verbale, ma è soprattutto il contagio della fede fiduciale che, in seno alla comunità cristiana, mi raggiunge e mi coinvolge grazie alla fede degli altri fratelli. Il sostegno, in sostanza, della vita comunitaria è assolutamente necessario nelle prove e nelle difficoltà del cammino in salita della perfezione cristiana. E nello stesso tempo, il medesimo versetto indica anche l’importanza dell’ “oggi”, che identifica il tempo della grazia, a portata di mano nella successione dei nostri giorni, tuttavia destinato a scadere, così come scade il tempo del giorno nel tramonto. Il tempo della vita è tale che nessun cristiano può permettersi di sciuparne anche un solo istante: “Esortandovi piuttosto a vicenda ogni giorno finché dura quest’oggi” (v. 13). Cosa vuol dire: “finché dura quest’oggi”, se non che quest’oggi, che mi dona la grazia nel tempo, è destinato a finire? La sua durata coincide col tempo della vita, che anche è il tempo della grazia, tempo favorevole per tornare a Dio. Nella comunità cristiana siamo aiutati dalla testimonianza dei fratelli ad afferrare il dono della grazia senza smarrirlo, quella grazia che ci raggiunge attraverso i canali della Chiesa e che ci raggiungerà, “finché dura quest’oggi”; poi verrà il tramonto, e arriverà la scadenza della morte. Allora usciremo da questo mondo in quel grado di evoluzione e di santità, a cui saremo arrivati in quel momento; dopo non ci sarà più la possibilità di alcun ulteriore passo né saranno possibili ulteriori decisioni. Per questo, “finché dura quest’oggi”, la grazia di Dio deve essere accolta a piene mani.

Tu sei in: Home > Lectio Liturgica > Tempo Ordinario > Anno Dispari settimana I (Giovedì)
 
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
 
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati.