"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Nella prima lettura odierna, tratta dai primi versetti della lettera agli Ebrei, il centro unificante del discorso è la Persona di Cristo nel suo mistero e nella sua natura divina. E’ perciò un testo squisitamente dommatico, che non si occupa tanto dell’etica cristiana quanto del suo fondamento eterno: la persona di Gesù Cristo, che va conosciuta nella sua verità divina e umana. La prima affermazione su Cristo, che troviamo nel brano odierno, comprende i versetti 1 e 2: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. In questa espressione chiave si indica intanto il confine tra due epoche, ma nello stesso tempo anche la qualità diversa della comunicazione di Dio agli uomini in ciascuna di esse. Nel passato Egli aveva parlato “molte volte, e in diversi modi”, per mezzo dei profeti, “in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Dobbiamo notare come le due espressioni che qualificano l’annuncio profetico, sono scomparse nella fase in cui Dio ha parlato per mezzo del Figlio; infatti, attraverso i profeti Egli aveva parlato molte volte e in diversi modi, ma quando l’autore della lettera passa a considerare il fatto nuovissimo che si verifica “in questi giorni”, cioè nel tempo messianico e nel tempo della Chiesa, il fatto che Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio, non aggiunge più la specificazione usata precedentemente e dice solo e semplicemente che “ha parlato”. Ciò significa che Dio, in Cristo, ha pronunciato una parola nella quale ha detto tutto, svelando in una sola volta la verità tutta intera. Non si può quindi dire che, in Cristo, Egli parli molte volte e in diversi modi. La presenza personale del Risorto, nella vita della Chiesa, rivela in modo permanente tutto ciò che Dio aveva da dire, e non c’è più nulla da aggiungere. Infatti, noi non attendiamo nessun’altra parola da Dio, se non il ritorno di Cristo alla fine dei tempi, nella gloria della sua maestà.Questa affermazione della lettera agli Ebrei rappresenta anche un criterio di discernimento relativamente ad ogni esperienza profetica che si può vivere nella comunità cristiana e nella storia della Chiesa. Esistono rivelazioni private in diverse parti del mondo, esiste un carisma profetico ancora operante nella vita della Chiesa, e che sarà operante fino alla fine del mondo. Ma tutto ha bisogno di essere attentamente vagliato prima di essere accettato come autentico. Il criterio di discernimento, per valutare l’autenticità di ogni esperienza profetica, o di ogni nuova comunicazione carismatica, è quella di attingere al Figlio, nella cui Parola è stata chiarita a noi ogni verità. Le rivelazioni private, quando sono autenticamente soprannaturali, non aggiungono nulla di nuovo e di diverso a quanto già sappiamo attraverso la Scrittura e la viva tradizione della Chiesa. Ma questo ha ancora un’ulteriore conseguenza: Nell’ipotesi che Dio non si esprimesse più né in visioni, né in comunicazioni profetiche, né in profezia biblica, ma semplicemente nella Parola della Chiesa, che risuona con divina semplicità nella liturgia, noi avremmo già tutto per conoscere le esigenze della volontà di Dio, la sua santità, e per camminare nella verità. Non avremmo bisogno di altro, perché il Padre, nel Figlio, ha già detto tutto. Tutte le altre parole sono un sovrappiù, una specificazione, un approfondimento, se vogliamo, ma non aggiungono mai nulla di nuovo o di sostanziale a quello che Dio ha detto a noi nel Figlio.Inoltre, il cristiano attinge la sapienza al Figlio e si dispone davanti a Lui come discepolo, e in questa esperienza di discepolato, e di sottomissione alla sua Parola, il discepolo ha tutto, appunto perché nel Figlio sono state riversate tutte le ricchezze della divinità. Fuori di Lui non ci può essere nulla di aggiuntivo, perché in Lui vi è la pienezza. Questo è il senso del contrasto tra i tempi antichi, dove Dio parlava molte volte e in diversi modi, e il presente, in cui Dio ha pronunciato una sola Parola, e in Essa ha detto tutto. C’è una seconda affermazione fatta dall’autore su Cristo, relativamente al rapporto tra la Parola e la creazione. Tale rapporto è descritto su un duplice versante. Il primo versante è questo: “Per mezzo del Figlio ha fatto anche il mondo” (v. 2b); e il secondo è questo: “Sostiene tutto con la potenza della sua parola” (v. 3). Questo significa che Dio non si è limitato a creare dal nulla le cose che esistono, ma continuamente le conserva nell’esistenza mediante la sua Parola. Quella Parola che ha creato tutto è anche la Parola che tutto conserva. Le creature, in sostanza, non si conservano da se stesse, e la vita che noi viviamo e che sperimentiamo, sentendola pulsare in noi tutte le volte che al mattino ci alziamo dal letto, non è la conseguenza normale dell’essere stati vivi il giorno prima, ma è la conseguenza del pronunciamento di una divina parola che ci conserva nell’essere: “Sostiene tutto con la potenza della sua parola”. Possiamo comprendere meglio, alla luce della lettera agli Ebrei, il senso della relativizzazione del cibo, compiuta dal Deuteronomio: “L’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3). Ciò che esce dalla bocca del Signore è il comando di esistere, causa prima e assoluta di ogni esistenza. Il cibo che ci conserva nell’esistenza è solo una causa seconda. L’ora della nostra morte non è il risultato dei processi fisico-chimici del decadimento biologico, e non è neppure la conseguenza di eventi accidentali; essa è un decreto divino, è una chiamata a cui nessuno può resistere, è la scadenza della ragione per la quale siamo venuti in questo mondo. Così noi moriamo, perché Egli cessa di volerci vivi. Dio, perciò, è il Creatore ma è anche Colui che conserva l’essere creato, fino a un dato termine di tempo. L’una e l’altra cosa: la creazione e la conservazione avvengono mediante la sua Parola. Per questo, il discepolo, che si nutre della Parola di Dio, ha in se tutte le energie di vita, perché la Parola stessa che ha creato è anche quella che conserva: “Per mezzo del quale ha fatto anche tutto e sostiene tutto con la potenza della sua parola” (v. 3).
Un’altra affermazione su Cristo, che ha il sapore di un titolo cristologico, è la definizione del Figlio come “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (v. 3). Si tratta di due termini che nel vangelo si collegano a due precisi eventi. Dietro la definizione: “irradiazione della sua gloria” c’è la memoria della trasfigurazione di Cristo, e dietro l’espressione: “impronta della sua sostanza”, c’è la parola pronunciata da Cristo nel cenacolo, secondo la redazione di Giovanni: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). In sostanza, il rivestimento dell’umanità, che rende visibile il Figlio agli uomini, costituisce anche la possibilità di vedere il Padre e la sua gloria. A questa esperienza di trasfigurazione e di conformazione all’immagine divina è chiamato anche il cristiano. Ogni cristiano deve essere infatti un’immagine visibile di Cristo, come Cristo lo è del Padre. E ogni cristiano deve ripercorrere l’itinerario pasquale di discesa e di risalita, inaugurato dal Gesù storico: “dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli” (v. 3). Sappiamo che la purificazione dei peccati coincide con l’obbrobrio della croce, ed è la discesa che precede necessariamente la risalita. Infine, l’ultimo enunciato sull’identità di Cristo si riferisce alla sua Incarnazione: non è un angelo che viene a salvare l’uomo, ma il Figlio stesso, Colui di cui il Padre ha detto: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (v. 5). Oggi e non ieri, perché Cristo è eternamente Figlio, in quanto eternamente procedente dal Padre, senza tempo, senza inizio né fine. Nella sua nascita umana, pur assumendo l’aspetto di una creatura, Egli non cessa di essere Dio come il Padre, e per questo a Lui è dovuta l’adorazione degli angeli: “Quando introduce il figlio nel mondo, dice: Lo adorino tutti gli angeli di Dio” (v. 6). E’ infatti ciò che avviene nel racconto della nascita di Gesù, secondo Luca (cfr. 2,13-14).

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